lunedì 19 settembre 2016

Come reagire al pizzo che paghiamo per strada.

La Repubblica Palermo - Pag. I
18 Settembre 2016

Sono estorsori, trattiamoli come tali
Francesco Palazzo

La proposta al parlamento del sindaco di Palermo, circa un provvedimento che disponga l’arresto da sei mesi a un anno, aumentato da uno a tre se coinvolti minori, dei posteggiatori abusivi che vengano pescati una seconda volta in flagranza di reato, anche se non colti in atti di violenza, fa discutere. Ci sono almeno due aspetti che possono far convergere verso tale proposta. Innanzitutto, va detto senza infingimenti, si tratta di “pizzo”. La richiesta di obolo ha le caratteristiche dell’estorsione classica nei confronti di esercizi commerciali e imprese. Se non vuoi che qualcuno attenti alla tua tranquillità e ai tuoi beni, che poi quel qualcuno sono io che ti minaccio, così si presenta il mafioso, devi scucire dei soldi. Lo stesso meccanismo entra in gioco quando il tizio si avvicina al nostro mezzo per chiederci denaro. Se esiste l’arresto per chi compie l’estorsione classica, anche senza mettere in atto gesti espliciti di violenza, non si capisce perché debba essere trattato diversamente questo tipo di approccio estorsivo esercitato alla luce del sole in tante piazze e strade. L’altro versante a favore è l’ombra di Cosa nostra che potrebbe stare dietro questo tipo di attività. Più volte gli investigatori hanno riferito che quella mafiosa dietro ai parcheggiatori abusivi è più di un’ombra. Nel 2015 un’indagine con arresti ha fatto emergere la perorazione di un parcheggiatore verso una cosca per conservare il posto di “lavoro” nei pressi di una discoteca. Leggemmo che i mafiosi fecero in modo che il tizio conservasse il posto. Ci guadagnava una quota parte dagli incassi la cosca? Non è fuori luogo pensarlo per questo come per altri casi. Ma è sicuramente vero che queste persone sono potenzialmente delle vedette in grado di riferire alla criminalità organizzata tutto ciò che si muove sul territorio. Chi si oppone alla richiesta di carcerazione rileva quanto sia difficile che la repressione possa determinare la scomparsa di un reato, ma che ci vuole prevenzione. Sarà così, ma aiuta. Altrimenti potremmo dire che non vale la pena arrestare i mafiosi perché la mafia non scompare con le manette e il carcere duro. Invece è meglio che stiano nelle patrie galere. Tuttavia, da questo punto di vista, va detto che per una lotta contro tale azione estorsiva, ma vale anche per le mafie, ci vuole un forte contributo dei cittadini. Non è difficile vedere il professionista, per citare una categoria che ha tutti i mezzi per reagire, socializzare e solidarizzare con il parcheggiatore abusivo che ha sotto casa o nel parcheggio fuori dal lavoro. Altri riterrebbero più efficace togliere ai parcheggiatori presi in castagna i vantaggi assistenziali e fiscali che vanno ai nullatenenti, come quasi sempre questa gente è, non pagando per tale motivo le multe comminate loro per l’attività abusiva. Questa potrebbe essere una pena accessoria, definitiva, da sommarsi al carcere. Ma, intanto, per dirla tutta, ci sono occasioni in cui le istituzioni potrebbero iniziare ad agire senza attendere provvedimenti parlamentari. Tantissimi palermitani sanno cosa accade nei pressi del Barbera quando gioca il Palermo. Decine di posteggiatori estortori “guardano” moto e auto. Lo fanno non in una landa desolata. Ma in una parte della città in quelle occasioni blindata dalla polizia municipale e dalle altre forze dell’ordine. Cosa impedisce, ad esempio ai vigili urbani, visto che la proposta di carcerazione per gli estortori con fischietto parte dal comune, di controllare rigidamente una parte non sterminata di territorio ed allontanare i parcheggiatori abusivi? In tal modo si manderebbe ai cittadini tifosi, che fanno parte di tutte le categorie sociali, un doppio segnale positivo, che varrebbe molto più di mille parole. In primo luogo si comunicherebbe che la forza pubblica è padrona di quel territorio e che la sicurezza dei mezzi privati viene da essa garantita. Inoltre, si darebbe più coraggio ai cittadini che volessero non pagare più, nella quotidianità, questo pizzo. Insomma, va bene la proposta di carcerazione. Ma vogliamo iniziare concretamente a mettere insieme l’autorevolezza della forza pubblica e la buona volontà dei cittadini per combattere questo odioso fenomeno?

sabato 10 settembre 2016

Il cocco, la pannocchia e la libertà in Sicilia.

La Repubblica Palermo 9 settembre 2016

Anche in riva al mare l'illegalità distorce il libero mercato 



Francesco Palazzo 


È difficile, in Sicilia, sfuggire a certi meccanismi. Sei disteso sotto un ombrellone e ti pare che un po’ di natura trattata bene possa generare un minimo di sviluppo libero. Non fai in tempo a pensarlo che vieni investito dal controllo millimetrico del territorio, arenile o asfalto che sia. La storia riguarda due venditori siculi e ha come titolo “Il cocco contro la pollanca”. Si può obiettare che sono due alimenti molto diversi, che possono coesistere pacificamente. Non è così. Devi prendere atto che il libero mercato non ce la può fare contro un assetto sociale opprimente che arriva a bagnare pure le assolate spiagge siciliane. Quello della pollanca, con uno slogan accattivante («Me la puoi pagare a rate»), aveva venduto alcuni esemplari della sua mercanzia. A un certo punto arriva il tipo del «cocco bello-cocco fresco», anche questo uno slogan efficace. Il coccoinomane scruta qualcuno che non dovrebbe esserci e lo manda a chiamare: «Ma che ci fai qui?». «Ero di passaggio, ora me ne vado», risponde lo spacciatore di mais. «Fai un altro giro e poi sloggia». E sin qui potrebbe sembrare la lotta tra un prepotente e uno che subisce. Ma a quel punto quello della pollanca, sbiancato in viso per la paura, vuole essere rassicurato prima di farsi un altro giro. «Mi dai la garanzia, non è che poi ci sono problemi?», chiede a quello del cocco. Cioè, sei in grado di darmela o mi crei problemi con altri? Un riferimento a chi gestisce la zona? Più che probabile. «No problem», dice il cocchista. Invece, dopo pochi secondi il fu commerciante di pannocchie pubblicizza il cocco con il suo megafono e passa a venderlo tra gli ombrelloni. Questo episodio è metafora della nostra terra? Possiamo dire che questa Sicilia non è certo una piccola minoranza. Una Sicilia dove abbiamo celebrato il venticinquesimo anniversario dell’uccisione per mano mafiosa di Libero Grassi, morto per aver voluto vivere la normalità della libertà d’impresa, e il trentaquattresimo dell’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, fatto fuori perché voleva affrontare a viso aperto, sottraendole territorio e potere, Cosa nostra. E dove ci apprestiamo a ricordare il ventitreesimo del colpo alla nuca che fece fuori don Puglisi. Lui riteneva che a Brancaccio si potesse agire liberamente scendendo nelle strade e ciò gli fu impedito dalla malapolitica e infine dalla mafia. Il mercato, il territorio, le strade non sono liberi in Sicilia. Talvolta lo dimentichiamo ma accade qualcosa, grande o piccola che sia, che ci riporta alla realtà. Attenzione, il pollanchista e il ras del cocco sono due poveri cristi. Ma l’indigenza che cerca espedienti per sbarcare il lunario non è un’esclusiva delle nostre latitudini. Tuttavia, solo in Sicilia c’è questo controllo asfissiante, pur con una Cosa nostra in crisi (?), di ogni lembo di terreno. Escludiamo che una storia come questa possa accadere lungo la riviera adriatica, ma pure in molti tratti di costa delle altre regioni del Sud. Anche il privato con le carte in regola in Sicilia può muoversi secondo logiche di mercato anomale. In un villaggio non trasportano in stanza il cibo che porti da fuori, devi portarlo a piedi sotto il sole, perché, dice un addetto, vogliono che ti serva presso il market interno. Che però fornisce quasi nulla e a prezzi esosi. Quindi, prima ancora di offrirti una valida alternativa, facendoti trovare un posto assortito e a prezzi concorrenziali, si mette in atto un fastidiosissimo intralcio. Dimenticandosi della cosa più importante. Sincerarsi che gli appartamenti siano in buone condizioni. Devi litigare mezza giornata per fare riportare il tuo in uno stato appena decente, rischiando di finire in ospedale per il cedimento del vano doccia. Per non parlare di quel ristorante vista mare. Lavorava bene a prezzi non alti, ora li ha aumentati ed è scaduto come qualità. Anche questo ci dice molto della nostra Sicilia. Dove il turista, molto spesso, è solo un pollo da spennare. 

domenica 28 agosto 2016

Storia di manette e Vucciria. Ovvero. Palermo senza regole.

La Repubblica - Palermo
27 agosto 2016 - Pag. I

Quella insopprimibile insofferenza alle regole

FRANCESCO PALAZZO

A febbraio 2014, alla Vucciria, abbattendo un muro, che non era quello di Berlino, messo dal comune dopo la caduta di un rudere, più che la libertà politica la movida palermitana intese difendere un prosecco e un’olivetta. Ad agosto 2016, sempre alla Vucciria, si sono fatti molti passi in avanti. Uno scippatore, già in manette, è stato favorito nella fuga dalla folla indifferente o complice. Queste reti di protezione in genere riguardano altri contesti e comunque vedono in scena familiari o amici stretti dei rei. Ma quando poi scattano le manette neanche il più incallito mafioso riesce a divincolarsi. Alla Vucciria si è superato questo limite. Nei luoghi della movida si fuma, e dunque si spaccia, un po’ di tutto e ciò viene ritenuto normale. I controlli sono visti come un disturbo da una platea di gente formata dalle più diverse classi sociali. Il sottrarsi alle regole minime è la quotidianità a Palermo. Per dire, è difficile, in tantissimi esercizi commerciali, che gli scontrini vengano emessi, anche perché non sono neppure chiesti. Appena tu rompi la prassi, vieni guardato male. Altro scenario. Viale Regione Siciliana. Ci sono cartelli che indicano il limite di velocità. Ma questo asse viario rimane una grande pista da corsa. Se qualcuno cerca di non superare il limite, si prende gestacci e insulti. Per ultimo quello che, dopo avere strombazzato sul clacson, mi ha superato a destra l’altra mattina, tirato fuori il braccio in un certo modo, come solo i palermitani sanno fare, e lanciato improperi di ogni tipo. Come se fosse un comportamento normale, e in effetti lo è diventato in Viale Regione, non rispettare sistematicamente un semplice limite. I panormiti si lamentano del mondo intero, politica compresa. Ma sono i primi a mettersi sotto i piedi elementari regole di convivenza. Che altrove, durante le vacanze estive, ammirano e onorano. Tipo aiutare le amministrazioni sul fronte immondizia. A Carini, vista la cosa dalla zona estiva di Villagrazia, ci stanno provando. Hanno tolto i contenitori e installato delle telecamere di sorveglianza. Prelevano l’immondizia, differenziata, davanti le abitazioni. Le strade sono sgombre dalle montagne di sacchetti che facevano bella mostra. Ma ciò non scoraggia tanti palermitani che costituiscono quasi tutta la popolazione estiva da quelle parti. Cercano zone sprovviste di telecamere per implementare nuovi letamai. Ma il capolavoro lo fanno di mattina presto. Quando lanciano il sacchetto di rifiuti qualche metro prima di immettersi nell’autostrada che li porterà al lavoro a Palermo. Anche in spiaggia vedi tanti palermitani refrattari alle regole e al buon senso. Da quelli che ti fumano tipo ciminiera a due passi dal naso e poi sotterrano le cicche, e se glielo fai notare ti guardano storto, a coloro che giocano, cosa vietata, con i palloni sulla battigia come fossero al Maracanà. Colpendo pure, è accaduto a Magaggiari (Cinisi), due ragazzi immobilizzati sulle sedie a rotelle. Potremmo dire di altre abitudini malsane, come il parcheggiare dappertutto o buttare quella che capita dai finestrini delle auto. Ma ci vorrebbe un saggio. Il vivere in una società in cui ciascun fa ciò che gli pare, coniugato alla mancanza di lavoro, dovuta anche ai ranghi pubblici che si riempiono di assistenzialismo senza merito, porta i giovani universitari palermitani, mi è capitato di sentirne molti sull’argomento, ad attendere impazienti la fine del primo triennio di studi per andarsene a fare la specialistica altrove. Tanto sanno che solo fuori troveranno lavoro e società che si basano, oltre che sul rispetto delle regole, sulla meritocrazia. Ci troviamo a pochi mesi dall’elezione del sindaco di Palermo. In campo con le scarpe chiodate le consorterie politiche, non i bisogni della comunità cittadina. Ma pure se dovessimo trovare un Giorgio La Pira, e allo stato non intravediamo neppure lontanamente tale possibilità, il destino del capoluogo rimane nelle mani degli adulti. Che, nove volte su dieci, danno pessimi esempi alle nuove generazioni. Quando poi si arriva, ma è l’epilogo lungo una linea di inciviltà diffusa, a sottrarre alle forze dell’ordine uno già ammanettato, significa che si è passato un punto dal quale è forse difficile tornare indietro.

giovedì 25 agosto 2016

La ZTL a Palermo. Quando manca il coraggio.


La Repubblica Palermo - 24 agosto 2016 - Pag. I

Consenso e paura intorno al traffico

Francesco Palazzo
Per fare le cose, sostiene la giunta che amministra Palermo a proposito delle zone a traffico limitato, ci vuole il consenso. Ma si potrebbe anche dire che il consenso, che certo in politica non è un aspetto secondario, puoi anche crearlo avendo il coraggio di scelte nette. La primavera di Palermo, negli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, si è nutrita più del secondo aspetto che del primo.Invece, il comune di Palermo, spostando sempre più verso il basso l'asticella, ha varato la ZTL della paura. Paura degli elettori, da una parte, a pochi mesi dalle elezioni, e paura delle associazioni di commercianti, dall'altra, che pressavano per un provvedimento con un minimo impatto sulle loro attività. Il risultato, rispetto a quanto coerentemente annunciato dal comune dopo la sentenza del CGA, e cioè che si sarebbe andato dritto facendo partire le due ZTL e che si eliminava per i non residenti l'abbonamento annuale sostituito con accessi giornalieri (come avviene ovunque), è un ripiego verso qualcosa che si fa fatica a comprendere. Innanzitutto, per le vie principali interessate. Se consideriamo, infatti, che il primo segmento di questa ZTL impalpabile va dal Teatro Massimo ai Quattro Canti, dobbiamo constatare che trattasi della prima parte di Via Maqueda, già di fatto isola pedonale. Sostanzialmente, quindi, si sta puntando sull'ultima parte di Via Maqueda che comincia dal Palazzo delle Aquile, ossia una zona commercialmente molto desertificata. Anche considerando l'altro asse di questa ZTL della paura, ossia corso Vittorio Emanuele, a parte che anche qui non ci pare che il commercio pulluli, trattasi di una strada già per metà, da Porta Nuova ai Quattro Canti, oggetto di restrizioni che vanno verso la pedonalizzazione. Se, poi, poniamo attenzione sulle vie interne a questi assi principali, che ricadono in questa zona a traffico limitato, sono dedali di strade in cui oramai il traffico veicolare è davvero scarso, dunque non si capisce perché farne il bersaglio di tale provvedimento. Insomma, la percezione è che oramai, visto che ci si era esposti con parole anche non leggere verso i resistenti, cascasse il mondo, si doveva tenere il punto. Facendo partire, o annunciando, perché ancora non sappiamo dovrà andrà a cadere alla fine il ragionamento del comune, un'ordinanza che non è né carne né pesce, assomiglia tanto ad una ritirata, non serve alla città e non sposterà di molto le abitudini degli automuniti. Soprattutto perché, sul versante delle sanzioni, non ci saranno i previsti controlli con le telecamere sino a fine anno. Insomma, per dirla alla palermitana, " un ci fu nienti, pigghiamunni u cafè". Per dirla, meno efficacemente, in lingua italiana, tanto rumore per nulla. A volte, in politica, l'alternativa a un progetto che ormai si ritiene spuntato, per diversi motivi, non è trovare un timido e inutile ripiego. Ma l'ammettere che ci si è provato seriamente e che si rimanda il tutto, se rieletti, alla prossima legislatura. Perché è chiaro che i cambiamenti radicali sulla mobilità vanno decisi e attuati ad inizio mandato. In modo che se ne possa misurare compiutamente e con calma l'efficacia, sottraendo la tematica al dibattito elettorale. Cosa poteva fare, invece, su questa area adesso interessata, il comune a pochi mesi dal voto? Poteva proseguire nella cosa che forse, con tutti i limiti che l'hanno caratterizzata, gli è riuscita meglio dal 2012 a oggi, ossia le pedonalizzazioni. Estendendo quella già esistente nel primo tratto di Via Maqueda a tutta la strada e quella già in nuce nel pezzo alto di Corso Vittorio Emanuele sino a Porta Felice. Del resto, in tal senso, se abbiamo ben capito, diverse sono già le richieste, non sol su queste vie ma anche su via Roma. Se si cercava il consenso e se si voleva fare qualcosa di utile ci si poteva cimentare in questo. Anche se, quando si cominciano a temere gli elettori è probabile che si sia già cominciato a perdere.

venerdì 12 agosto 2016

Sicilia, nuova legge elettorale sindaci. Un passo in avanti per gli elettori.

La Repubblica Palermo
11agosto 2016 - Pag. I

Ma quella riforma elettorale può dare stabilità ai comuni

Francesco Palazzo

Conosciamo la Sicilia laboratorio politico che anticipa quanto poi succede a livello nazionale. Viste le condizioni in cui versiamo, c‘è chi ha qualche dubbio su questo precorrere. Intanto, perché anticipare non vuol dire porre in essere cose positive. Bisognerebbe, poi, riuscire a dimostrare tale virtuosità anticipatrice. In terzo luogo, anche se si ha un’intuizione nuova, non è raro che tutto rimanga impantanato nel capitolo delle occasioni perse. Basta ricordare l’istituto autonomistico. Volevamo essere speciali e fatichiamo a essere normali. Tuttavia i precedenti non devono farci velo quando ci troviamo davanti un provvedimento interessante. Ci riferiamo alle modifiche, votate all’Ars, riguardanti le elezioni dei sindaci, la sfiducia nei loro confronti e la composizione delle relative maggioranze, per i comuni sopra i 15 mila abitanti. Il punto principale prevede che il candidato sindaco che supererà il 40 per cento sarà eletto al primo turno. Partiamo da una considerazione che non si deve perdere di vista quando si parla di leggi elettorali. Queste, più che al ceto politico, servono a chi elegge. Ogni dispositivo elettorale va guardato per ciò che permette, o nega, al corpo elettorale. Vanno esaminati due aspetti: se si consente alle urne l’espressione della democrazia rappresentativa e se si creano, chiusi i seggi, governabilità e veloce gestione della cosa pubblica. Non ci serve sapere altro. Se democrazia in entrata, che non vuol dire permettere polverizzazione del consenso, e governabilità in uscita vengono promosse, possiamo archiviare i mal di pancia provenienti in queste ore da settori del ceto politico.Partiamo dalla democrazia rappresentativa. Gli elettori potrebbero eleggersi il sindaco senza dover attendere due settimane per la celebrazione dei ballottaggi. Che servono più a riposizionare gli apparati che gli elettori. Certo, se si fosse abbassata ancora l’asticella, questa opportunità poteva verificarsi con più facilità. Alcuni avrebbero voluta portarla al 35 per cento, altri eliminarla del tutto. Non c’era da scandalizzarsi. I presidenti di Regione vengono eletti con qualsiasi percentuale e a novembre, in un solo turno, si eleggerà il presidente degli Stati Uniti. Inoltre gli elettori, secondo questa modalità di voto, possono legare la maggioranza dei Consigli comunali ai sindaci. Nel senso che questi, per ottenere il premio al primo turno, dovranno avere al seguito una compagine politica consistente (40 per cento). Cosa del tutto normale, visto che i processi democratici e i governi si devono fondare non sull’uomo solo al comando, ma su un percorso condiviso del tessuto politico che affronta le elezioni. E qui passiamo al secondo corno del problema, cioè cosa accade dopo il voto, la governabilità delle cose concrete, quella per cui esiste la politica, che sovente viene messa in secondo piano da leader, populismi e forze politiche che pensano più a litigare che a praticare soluzioni che facciano andare avanti le comunità. Nel caso della legge appena modificata, con un sindaco che avrà una sua maggioranza forte e determinata da una vera rappresentanza delle forze presenti nella comunità, non più tanti consiglieri che entrano al suo seguito ma che rappresentano ben poco, come accaduto a Palermo nel 2012, si avrà una governabilità basata su un consenso ampio. Anche il discorso della decadenza del sindaco se il Consiglio non approva il bilancio, che deve essere meglio interpretata secondo la nuova normativa, non pare uno sproposito. Il bilancio è lo strumento principe delle amministrazioni, serve non al ceto politico ma alle città. Se come primo cittadino non ho i numeri per farlo approvare, è giusto che vada a casa. Qualsiasi riforma deve sempre servire alla democrazia e al governo della cosa pubblica. Questi due aspetti interessano esclusivamente coloro nei confronti dei quali si amministra, gli unici destinatari di ogni azione politica. Ammesso che la politica sia servizio e non mero esercizio di potere.

giovedì 28 luglio 2016

ZTL a Palermo, qualcosa è cambiato.


La Repubblica Palermo 
27 luglio 2016
ZTL, questa volta la missione è compiuta
FRANCESCO PALAZZO
Con la nuova proposta di zone a traffico limitato, che costituiscono di fatto un’ampia rivisitazione di quelle sospese dal TAR e rianimate dal CGA, il comune di Palermo, riscrivendo, a parte l’ampiezza territoriale di riferimento, tutta la sua originaria proposta, sulla quale tanto ci si è divisi, mette in campo qualcosa di interessante e di più allineato allo scenario nazionale. Soprattutto per ciò che riguarda quello che è il cuore di ogni ZTL, cioè cosa permetti ai singoli cittadini che stanno fuori rispetto al perimetro interessato. Ebbene, in questo, come in altri punti che riguardano i residenti, utilizzando il titolo di un noto film, qualcosa è cambiato. Evidentemente a Palazzo delle Aquile, registrando il flop della recente assemblea cittadina, hanno ritenuto di adeguarsi strettamente alle prescrizioni del CGA, che nella sostanza aveva assunto come validi i dubbi del TAR, pur ritirando la sospensiva. Quando si pronunciò il Tar si disse che avevano vinto i ricorrenti, quando a parlare fu il CGA si sentenziò che avesse vinto il Comune. In realtà, i due pronunciamenti avevano lasciato le cose per come erano, non aveva vinto nessuno e aveva perso la città che attendeva un provvedimento più equilibrato. E questo sembra esserlo. Innanzitutto, questa nuova proposta attenua di molto quella che era stata la controversia dei mesi scorsi. Ossia che il tutto si faceva per fare cassa e permettere la sopravvivenza di Amat e tram. I non residenti non potranno entrare pagando un abbonamento annuale, viene quindi meno una parte molto consistente dei fondi inizialmente previsti. Se si vuole sono disponibili singoli ingressi, come avviene un po’ dappertutto in Italia. Visto che ogni volta dovrà pagare, il singolo cittadino non residente e che non ha particolari titoli per accedere, lo farà in auto quando ne avrà strettamente bisogno. È una soluzione che certamente troverà critici pronti a legittimi ricorsi. Ma è una zona a traffico limitato che ha una sua coerenza e che può essere ben difesa sia dal punto di vista legale che politico. Chi, infatti, non accetterà tale nuova ZTL dovrà dimostrare, prima ancora che ai giudici all’opinione pubblica, perché non va bene una prima cosa e poi il suo contrario. Tenuto conto che tutti concordano sulla necessità di una limitazione di accessi al centro nevralgico della città. Ovviamente città.Ovviamente, il Comune, adesso più di prima, dovrà garantire una mobilità decente con i mezzi pubblici. E questa è forse la parte più debole di tutto il nuovo assetto della ZTL. È facile dire che si vuole incentivare l’utilizzo del trasporto pubblico, ma poi questo deve essere all’altezza della situazione. E ancora non lo è e qui il Comune dovrebbe chiarire nel dettaglio come intende procedere. Ci si può augurare che da qui a fine legislatura si ponga mano seriamente a questo problema. E vengano considerate, soprattutto, le esigenze di mobilità delle periferie più lontane, che più hanno necessità, attualmente, del mezzo privato per recarsi in centro.Intanto, sono state in qualche modo accolte le esigenze di chi vive o comunque opera all’interno del perimetro interessato. Insomma, pur con tutti gli interrogativi possibili, ci pare che la direzione intrapresa sia quella giusta. E anche coraggiosa. Pochi sindaci che intendono ricandidarsi avrebbero posto mani a un argomento così spinoso e divisivo a pochi mesi dalle urne. Dopo due pronunce della magistratura e il polverone polemico che si è sollevato in città, si poteva prendere la palla al balzo e presentarsi al corpo elettorale come quelli del liberi tutti al volante. Solo uno come Orlando poteva gestire in tal modo una vicenda complicata come questa. Se riuscirà a farsi capire dai palermitani che tra un po’ rimetteranno mano alla scheda elettorale, questo potrebbe determinare che, come accaduto con De Magistris a Napoli, lo schema grillini, renziani, centrodestra, e qualche singolo pur di peso in campo, salti a favore del sindaco per antonomasia dei palermitani. Sarà, infatti, molto difficile sbarrare la strada a colui che conseguirà la missione impossibile. Convincere i palermitani che viaggiare in auto verso il centro vuol dire non volere il bene di Palermo.

domenica 24 luglio 2016

Biblioteca di Ballarò, "Le Balate". L'Associazionismo e le nuove generazioni.



La Repubblica Palermo 
23 luglio 2016
Il rinnovamento alle Balate
FRANCESCO PALAZZO

Ma davvero la Biblioteca di Ballarò “Le Balate”, da una decina d’anni attiva verso bambini, ragazzi e adulti del quartiere, rischia di chiudere o di diventare, da laica, un territorio di conquista cattolico? La notizia è che c’è stato un ricambio con regolare votazione nel consiglio direttivo, perché quello precedente si era dimesso, del progetto pastorale Albergheria e Capo insieme per la promozione umana. Che vede coinvolte diverse parrocchie e tante associazioni. Una delle attività del progetto, che conta molteplici interventi sul territorio, è l’Associazione Le Balate, che gestisce la biblioteca. I giovani entrati nel consiglio direttivo sono della zona, laureati e con esperienza nel sociale. L’unico loro neo, pare, sia quello di frequentare ambienti cattolici. Che ragazzi credenti si avvicinino a un progetto promosso dalla curia di Palermo, non dovrebbe essere visto come un fatto eclatante. I nuovi arrivati non vogliono interrompere l’attività della biblioteca, né buttare fuori gli attuali operatori e neppure metterne in discussione la laicità. Intendono imprimere delle novità gestionali nelle dinamiche dell’intero progetto, biblioteca compresa, per dialogare meglio con il territorio e con tutti gli attori coinvolti nelle attività. Un fatto che dovrebbe essere considerato normale e salutare. Negli ultimi decenni molte realtà sono sparite proprio perché non c’è stata la capacità di trovare nuove leve. Le quali, fatalmente, devono trovare nuove strade. Guai se così non fosse. I tempi cambiano e non si può essere sempre uguali a se stessi. Le nuove generazioni che si alternano alle vecchie non devono essere i cloni di quelli di prima, altrimenti vuol dire che non si è seminato bene. E quando quelli che subentrano, come capita a questo progetto, sono pure ragazzi e ragazze dei quartieri interessati, la vittoria si dovrebbe considerare doppia. Non solo si è stati capaci di dare alla luce un nuovo domani per un progetto importante, ma lo si è fatto con gente del luogo, senza profeti esterni. Ciò significa che il percorso sociale e pedagogico ha funzionato alla perfezione. Sia chiaro, vivere il nuovo deve coincidere con l’immettere nel percorso che si inaugura la memoria storica e l’esperienza di quanti hanno avuto la pazienza di intraprendere e portare avanti la fatica di operare in territori difficili. Ammesso che ve ne siano di facili. Ma non c’è altra strada, se si vuole il bene di un territorio e di chi ne fa parte, che quella di rinnovarsi, di dare ad altri la possibilità di scrutare con occhi nuovi, trovando e percorrendo nuove vie. Il nuovo direttivo del progetto ha chiamato tutti gli attori operanti nello stesso, nessuno escluso, al dialogo e alla collaborazione. E tanto basta. I ragazzi ora coinvolti saranno giudicati dai fatti. Ma prima facciamoglieli compiere. Il problema del ricambio, mutando scenario, attanaglia anche l’associazionismo antimafia. Vi è mai capitato di vedere alla testa di associazioni che si rifanno a vittime della mafia le stesse persone per anni e anni? Circostanza frequente, quasi una regola. Ciò può creare, soprattutto quando talune realtà vengono innaffiate da cospicui fondi pubblici, dei centri di potere. Ciò è incompatibile con la finalità antimafia. Che invece, per prima cosa, dovrebbe includere nella direzione di attività importanti sempre più soggetti, biograficamente freschi, che sappiano guardare non solo a ieri, ma anche all’oggi e al domani. Se è vero che la mafia non è mai uguale a se stessa, lo stesso concetto deve valere per l’antimafia associativa. Che spesso, proprio perché interpretata da soggetti inamovibili, cammina, magari andando a sbattere, guardando dallo specchietto retrovisore. Con analisi e protocolli operativi che perdono via via smalto e presa sulla realtà. Sino a divenire brutte fotocopie di quelle che un tempo erano idee e azioni originali ed efficaci.

mercoledì 13 luglio 2016

Palermo e la Cavalleria Rusticana.


La Repubblica Palermo 
12 luglio 2016 - Pag. I
La quotidiana dose di violenza 
Francesco Palazzo
Magari pensiamo che le liti per futili motivi, dove poi spuntano pistole e coltelli che lasciano a terra morti e feriti, ma in anni passati gente ha perso la vita anche dopo aggressioni a mani nude, possano avvenire solo in contesti periferici in cui la violenza verbale è un sottofondo costante e dove è facile che fazioni familiari si scontrino. Non è così. Ci pensavo dopo i due ultimi omicidi a Borgo Nuovo e a Cruillas. Mi è tornato in mente un episodio. Mi aveva angustiato per qualche ora. Poi lo avevo archiviato, anche perché dovevo accudire un familiare, nella sezione Palermo senza regole e violenta. Lo racconto perché dobbiamo imparare a stare in guardia e pensare che, a queste latitudini, pure se parcheggi tranquillamente rispettando il codice della strada puoi finire in ospedale. Oppure in obitorio. In una mattina di metà giugno cercavo un posto per l’auto nei pressi di un ospedale. Nei dintorni del quale imperversano indisturbate le solite famiglie di posteggiatori abusivi. Una, addirittura, “vigila” su un pezzo di strada con divieto di sosta. Riesco a vedere un tratto di asfalto libero dove è consentita la sosta. Faccio marcia indietro e mi accosto evitando di qualche metro, come atto di gentilezza, l’ingresso di un esercizio commerciale. Esce la signora che lo gestisce e mi redarguisce arrabbiata dicendomi che così non li faccio lavorare. Abbasso il finestrino lato passeggero e faccio notare che ho evitato l’ingresso, che mi sono fermato regolarmente, che loro non hanno nessun diritto su quel pezzo di strada e che una cosa del genere va chiesta per favore. Infila la testa sin quasi dentro l’auto un energumeno, suppongo il marito, e rincara la dose. Cerco di ripetere che non sto facendo nulla di proibito, che devo recarmi con urgenza in ospedale e che il loro ingresso è comunque libero. Si inalbera e sposta la querelle, che a quel punto si fa pericolosa per me, sul versante dell’onore. «Ma come ti permetti, pezzo di porco, a prendertela con una fimmina? ». «Scusi, non ho offeso nessuno, ho solo parcheggiato in un posto dove è consentito farlo». Ma ormai siamo a un livello da Cavalleria Rusticana. Il tizio gira intorno alla macchina, lato guida, con intenti molto seri. È a pochi centimetri dal vetro, che mi guardo bene dall’abbassare. Minacciandomi, mi urla di andare via subito, apostrofandomi più volte come un maiale che se la voleva discutere con una fimmina. A quel punto ho due alternative. Restare sul posto, scendere dalla macchina e proseguire verso l’ospedale. Ma è chiaro che rischio di arrivarci in barella e dal lato del pronto soccorso. Sarebbe poi spuntata una pistola o un coltello se insistevo, essendo nel giusto, mi chiedo adesso dopo i fatti di Borgo Nuovo e Cruillas? In quel momento non ci ho pensato, l’unica cosa che ho fatto è stata quella di rimettermi in moto e fermarmi cinquanta metri più avanti. A distanza di sicurezza dal nostro compare Alfio e con più di un brivido lungo la schiena per il pericolo scampato. C’è da dire che tutto questo è avvenuto in pieno giorno, in una strada molto battuta e commerciale, senza che nessuno intervenisse. Ma anche nel cuore di Palermo, lungo il salotto di Via Libertà, può capitare di assistere a roba simile. Come accaduto a quel signore che, salendo sul 101, ha esortato un peso massimo a non rivolgersi in modo razzista verso dei ragazzi di colore. È stato costretto a darsela a gambe, inseguito dal tizio che voleva picchiarlo. È chiaro che ogni fatto ha la sua genesi e che non si può generalizzare. Ma mettendo insieme diversi episodi eclatanti, recenti e passati, che già comunque compongono una casistica di tutto rispetto, e i tanti che ciascuno di noi potrebbe elencare e che solo per un caso non hanno avuto l’onore delle cronache, qualche ragionamento, su quanto sia difficile vivere in una città come questa, e su come in qualsiasi momento si possano correre seri rischi, pure in ambiti non periferici e degradati, si potrebbe fare.

venerdì 17 giugno 2016

Palermo 2017. Cominciamo a parlarne?


La Repubblica Palermo 
16 giugno 2016
Dopo Orlando il vuoto, a sinistra servono subito le primarie 
FRANCESCO PALAZZO 
Su Palermo la politica politicante del centrosinistra ha già iniziato le grandi manovre di avvicinamento alle amministrative del prossimo anno. Per il momento solo qualche movimento di posizione, che guarda più altrove che al capoluogo, e molti silenzi che però celano, neanche troppo per la verità, tutto un lavorio che potrebbe interessare poco i cittadini palermitani e il futuro di questa comunità. Francamente, non ci pare un modo conducente di cominciare a parlare della prossima legislatura della quinta città d’Italia. Il quinquennio che si concluderà nella prossima primavera non è stato contrassegnato da grandi unità d’intenti nello schieramento di centrosinistra nella capitale dell’isola. Il Pd, se vogliamo iniziare a circostanziare, non ci è sembrato molto presente. Se non nella duplice versione, vecchia come il cucco, di avvicinamenti o allontanamenti dal sindaco. Eppure, dal partito primo in Italia ci si poteva attendere un protagonismo diverso che doveva portare, ma sino a oggi nessun segnale c’è, a costruire una proposta di governo per Palermo. Se guardiamo al consiglio comunale, ed alla maggioranza bulgara che nel 2012 approdò tra i banchi di Sala delle Lapidi, negli anni disintegratasi, pochi segni di vita. Nella giunta di governo, il sindaco, l’uomo politico certamente più rappresentativo degli ultimi decenni, ha stabilito un rapporto diretto con la città, tanto che tra gli assessori che si sono susseguiti non è venuto fuori nessun nome che possa vivere di luce propria proponendosi alla città come primo cittadino. Poche e scarne notizie abbiamo delle opposizioni a Palazzo delle Aquile. Questo, più o meno, lo stato dell’arte a meno di un anno dalle elezioni. C’è una sola figura che emerge, quella di Orlando. E’ sua la colpa se non c’è sostanzialmente molto altro? Assolutamente no. Orlando ha fatto Orlando, ha sempre interpretato la sua figura istituzionale sapendo che riesce a parlare con la città e avendo la certezza che i palermitani, dallo ZEN al salotto di Via Libertà, sanno ascoltarlo.Sono gli altri che in questi ultimi trentadue anni, tanti saranno nel 2017, perché questa vicenda esordisce nel 1985, non hanno fatto la loro parte. Visto che ancora si avanza un appoggio ad Orlando per le prossime amministrative. Come se il sindaco in carica, conosciuto in ogni angolo di Palermo, avesse bisogno di qualcheendorsement, e lo abbiamo visto nel 2012, per riproporsi, queste le sue intenzioni, alla città tra pochi mesi. Ora, il punto è se c’è una modalità per capire se la parte politica centrale e sinistra della città può offrire, in extremis, a Palermo anche un’alternativa rispetto allo spartito sul quale si è suonata gran parte della musica politica in questa città per più di tre decenni. Tenendo conto che non si gareggia certo per essere sconfitti, e che quindi occorre andare uniti, e che i grillini, oltre che il centrodestra che ha già deciso le principali candidature, pure a Palermo faranno sentire il loro peso alle urne. L’unico modo per confermare la continuità, o registrare un cambiamento, è l’appuntamento ai gazebo. E, visto che abbiamo fatto il primo nome della contesa, già in campo da tempo, non resta che fare il secondo, che corrisponde a Fabrizio Ferrandelli, la cui candidatura ci sembra avanzata più o meno ufficialmente. Si tratta di un trentenne del PD, che si è già misurato con le elezioni amministrative, perdendole, con le primarie, vincendole, e che ha avuto il coraggio, caso unico nella storia siciliana, di rinunciare al ruolo e al connesso stipendio che contraddistinguono coloro che siedono sui banchi della deputazione all’ARS. Rappresenterebbe un salto generazionale nell’anno in cui Palermo si candida a capitale italiana 2017 dei giovani. Non resta dunque che consegnare ai cittadini delle primarie lo scioglimento di questo nodo. Evitando i contorcimenti, talvolta abbastanza eccentrici, di apparati partitici, silenti o parlanti, che vorrebbero giocarsi la partita di Palermo nel chiuso di una stanza e scrutando altrove. Considerato che si voterà nella primavera 2017, aprire i gazebo in autunno non sarebbe una brutta idea.

giovedì 9 giugno 2016

Pride Palermo: l'asterisco che da fastidio ai laici.

SE IL SESSO FA SCANDALO

La Repubblica Palermo - 8 giugno 2016
FRANCESCO PALAZZO


Scherza con i fanti, ma lascia stare i santi”. Nel caso del gadget messo in rete dagli organizzatori del Pride palermitano 2016, (“Ognuno cia ficca a cu voli”), il cui momento principale sarà la marcia del 18 giugno, si è capovolto il senso e la sostanza della frase. Parafrasandola, potremmo coniarne una nuova: “Gioca con i santi, ma tieniti lontano dai fanti”. E sì, perché quando si gioca con i santi, la coccarda dei libertari è facile un po’ per tutti indossarla. Certamente i lettori ricorderanno il dopo Pride di qualche anno addietro. In occasione dei festeggiamenti laici per Santa Rosalia, venne proiettato un video sul portale del duomo di Palermo. Per pochi secondi comparivano l’asterisco, simbolo del Pride stesso, e i gameti maschili e femminili accoppiati anche in versione omo. Correva l’anno 2013. La levata di scudi in ambito cattolico fu istantanea. “Vergogna. - scrisse un prete – L’ideologia omosessualista proiettata sul nobile porticato meridionale della cattedrale di Palermo…”. In quell’occasione, i fanti ebbero gioco facile nel puntare l’occhiolino pieno di disgusto contro quella parte del mondo cattolico fermo a chissà quando. Solo che la ruota gira e, nel volgere di qualche anno, proprio i fanti laicisti, quelli che sono, o sarebbero, anni luce avanti sui diritti civili, si inalberano, da destra a sinistra, da sopra a sotto, dall’alto in basso e dal basso in alto, verso una frase provocatoria, che somiglia appunto all’asterisco puntato sulla cattedrale. Solo che questa volta il fascio di luce è puntato altrove. E illumina, come meglio non si potrebbe, i limiti non del mondo cattolico questa volta, che in gran parte si tiene lontano, coerentemente, dai cortei del Pride, ma di quella galassia che esordisce con la tipica frase: “Premetto che ho rispetto per il mondo LBGT e sarò presente il 18 giugno ma…”. Seguono una valanga di sottolineature, distinguo, moralismi degni di miglior fortuna, verso un gioco apparso prevalentemente su facebook, dove tante facce appaiono con un gadget in cui appare la scritta sopra richiamata. Un gioco che però, visto le reazioni che sta provocando, non si sta rivelando solo un modo per strappare un sorriso, e penso che solo questo voleva essere, ma un poderoso scompaginamento, una specie di strike, verso quel muro che ancora è, in campo laico, l’emarginazione sessuale del mondo LBGT. Perché, capite, in fondo lo schema è facile da comprendere. Sui diritti civili per carità, per voi ci faremmo pure ammazzare. Ma sul sesso, che è poi il vero tabù che unisce l’ostracismo ancora virulento che proviene dai campi confessionali e laici, state un attimino calmi. Quello che avviene nelle camere da letto sia separato da ciò che succede nelle piazze. E, invece, il problema inizia proprio da lì, dal privato, dalla carne, dai corpi. Poi vengono i riconoscimenti giuridici e tutto il resto. Allora, se è servito a far venire fuori il retroterra culturale nel quale ci muoviamo, benvenuto all’innocente gadget. Del quale, peraltro, non c’è traccia nel sito ufficiale del Pride palermitano, a significare che solo di un piccolo divertimento provocatorio si trattava. Una minuscola provocazione che, tuttavia, ha attirato, come una potente calamità, i tanti che si sono sentiti puntati addosso il potente faro di un grande asterisco. Che si sono subito premurati di cancellare, agitandosi a più non posso sulle tastiere e consegnando ai social network un pezzo di verità. Che solo per ipocrisia, o per sposare sino in fondo il politicamente corretto, si è soliti tenere sotto il tappeto. Un pezzo di verità che si portano appresso, appunto come un grande asterisco, anche tanti di coloro che andranno alla marcia di metà giugno. Ci dice, questo tassello fondamentale di verità, che la strada da fare è ancora lunga. E, prima ancora di transitare dalle leggi, passa dalla testa delle persone. 

domenica 29 maggio 2016

Amat: non pagare e sorridere.


La Repubblica Palermo 
28 maggio 2016
La guerra perduta ai portoghesi sul bus
FRANCESCO PALAZZO

Negli ultimi tempi mi è capitato di vedere diverse volte la stessa scena. Nei bus Amat si tende ad affrontare i portoghesi, o meglio, per non offendere un popolo civilissimo, i palermitani incivili, in maniera più dialogante. Chi non ha obliterato viene invitato a sanare la “dimenticanza”. Chi è senza biglietto viene sollecitato a scendere alla fermata successiva. In quest’ultimo caso il soggetto si limiterà a inforcare la corsa seguente, arrivando indenne da sanzioni al traguardo. Ciò può avere due motivazioni. In primo luogo, le multe evidentemente difficilmente vengono pagate. Inoltre, proprio per porle in essere non è raro che gli addetti siano oggetto di pesanti aggressioni fisiche. Cosa non accettabile per chi si limita a fare solo il proprio dovere. Serve questo approccio morbido a sensibilizzare i cittadini al pagamento del biglietto? Può essere. Potrebbe determinare la circostanza che infilare il tagliando nell’obliteratrice si trasformi per i più resistenti, che in tal modo potrebbero aumentare, e già sono tantissimi, in un gesto del tutto facoltativo? Molto probabile anche questo. Nel frattempo, chi deve imbarcarsi e chiede all’autista se può acquistare da lui il biglietto, 9,9 volte su dieci riceve un no come risposta. Tutto ciò può far desistere dalle buone intenzioni quei pochi che il biglietto continuano a farlo senza pressioni di sorta. Se non rischio nulla, potrebbero cominciare a pensare gli stakanovisti del rispetto delle regole, mi conviene tenermi il biglietto intonso in mano oppure salire senza neppure quello. Un rimedio più conducente ci sarebbe. Lo aveva messo nero su bianco la stessa Amat. E’ durato, come le tante grida manzoniane, tipiche dei posti dove i precetti si annunciano e si moltiplicano per l’inchiostro dei giornali, da Natale a Santo Stefano. Obbligava all’ingresso esclusivamente dalla bussola anteriore. Si potrebbe ripristinare e obbligare l’autista, come avviene normalmente in altre città italiane ed europee, a verificare il possesso e la regolarità dei titoli di viaggio. Nessun privato potrebbe stare più di qualche mese sul mercato se si permettesse la licenza poetica di avere un altissimo numero di non paganti, di non controllare gli utenti a tappeto e di non far pagare dazio una volta verificata la scorrettezza dei viaggiatori. Chi si reca al Falcone - Borsellino o torna in città dall’aeroporto con il pullman, può verificare quanto un privato, se vuole garantire gli stipendi ai propri addetti e fare utili, deve legittimamente, per prima cosa, anche se usufruisce di un ristoro pubblico, pretendere da tutti il pagamento di un corrispettivo per il servizio, in questo caso sempre puntuale e con ottimi mezzi, che fornisce. Questo va detto perché spesso, quando si parla di privatizzazioni, si grida al lupo al lupo. Ma ai cittadini interessa avere servizi che non costino un occhio della testa come contribuenti, che siano efficienti, pagando il giusto.Un’altra cosa va rilevata. Durante la querelle sulle zone a traffico limitato, che ha avuto una nuova puntata scritta dal CGA, c’è stata la conferma che l’introito andrebbe anche a finanziare l’Amat. Ma si finanzia in sovrappiù una realtà che si fa pagare sempre, senza se e senza ma, la prestazione che rende. Altrimenti dire servizio pubblico è solo un modo per sventolarci sotto il naso una vetusta bandiera ideologica da socialismo reale. Che, in soldoni, vuol dire soltanto che occorre pagare diverse volte. Prima come contribuenti, poi come viaggiatori paganti, poi ancora per riempire i buchi che un’azienda dovrebbe cominciare a colmare da sola. Facendo intanto non fuggire, in larga parte, l’incasso dovuto dagli utenti. Insomma, veda l’azienda come fare. Ma si deve trovare un modo, perché altrove, non sulla luna, ci riescono, per riscuotere, senza che nessuno sfugga, quanto dovuto dai passeggeri. Non bisogna neppure guardare lontano. Ciò che si fa, bene, sulle quattro linee del tram, con introiti non trascurabili da quel che leggiamo, deve potersi fare anche sugli autobus.

lunedì 16 maggio 2016

Ecumenismo a Palermo: forma e sostanza.

La Repubblica Palermo
15 maggio 2016
Cosa ci insegnano i Valdesi
Francesco Palazzo

La visita ufficiale dell’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice, presso il luogo di culto dei Valdesi e Metodisti, avvenuta domenica 8 maggio, come ricordato su queste pagine da Augusto Cavadi, segna certamente un punto importante nel dialogo tra credenti nello stesso dio. Vedere un porporato predicare dal pulpito della chiesa valdese faceva un certo effetto. Non sappiamo chi ha fatto il primo passo, ma il nuovo arcivescovo di Palermo non ha fatto certo valere la forza dei numeri ed è andato lui. La piccola comunità valdese e metodista ha svolto negli ultimi decenni un ruolo culturale di rilievo a Palermo. Basti pensare alle centinaia di incontri, di tutti i tipi, con persone orientate nei più diversi modi, che si sono svolti nell’auditorium che si trova alle spalle del luogo di culto, dietro il Teatro Garibaldi. Tale apertura non vi è stata nei luoghi di pertinenza della diocesi di Palermo. Basta ricordare che la Scuola di Formazione etico- politica Giovanni Falcone venne, di fatto, allontanata da ambienti cattolici per avere invitato l’ex abate Franzoni, uno dei protagonisti del Concilio Vaticano II, poi sospeso a divinis. Sull’avvicinamento cattolici- valdesi vorremmo sottolineare un aspetto critico e individuare un futuro. La comunità cattolica palermitana, a parte qualche sparuta presenza, si è tenuta sostanzialmente lontana da questo importantissimo evento. La piccola chiesa valdese era piena un po’ più del solito, ma erano quasi tutti fedeli protestanti. Per il resto giornalisti e cineoperatori. Nello spiazzo antistante la chiesa, che è rimasto vuoto, ipotizzando un accesso cospicuo, era stato data la possibilità di ascoltare attraverso un altoparlante. Che ha parlato al vento. Ciò per dire che il limite di queste iniziative è che sono gestite dai vertici, senza che la base sia sulla stessa linea. Quasi tutti i cattolici praticanti palermitani neppure sanno dove sorgono i luoghi di culto valdesi e metodisti. Eppure, passarci ogni tanto (la funzione domenicale è alle 11) non farebbe male al fedele cattolico. Così come, per gli adepti delle altre confessioni religiose esistenti a Palermo, potrebbe costituire motivo di formazione e di vero avvicinamento intrufolarsi ogni tanto in cattedrale o in altre chiese parrocchiali durante i riti cattolici. In tal modo si potrebbero creare percorsi condivisi e allargati. Ma è chiaro, detto ciò, che questi primi passi (Lorefice è andato anche presso gli anglicani di Via Roma, di fronte l’Hotel delle Palme), vanno tenuti nella giusta e importante considerazione. E, anzi, siccome questa contaminazione può senz’altro costituire un modo per scambiarsi buone pratiche, utili non solo alla città di dio, ma anche a quella degli uomini, e qui veniamo al futuro, chissà se ci saranno dei frutti più maturi. Per esempio pastorali comuni sul come affrontare in maniera sistematica la criminalità organizzata, o riflessioni congiunte sulla morale sessuale e familiare. Su quest’ultimo argomento, il mercoledì successivo all’incontro tra Valdesi e Cattolici, un vescovo importante di una rilevante diocesi siciliana, quella di Monreale, esprimeva, nel giorno dell’approvazione definitiva della legge sulle unioni civili, la posizione più dura della chiesa cattolica. Definendo da “fascismo strisciante”, parole che neppure la più acerrima delle opposizioni politiche ha pronunciato, il voto di fiducia chiesto dal governo su tale norma. Niente di più distante dal modo di operare dei Valdesi e Metodisti, che preferiscono parlare di famiglie, tutte con la stessa dignità, e offrono alle coppie omoaffettive la possibilità di essere benedette in chiesa. Insomma, non bastano i riti, per quanto storici. Occorre mettersi al lavoro, magari coinvolgendo tutte le comunità di fede e non soltanto le punte più avanzate.

giovedì 28 aprile 2016

Antimafia? Houston, abbiamo un problema.

La Repubblica Palermo
27 aprile 2016 - Pag. I

Perché l'antimafia segna il passo

Francesco Palazzo

 È da rifondare l’antimafia? Se Cosa nostra ci fa compagnia da tre secoli, possiamo dire, parafrasando l’astronauta,«Houston, abbiamo un problema». Come si affronta? Innanzitutto, con spirito laico. Ha ripreso vigore la polemica sul libro di Fiandaca e Lupo, “La mafia non ha vinto”. Gli autori mettono in discussione l’esistenza di una trattativa Stato-mafia. La querelle nasce dal fatto che i due sono stati invitati a corsi per magistrati. Molti testi che si schierano per l’esistenza della trattativa sono stati pubblicati. Fiandaca e Lupo forniscono due punti di vista che ci servono. Poi, occorre non ritenere l’antimafia un blocco monolitico, di fronte al quale trovare la chiave per risolvere il problema. Dovremmo tornare a riflettere sulle antimafie. Concretamente, senza perdersi nei labirinti delle parole. Del resto, se dovessimo non chiamarla più antimafia, ma in altro modo, si risolverebbe forse l’intreccio problematico? Vediamo, dunque, di mostrare alcuni tornanti di questa antimafia che mostra la corda. Cominciamo da quella fatta di emotività. Risposta comprensibile, che spesso nulla lascia sul campo e casistica ampia. Citiamo la polemica sugli occhiali con una frase di Impastato come messaggio pubblicitario, che alla fine portò al ritiro dello spot, e la fiction “Il capo dei capi”. Due messaggi diversi, su un eroe e su un mafioso. Entrambi non sono andati giù a un’antimafia che si ferma all’irritazione. E’ un atteggiamento seriale, che si ripeterà. Dicono gli studiosi che l’emotività contro la mafia non serve. Il secondo lato debole di questa crisi, ha la stessa sindrome. Ci riferiamo alla politica, sia quando si esprime con norme (di solito approvate reattivamente dopo gravi fatti di mafia), sia nella sua vita quotidiana (per i partiti la mafia esiste quando arrestano un loro esponente o i tribunali parlano). Non c’è visione di lungo periodo. Anzi, quando il vento del sangue si placa, si torna indietro. Vedi la modifica alla legge sui collaboratori di giustizia, che ha reso problematica la loro gestione. Erano troppi, adesso sono pochi e l’emergenza è finita. Mentre il parlamento non si pronuncia sul concorso esterno in associazione mafiosa. Spesso la politica ascolta più i Porta a Porta che i servitori dello Stato. Difficile dimenticare il trattamento riservato al prefetto Giuseppe Caruso sui beni confiscati. Un terzo atteggiamento è quello di affidare alla magistratura e alle forze dell’ordine la lotta alla mafia. Un altro sintomo di un’antimafia che ansima è il versante degli affari. Tenendo ferme le garanzie per i singoli, a molti non pare infondata l’ipotesi che talvolta, dietro ai proclami sulla legalità, si possano annidare interessi personali. Un altro aspetto si riferisce all’azione amministrativa. Talvolta si sbarra la strada a valutazioni sulle cose concrete - le uniche che interessano che si facciano, bene, ai contribuenti - innalzando il verbo dell’antimafia. Sciascia, al di là dei casi specifici citati allora, individuava i professionisti dell’antimafia. Il grande scrittore fu insignito, dall’antimafia emotiva, era il 1987, della medaglia di quaquaraquà e posto ai margini della società civile. E chiudiamo con la società civile, la sesta antimafia che segna il passo. Quella delle realtà che campano di finanziamenti pubblici. Qui basta ricordare don Puglisi. Contro la mafia stragista innalzò il vessillo della gratuità, lontana dai soldi pubblici e dalle segreterie dei notabili. Lo abbiamo già scritto. Solo beni e servizi alle associazioni. Se si hanno buone idee, cammineranno lo stesso. Come vediamo da questi pochi spunti, non si tratta di malattie recenti. Occorrono dunque delle cure non episodiche. E l’antimafia virtuosa? Non manca, ma ha il piombo sulle ali messo da quella che non funziona e che spesso crea più icone inamovibili che buone pratiche condivise. Ma c’è. Può avere il volto di Santi Palazzolo, l’imprenditore di Cinisi che ha denunciato un’estorsione. Intervenendo alla Leopola sicula ci pone una domanda. «E’ più antimafia fare le marce o alzarsi alle quattro del mattino, indossare gli indumenti da pasticciere, e dare ogni giorno lavoro onesto a cinquanta persone?». Tale interrogativo ci indica quanto un’antimafia non parolaia debba per forza passare dall’imperativo categorico di creare, ed è compito soprattutto della politica, ma non soltanto, le precondizioni di lavoro vero e non assistito.

giovedì 14 aprile 2016

Riina jr, la televisione, la mafia e noi.

La Repubblica Palermo
14 aprile 2016 - Pag. I
Il figlio di Riina e quelli delle vittime
Francesco Palazzo
(la parte in neretto non è stata pubblicata per motivi di spazio)

Sull’intervista al figlio di Riina, una considerazione preliminare, di serenità mentale. Prima conoscere, poi parlare. Nei giorni precedenti il Porta a Porta un fiume di dichiarazioni ci ha invaso. La politica ha fatto quello che sa fare. Mettere le mani nella RAI. Che va lasciata libera. Anche di sbagliare. Non abbiamo bisogno di una televisione che nasconda il male sotto il tappeto. Sarà sempre tardi il giorno in cui la RAI diventerà un servizio pubblico autonomo. Cane da guardia della democrazia, e nelle democrazie si sbaglia, solo nei totalitarismi non si fanno errori, che sbatta il telefono in faccia a chi pretende di dire ciò che deve andare in onda. Molte volte è accaduto, sui prodotti che parlano di mafia, che ci siano state lamentele. Tutto lecito. Va ricordato, perché si è affermato il contrario, che Enzo Biagi, quando nel 1989 intervistò Liggio, un capo, fu apostrofato con violente critiche. Lui rispose che faceva il giornalista e questo era tutto. Insomma, niente di nuovo. I mafiosi raccontano sempre le loro storie. Se non che spesso alte volano le nubi della retorica e gli sbuffi a perdere della locomotiva Sicilia offesa. Il figlio del capo di cosa nostra mostra il volto familiare di un periodo della sua vita. Difende il padre e non esprime giudizi sul suo spessore criminale. Vespa ha chiarito subito di cosa si trattava (“Trasmetteremo ora l’intervista a un mafioso”). Potevano essere poste altre domande? Tutti gli italiani, come quando gioca la nazionale, sono diventati esperti. E’ bello scoprire, peraltro, che l’Italia è piena di cronisti coraggiosi che sanno fare domande sconvolgenti ai mafiosi. Come mai ancora le mafie stanno in piedi, con tutti questi giornalisti di razza in azione, non riusciamo a spiegarcelo. Chi ha decrittato l’intervista dice che qualche grosso messaggio è partito. Ci troveremmo quasi di fronte ad uno scoop. Tutti abbiamo visto e possiamo valutare se è stata o no bella la figura fatta dal Riina. Dal mio punto di vista è emerso un altro lineamento, quello dell’allievo ufficiale figlio di Vito Schifani, agente morto a Capaci. Il tono della sua voce, le sue parole, il suo volto, la sua emozione. C’è chi dice che sarebbe meglio il silenzio, come condanna alla dannazione della memoria cui i mafiosi dovrebbero essere destinati. Ma anche quando della mafia non si parlava, negandone l’esistenza, pure nelle procure, questa continuava a rafforzarsi. Ed è sopravvissuta lungo tre secoli. E’ questa la vera vergogna, di cui tutti portiamo il peso. Il problema non è raccontare ventiquattro anni di latitanza di Riina, ma che questa ci sia stata. Magari coperta ai massimi livelli. Forse un giorno sapremo perché e come è avvenuto tutto questo dai mafiosi. Sono gli unici che parlano. Non l’hanno fatto, e non lo fanno, pezzi importanti di classe dirigente. E quando la classe dirigente migliore di questo paese, vedi il prefetto Giuseppe Caruso sulla gestione dei beni confiscati, dei quali si è parlato nel Porta a Porta “incriminato”, denuncia e propone, la si guarda con sospetto. C’è pure chi teme il fascino che i giovani subirebbero dall’esposizione mediatica dei mafiosi. Ma i ragazzi non sono scemi e la mafia ha arruolato nuove leve anche quando non c’erano televisione e internet. Hannah Arendt, a proposito dei nazisti, (“La banalità del male”), scrisse che “le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressocché normale, né demoniaco, né mostruoso”. Le vie d’uscita, che la filosofa e giornalista tedesca vede, sono la facoltà di pensare e la distinzione tra giusto e sbagliato. La forza del giudizio. Facoltà che dovrebbero essere nella disponibilità di tutti. La politica, anziché occuparsi di palinsesti televisivi, ponga le condizioni affinché tutti diventino cittadini senza catene. Non servono né balie, né divieti, come i libri che non si vendono. La politica lotti la mafia. Cittadini liberi e responsabili e politica seria possono sconfiggerla.  Il resto, talvolta, è solo fumo che vola. 

giovedì 7 aprile 2016

ZTL a Palermo. Qualche proposta dopo la botta.

La Repubblica Palermo
6 aprile 2016

Il divieto e il rischio dell'effetto calamita
Francesco Palazzo
Sulle Ztl palermitane, a prescindere dai problemi sulle modalità di pagamento, rispetto alle quali non si capisce come si potrà ovviare in otto giorni (dal 7 al 14 aprile), ammesso che il Tar sia in «sinergia » con il Comune nel giorno del giudizio, si può avanzare un’ipotesi che cercheremo di dimostrare. La vasta area interessata può determinare una specie di effetto calamita. Abbiamo già detto che questa Ztl palermitana è differente in un punto fondamentale rispetto a quelle conosciute, pagando un abbonamento annuale, un semplice cittadino non appartenente a particolari categorie, può accedere indisturbato da non residente. Questo è il discrimine tra ciò che si può chiamare Ztl e ciò che si deve nominare necessariamente in un altro modo. E ciò fa del messaggio che il comune vorrebbe inviare, ossia meno inquinamento, un qualcosa di profondamente diverso. Cominciamo dal numero di auto che comunque non potranno entrare. A questa quantità vanno tolti i mezzi che appartengono ai residenti abitanti dentro il grande perimetro. Che sono messi con le spalle al muro. Anche se non prendono le macchine, tenendole posteggiate e dunque per nulla minacciose per i livelli di smog, devono pagare l’obolo annuale, novanta euro. Molti residenti se la sono pensata. Giungendo alla conclusione che, visto che devono pagare, l’auto la utilizzeranno sempre. Anche se magari in genere molti di loro preferirebbero, anche per scelte ambientaliste, servirsi dei mezzi pubblici. Invece di fare muro contro muro, mostrando che il vero problema è fare cassa, si poteva, e si potrebbe ancora, optare per un sistema misto per i residenti. Dando loro la possibilità di pagare la quota annuale, se vogliono, oppure di non pagare e lasciare la macchina ferma nelle ore proibite o al massimo usufruire di permessi giornalieri al bisogno. Insomma, a quest’ampia fascia di abitanti palermitani il messaggio che si manda vira più sull’istigazione a prendere, compulsivamente e quasi per dispetto, l’auto, che verso il convincimento a non prenderla senza pagare nulla. Anche per i non residenti, il dispaccio dell’amministrazione, che li vorrebbe tutti paganti, giunge forte e chiaro. A tutti, anche a coloro che al centro non ci vanno quasi mai e che, pagando, si sentirebbero nel diritto di fare ripetuti giri di giostra da abbonati con il posto in prima fila. Anche in questo caso, per fare le cose senza radicalismi e singolarità rispetto a quanto avviene nelle altre metropoli, si poteva, e si può, eliminare la quota annuale e consentire, sempre con i cento euro, un certo numero d’ingressi, mettiamo venti, da spendere in un anno. Dopo si inizia a pagare ad accesso. Se si vuole dissuadere davvero e non invitare a fare giri di giostra. Per chi nello sterminato ring lavora, fa impresa, ha studi professionali occorre trovare delle soluzioni che non pregiudichino un’economia che già non gira a mille. Fa male l’amministrazione a liquidare questo problema con un’alzata di spalle. Vanno potenziati i mezzi pubblici che convergono verso le zone a traffico limitato. A meno che, ma sarebbe una scelta da suicidio, non si ritengano già sufficienti i percorsi dei tram che portano dritti a due centri commerciali. Ora, sia che il Tar faccia passare o che blocchi, c’è il tempo di tornare a logiche più ragionevoli, se davvero si ha a cuore l’aria che respiriamo. Se invece il solo problema è fare incasso facile, tacciando per giunta i palermitani di essere duri ai cambiamenti, si prosegua nella strada intrapresa. In questo caso, però, potrebbero essere i palermitani a dare ai governanti una lezione di maturità. E la cosa stava già avvenendo prima del blocco dei pagamenti. Come leggere, infatti, l’enorme divario tra coloro, pochi, che stavano pagando, quasi sempre perché obbligati, e i tantissimi, la stragrande maggioranza, che hanno deciso di accettare la sfida di un’aria più pulita e perciò non pagando stavano, stanno, utilizzando questo provvedimento come una vera e seria Ztl? Insomma. Per chi suona la campana? Per gli amministratori, che si sentono moderni, o per gli amministrati, che si vorrebbero antichi e resistenti?

giovedì 31 marzo 2016

Fenomenologia dei marciapiedi palermitani.

La Repubblica Palermo
30 marzo 2016
Come è difficile andare a piedi
Francesco Palazzo

Com’è andare a piedi a Palermo? Bello. Ogni volta vedi una città diversa, anche se passi dagli stessi luoghi. E sì, Palermo è bella, talmente bella che, pur essendo stata trattata male, riesce ancora a esprimere fascino a residenti e turisti. Basta che non vi soffermiate a guardare il terreno in cui poggiate le suole delle scarpe. Sì, si fa a tutto l’abitudine. Però c’è un momento in cui cominci a guardare e ti chiedi: ma è possibile? Io ho iniziato a metà di Via Sciuti, la vigilia di Pasqua, da un tratto di marciapiede dissestato. L’ho fotografato. Torno alla strada che avevo finora fatto, da Via Empedocle Restivo, e mi viene il dubbio che questa scena l’ho già vista. Comincio a fotografare tutti le imperfezioni, chiamiamole così, dei marciapiedi che sto percorrendo. Ben presto devo arrendermi. Finisco via Sciuti, percorro via Terrasanta e poi giro a sinistra per via La Farina. Ho ripreso solo un dieci per cento delle cose che non vanno e sono a una ventina di foto. Smetto di riprendere e continuo a vedere. Devo arrivare sino allo stadio. Non cambia la situazione, difficile fare più di pochi metri e non vedere buche, fessure, manti divelti, rattoppi più brutti di quello che dovevano coprire, un campionario di tutto rispetto. Se avessi continuato a fotografare, mi si sarebbe esaurita la memoria del cellulare. Stiamo parlando di un lungo tratto che sta al centro della città. Mi convinco, però, di avere sbagliato percorso. L’indomani pomeriggio, giorno di Pasqua, provo a farne uno diverso e più lungo. Viale Croce Rossa, Via Libertà, Via Ruggero Settimo, Via Maqueda sino alla stazione e poi ritorno da via Roma. Tranne qualche eccezione, la situazione dei marciapiedi, in cui camminano non solo coloro che possono stare attenti a non finire con la faccia a terra, ma anche tanti anziani, bambini e portatori di handicap, è pessima. Stessa cosa nel giorno di Pasquetta. Dopo pranzo decido di percorrere Viale del Fante, Via Imperatore Federico, costeggio la fiera, poi Via Autonomia Siciliana e risalgo verso il punto di partenza. Non cambia la situazione di una virgola. Ma coloro che devono curare questo aspetto non secondario della città, che riguarda non solo la sicurezza, ma anche il decoro, la bellezza, hanno mai passeggiato a piedi sui marciapiedi della zona centrale di Palermo? Non parlo delle periferie perché apriremmo, più che un capitolo, un baratro. L’hanno mai fatto gli amministratori e i consiglieri comunali? E se si, hanno visto qualcosa di diverso e di più decente rispetto a quanto descritto? Si può porre rimedio a tutto ciò? Ha la stessa importanza del Parco della Favorita? Certo, è più complicato, ma è anche più urgente. Ed è incomprensibile come quest’amministrazione, che già è a fine legislatura, non abbia messo mano a rendere sicuri e decenti, ai palermitani e ai turisti, gli spostamenti a piedi. Adesso, con l’istituzione delle ZTL, si chiede a tutti di servirsi dei mezzi pubblici e delle gambe per spostarsi nel cuore della città. Si cominci, allora, dal perimetro che costeggia l’ampio tratto delle due zone a traffico limitato e si prosegua poi andando verso l’interno. Si potrebbe utilizzare personale precario. Armato di macchine fotografiche, dovrebbe immortalare tutto ciò che non va e girarlo all’amministrazione. Che, utilizzando le maestranze a stipendio, potrebbe provvedere a sistemare tutto. Da qui alle elezioni manca più di un anno, almeno per la zona centrale ce la dovremmo fare. Potrebbe poi nascere, a supporto della prossima campagna elettorale, una mostra sui marciapiedi di una parte consistente del capoluogo. Com’erano e come sono diventati dopo la cura. Non sappiamo se davvero la Favorita, per la quale manca comunque anche un generico programma di come potrebbe diventare, sia il nuovo Teatro Massimo. Al momento non pare. In fondo, tenere pulito dovrebbe essere la norma. Lascerei, pertanto, perdere gli acuti, per utilizzare un termine lirico, e mi concentrerei sulla normalità. Cominciando da dove tutti ogni giorno mettiamo i piedi (La parte in neretto non è stata pubblicata per motivi di spazio).  

mercoledì 16 marzo 2016

Il parroco, le confraternite, il vescovo, i vivi e i morti.

La Repubblica Palermo
16 marzo 2016
I "torti" del sacerdote di Augusta e i peccati impuniti della chiesa siciliana
(alcune parti non sono state pubblicate)
Francesco Palazzo

In Sicilia pare che ci siano più di mille e settecento parrocchie, quindi ci saranno, più o meno, altrettanti parroci. Nella provincia di Siracusa le chiese parrocchiali sono 120. In questa provincia ricade la città di Augusta, dove svolge il presbiterato don Palmiro Prisutto. Al quale il vescovo aveva dato cinque giorni per dimettersi da parroco della chiesa madre. Ora la cosa è rientrata. Ma a noi pare nel modo peggiore. Quale sarebbe stata la colpa di questo prelato? Non avrebbe buoni rapporti con alcune confraternite. E questo, considerato che tali sodalizi sono spesso portatori di un cristianesimo fatto di devozionismo esteriore, potrebbe essere un titolo di merito. E, casomai, dovrebbero essere attenzionati tutti quei parroci che invece con le confraternite fanno pappa e ciccia, visto che talvolta vi si annidano presenze non proprio specchiate. Va ricordato che Don Puglisi, appena arrivato a Brancaccio, con la confraternita ebbe il suo primo contrasto. Tentò di rifondarla, ma fu lasciato solo anche in questo. In un’intervista a Repubblica, don Prisutto afferma, sulle confraternite, che “non ho tempo da perdere con un’idea di religiosità che, peraltro, non condivido affatto. Ho cose ben più importanti da fare”. Le cose più importanti da fare sono quelle che queste confraternite, che evidentemente hanno molto potere tanto da convincere un vescovo ad intervenire duramente, rimproverano al prelato. Dicono che pensa più ai morti che ai vivi. L’arciprete legge in chiesa la lista di quanti sono morti per patologie tumorali in quelle zone. Non solo Augusta, ma anche Melilli, Priolo e parte della stessa Siracusa. Quasi 180 mila persone. In questo distretto, dal 1949 a oggi, si è impiantato di tutto. Parliamo di quello che è stato il polo petrolchimico più grande d’Europa. Uno studio presentato nel 2013, e non è il primo, ci consegna dei dati. Alcune tipologie tumorali sono risultate in eccesso nella zona. Dunque un problemino un po’ più serio del portare in giro per le vie dei simulacri. Ci pare un pensare ai morti che si occupa di preservare quelli che sono ancora vivi. E pare che anche lo stesso vescovo e altri parroci condividano queste problematiche. Solo che don Palmiro non si è limitato a generiche esortazioni, ma ne ha fatto un tratto fondamentale del suo impegno. Come Don Puglisi. Quanti predicavano contro la mafia dopo le stragi del 92-93? Ma soltanto don Pino prese sul serio, portandola sino in fondo, la sua vocazione. Disturbando, come adesso il parroco di Augusta, come egli stesso sospetta, interessi forti. Ora don Palmiro intende portare tale pratica di leggere i nomi dei morti per cancro nella piazze. Per il vescovo, il quale afferma che le ultime parole concilianti pronunziate da don Palmiro durante una messa “sono il chiaro segno della sua volontà di comunione alla quale da tempo con paterna fermezza lo esortavo”, la vicenda è chiusa. Dal suo punto di vista nel migliore dei modi. Ma non dal nostro punto di osservazione. Ci sembra come la parabola del figliol prodigo che è tornato alla casa del padre. Ma quale sarebbe questo smarrimento della comunione da parte del sacerdote? Forse i mugugni delle confraternite? Possibile che il vescovo abbia parole cosi nette sul “ravvedimento” del suo confratello e non dica nulla a queste confraternite? Hanno tanto potere da zittire pure un principe della chiesa. E perché? La vicenda lascia l’amaro in bocca. E allora diciamola tutta. Possibile che tra tutte le incoerenze che possono essere addebitate al clero siciliano, non tutto è ovvio, ci sono tanti buoni parroci, proprio si deve colpire un prete come questo facendo di fatto vincere il potere di una religiosità molto discutibile? Ma non ce ne sono preti attaccati al denaro, che fanno finta di non vedere i mafiosi nelle confraternite, che vanno a passeggio con la politica diventandone clienti per ottenere finanziamenti, che diffondono dai pulpiti messaggi che fanno a pugni con il rinnovamento propugnato da papa Francesco? Perché questi vengono lasciati in pace? Ho appena visto il film Il caso Spotlight, sui casi di pedofilia nella chiesa. Un prodotto cinematografico che andrebbe proiettato in tutte le chiese. Ecco un campo dove la chiesa siciliana, invece di puntare un uomo di fede che svolge bene il proprio compito, potrebbe esercitarsi per vedere quanto e se è ampio nella nostra isola questo gravissimo problema.

domenica 13 marzo 2016

I bus e il Caravaggio. Ecco perché non pagherò la ZTL.



La Repubblica Palermo
12 marzo 2016 – Pag. I
I bus scomparsi come il Caravaggio
Francesco Palazzo

Può darsi che corrisponda al vero il rimprovero di chi amministra questa città circa l’abitudine dei palermitani che non vogliono staccarsi dalle proprie automobili per andare in centro. Se la decisione di lasciare a casa l’auto è più facile da prendere quando non si devono rispettare orari, nel momento in cui si ha un impegno, è più difficile rischiare. Anche se abiti non in periferia, ma a due passi dallo stadio. Ma tant’è. Domenica pomeriggio, per recarci a vedere l’ottimo spettacolo sul Caravaggio rubato, decidiamo di metterci alla fermata del 101, inizio di Viale Croce Rossa, alle 16 e 45. Lo spettacolo inizia alle 17 e 30, e anche se la vettura non passa ogni tre minuti, come in teoria dovrebbe accadere nei giorni feriali, contiamo sul fatto che in dieci minuti dovremmo essere a bordo e arrivare dunque in orario a Piazza Verdi. Dopo avere atteso il primo quarto d’ora, sono già le 17, cominciamo a fremere. Andiamo a prendere l’auto? No, attendiamo. Chiediamo a uno dei tanti che attendono. Aspetta da mezz’ora, dunque dalle 16 e 30. Ci rassegniamo. L’autobus transita dopo dieci minuti, alle 17 e 10, dopo venticinque minuti di attesa. Appena a bordo chiedo all’autista ogni quanto passa il 101, visto che l’amministrazione comunale aveva sbandierato che proprio questa linea era stata potenziata. Il conduttore risponde: «Il bus passa ogni quanto ce n’è». Come scusi? Scioglie il senso dell’arcana frase spiegandoci che mancano alla conta quattro vetture, forse guaste le vetture, forse assenti gli autisti, non l’abbiamo capito. Il bus, dopo tanta attesa, inutile dirlo, è pieno sino all’inverosimile, sembra più un carnaio che un mezzo di trasporto. In tutto il tragitto salgono almeno 150 persone, solo una piccola parte, una ventina in tutto, timbra il biglietto. Il resto viaggia gratis e sa di rischiare non più di tanto. Dei controllori neppure l’ombra. Eppure siamo in un orario di punta, con tanta gente che si reca al centro a passeggiare. Ma anche quando salgono, lo abbiamo visto altre volte, invece di sanzionare chi è senza tagliando, annunciano prima di salire a bordo la loro presenza, così chi è senza biglietto, ossia la stragrande maggioranza, ha il tempo di abbandonare il luogo del delitto. Insomma, per chi viaggia a sbafo, il massimo di disagio è rimettersi sul marciapiede e attendere il prossimo mezzo. Sperando che “gli sceriffi”, come li chiamano i nostri concittadini abituati a fare i portoghesi, non si rifacciano vivi. Intanto, dal finestrino, in mezzo a tutto questo casino, vediamo una stazione del bike sharing. Non abbiamo il pane e ci offrono il caviale e lo champagne. E il Caravaggio che ci attende? Può aspettare. Sono già le 17 e 30, lo spettacolo sta per iniziare e siamo ancora a Piazza Castelnuovo. A quel punto, visto che il bus deve fare ancora fare il giro della piazza, percorrere Via Amari, immettersi in Via Roma e percorrerne un bel tratto e che comunque non appena a terra ci attende il tratto alto di Via Cavour a piedi, decidiamo di scendere e di incamminarci a passo super svelto e col cuore in gola verso il Teatro Massimo. Entriamo trafelati nel nostro palco alle 17 e 45, perdendoci la parte iniziale della rappresentazione e dopo un’ora esatta da quando c’eravamo messi alla fermata. Questi i fatti, mentre sono ancora in ballo le ZTL, che si sostanziano nel pagare per inquinare o non pagare e affidarsi ai mezzi pubblici. Che, come vediamo, muovendoti in zona centrale, perché delle periferie è meglio non parlare, riescono a farti fare pochi chilometri in non meno di un’ora, con l’ultimo miglio fatto a passo da centometrista. Per quel che mi riguarda, ho già deciso. Non scucirò un solo euro per andare al centro con la quattro ruote. Perché lo vivrei come un ricatto, visto che i mezzi pubblici funzionano in tal modo. E i quattro bus desaparecidos? Chissà se sono ricomparsi. O forse è più facile ritrovare il Caravaggio?

giovedì 3 marzo 2016

Brancaccio: la mafia a fumetti e l'altro che si può dire del quartiere.

La Repubblica Palermo
3 marzo 2016 - Pag. IX
Mafia a Fumetti
Francesco Palazzo



Claudio Stassi (38 anni) e Giovanni Di Gregorio (42) sono due palermitani, il primo disegnatore, il secondo sceneggiatore. Stanno in Spagna da diversi anni. Claudio, che è originario di Brancaccio, dice che Barcellona è una Palermo che funziona. Entrambi sono dovuti andare fuori per vedere riconosciuti i loro talenti. Giovanni è chimico, comincia a lavorare con la Sergio Bonelli editore, scrivendo storie di Dampyr e Dylan Dog. Anche Claudio è nello staff di Dampyr come disegnatore. Ha al suo attivo anche il fumetto tratto dal libro Per questo mi chiamo Giovanni, che si rifà alla storia di Giovanni Falcone. Il loro ultimo lavoro, da poco nelle librerie e nei negozi specializzati, èBrancaccio. Storie di mafia quotidiana, edito dalla casa editrice milanese Bao Publising(14 euro). La prefazione è affidata a Rita Borsellino. Che ricorda quando, a un mese dalla morte di don Puglisi, un corteo a Brancaccio venne preso a colpi di pietre provenienti da un garage. Il racconto si snoda attraverso le strade di Brancaccio e le storie parallele di tre personaggi, Nino, Pietro e Angelina. Siamo nel settembre del 1994, a un anno dall’uccisione di don Puglisi, fatto fuori il 15 settembre del 1993. Nino va a scuola, frequenta il doposcuola nella chiesa di San Gaetano, quella dove operò Don Pino, deve confrontarsi con i coetanei che gravitano nel giro della malavita. Poi prende un motorino di un amico, ma in realtà sogna di imbarcarsi in un treno per andare via e lo scrive a don Pino. Ci riuscirà? Pietro è un venditore ambulante di pane e panelle, onesto ma legato alla cosca locale. A un certo punto lo convoca il medico capofamiglia, lo costringe a portare da mangiare a un latitante, che gli consegna un pizzino di ritorno. Ma sulla strada verso il quartiere l’imprevisto è in agguato. Angelina è una casalinga, la sua vita scorre tra la casa, la ricerca di una raccomandazione per un conoscente, le prescrizioni dal medico-boss, che le dice pure per chi votare. Poi va a sbattere in una Tac di un ospedale pubblico che non funziona perché gestito in maniera clientelare-mafiosa. Belli i disegni e coinvolgenti i dialoghi di questo lavoro. Ovviamente, Brancaccio non è solo quella descritta nel fumetto. C’è molto altro. Tanti laureati e diplomati, diversi professionisti, qualche professore universitario, famiglie che mandano i figli regolarmente a scuola, un reddito procapite medio non da terzo mondo, qualche associazione che svolge bene il proprio compito da molti anni. Ma, a 22 anni dal 1994, si avverte ancora la presenza asfissiante della mafia, così come la si sentì durante la seconda guerra di mafia con i morti a ogni angolo di strada. Coesistono, insieme alla parte più sana, che rappresenta la stragrande maggioranza, due sacche evidenti di disagio e marginalità. La prima creata ad arte trasferendo, all’inizio degli anni Ottanta, gli sfrattati del centro storico. Che oggi stanno condizionando negativamente una parte consistente del quartiere. La seconda parte complicata è quella storica, i cosiddetti Stati Uniti. Una realtà complessa il quartiere Brancaccio, che va letta a diversi livelli, così come tutti i quartieri che si definiscono difficili. Chi scrive ci è nato e lì ha vissuto sin quasi ai 30 anni, andando regolarmente a scuola e socializzando in ambienti sani. Come me tantissimi altri della mia generazione, ma anche di quelle precedenti e successive. Anche se è realtà accertata, da quello che ci dicono le indagini e i processi in corso, che il quartiere è stato l’epicentro della stagione stragista dell’inizio degli anni Novanta. Il fumetto, molto abilmente, mette in luce alcuni spaccati sicuramente presenti del rione, sia nell’immediato dopo Puglisi che oggi. E l’oggi spagnolo lo descrivono Stassi e Di Gregorio nell’ultima storia del fumetto, quella a colori. È il loro oggi di professionisti affermati che vivono nella vivace Barcellona non scordandosi delle loro radici. Vedono il mare e riflettono sul fatto che c’è pure a Palermo, ma non si vede. Rimpiangono solo il buon caffè palermitano. Ma in fondo, nello scegliere il nome a una bambina che deve nascere, quasi vorrebbero darle quello di una ragazza siciliana della giovinezza. Dalla quale sono stati traditi. Il suo nome, dice l’ultima vignetta del fumetto, è Palermo.

giovedì 18 febbraio 2016

Don Puglisi, la Rosa Gialla e lo scantinato. Sindaco Orlando, che facciamo?

Repubblica Palermo - 17 febbraio 2016
L'aiuto che serve a chi si impegna
Francesco Palazzo

Signor sindaco, può il Comune di Palermo “perdere” 3.500 euro all’anno per far sì che continui il sogno di don Puglisi a Brancaccio attraverso l’operato, quasi ventennale, di un’associazione culturale? Non si tratta di dare l’ennesimo contributo, tra i tanti in genere non rendicontati, che sono trasferiti a realtà che si fregiano, non sempre a proposito, dei nomi di caduti sotto la violenza mafiosa. Quella dei contributi a pioggia (solo una realtà vi ha rinunciato, il Centro Impastato di Palermo guidato da Umberto Santino), è una brutta pratica che crea dipendenza dalle casse pubbliche e dalla politica clientelare e non emancipazione. L’unico modo di spezzare questo circolo vizioso, sarebbe quello di fornire alle associazioni beni e servizi. Ossia gli strumenti basilari per camminare poi da soli, questo dovrebbe essere il fine dell’aiuto pubblico. Non tenere in piedi carrozzoni sorretti a vita dalla mano pubblica. Un bene in comodato d’uso chiede al comune l’Associazione Quelli della Rosa Gialla di Brancaccio, che si richiama a quel fiore perché piaceva a Don Pino, il resto lo sanno fare, molto bene, da soli. Hanno da tempo in gestione un locale di proprietà del Comune, a pochi metri da dove dovrebbe sorgere la nuova chiesa voluta da don Puglisi. L’hanno messo a nuovo, ci hanno speso risorse finanziarie proprie e tante energie. Ma devono pagare all’amministrazione, appunto, 3 mila e 500 euro l’anno, che con la TARSU arrivano a oltre quattromila. Parliamo di uno scantinato di cento metri quadri, il comune dunque incassa 35 euro per metro quadro in estrema periferia dal volontariato. Da un’inchiesta recente di Repubblica Palermo, è venuto fuori che, non in periferia ma in zona residenziale, non per azioni di volontariato ma per lucro, in qualche caso il Comune riscuote sei euro all’anno a metro quadro. L’amministrazione ha promesso, ma si tratta di passato remoto, poi non ha più dato seguito alla cosa, che avrebbe modificato il contratto abbonando l’affitto. Come corrispettivo l’associazione, che produce musical seguitissimi, avrebbe fornito gratuitamente alla città due spettacoli annuali. Ora il punto è che l’associazione, che ha prodotto lavori per il Teatro Brancaccio di Roma, che si è esibita anche a Brescia e Verona, oltre che a Palermo, ad esempio al Teatro di Verdura, e in altre città siciliane, che andrà il 21 marzo a Milano, siccome vive di cinque per mille, non sa più dove prendere i soldi per pagare la pigione. Anche perché proprio in questo periodo, per mandare in scena al Teatro Orione (11, 12 e 13 febbraio), lo spettacolo “Nasci, cresci e vivi”, con tremila spettatori tra ragazzi delle scuole e adulti, ha affrontato più di diecimila euro di spese. Compresa l’ospitalità a diverse famiglie bresciane con bambini non vedenti. In questi casi, le amministrazioni pubbliche, larghe nel distribuire i fondi a pioggia prima citati, scompaiono dalla circolazione quando c’è da sostenere con servizi le singole iniziative. Ora, signor sindaco, a lei non può certo sfuggire cosa significa che a Brancaccio, estrema periferia, continui ad esistere una realtà del genere, perché, fra le altre cose, l’opera di questi nostri concittadini rientra nel «se ognuno fa qualcosa, allora si può fare molto», regola di vita di don Puglisi. Alla sua amministrazione, poiché le vittime della mafia si onorano con gesti concreti, si chiede appunto di fare un “qualcosa” che ha già promesso. Quei tremila e cinquecento euro annuali, 9,58 euro al giorno, che l’amministrazione non incasserà, a fronte di un bene comunale tenuto in piedi e curato da privati che non ci guadagnano nulla, saranno investiti in termini di cittadinanza attiva e di promozione della persona. Con risparmio in termini di sicurezza e crescita di generazioni dedite all’arte e quindi al rispetto reciproco e dei beni comuni. Perciò, alla fine, tutti ci guadagneremo. In uno dei luoghi dove è più importante che si continui a seminare sulle orme del beato. Ucciso dai padrini. Ma lasciato solo, nelle sue pressanti richieste di diritti per il quartiere, dalla malapolitica.