giovedì 17 maggio 2018

Mafia e antimafia? Secondo Mao grande è la confusione sotto il cielo.


La Repubblica Palermo - 17 maggio 2018
Quell'analisi in ritardo sulla mafia
Francesco Palazzo
Una volta in un processo un imputato eccellente, alla domanda se per lui esisteva la mafia, rispose con ironia graffiante che se c’era l’antimafia voleva dire che c’era pure la mafia. Un modo per descrivere un movimento fatto di parole, le quali si contrapponevano a un’altra parola, la mafia, secondo quell’imputato che disconosceva l’esistenza della criminalità organizzata. Noi abbiamo sempre pensato di potercela cavare meglio. Ma sapremmo descrivere, oggi, cosa sono la mafia e l’antimafia al di là delle azioni della magistratura e delle forze dell’ordine? “Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole”, sosteneva Mao. Mi sa che nel nostro caso non è così.
Commemorando Impastato a Cinisi, Don Ciotti ha gridato che siamo fermi al 1992 nell’analisi sulle mafie. Ha ragione. Ed è un problema che si rispecchia sull’antimafia. Se continuerà così corriamo il rischio di rispondere, pure noi, che l’esistenza della mafia è certificata dalla persistenza dell’antimafia.
Sempre più impalpabile la prima, sempre più spenta, piena di lacerazioni e passi falsi la seconda.

venerdì 11 maggio 2018

Siciliani: la civiltà è una partita che è meglio giocare in trasferta.

La Repubblica Palermo
10 maggio 2018
Il vivere civile che per il palermitano è solo da esportazione


Francesco Palazzo



Partiamo da chi a Palermo, avendo intorno ben tre attraversamenti pedonali, decide di farne a meno.Potrebbe imputare tale modo di fare alla distrazione, alla premura, e chiuderla così. Invece si lamenta perché gli automobilisti si trovano in difficoltà trovandoselo improvvisamente davanti a zigzagare come una trottola. Quando gli si fa notare passa alle offese, pensando evidentemente che i pedoni devono essere fatti transitare in qualsiasi modo decidano di farlo. Cosa che per la verità gli viene consentita, visto che si trova già dall’altra parte della strada. A questo punto gli si obietta che anche per i pedoni vale innanzitutto la civiltà, che comprende il rispetto del codice della strada. Messo alle strette si congeda lanciando qualche altro improperio e gridando che di civiltà non si deve parlare. Il tutto firmato dall’epiteto “cretino”, rivolto a chi si trova dinanzi al cofano uno che mette in pericolo la propria e l’altrui sicurezza senza nessuna emergenza in corso e cerca solo di far capire a un adulto, non a un adolescente, che è meglio non farle queste cose. Stesse scene quando fai notare altre “fisiologiche”, alle nostre latitudini, infrazioni. E invece proprio di civiltà parliamo. Quella che molti, al ritorno dai viaggi, raccontano di aver visto fuori. Continuando a comportarsi al contrario in patria. Perché a Palermo, così dicono con voce roboante appena sbarcati, siamo lontani anni luce da certi comportamenti normali. Ed hanno ragione. Non si accorgono tuttavia che non evidenziano solo un problema. Ma che spesso ne fanno parte. Un problema che ha le sembianze dei veicoli in seconda o terza fila davanti ai negozi per gli acquisti o ai bar per consumare il rito della colazione, compresi in quest’ultimo caso talvolta i mezzi delle forze dell’ordine, delle auto che sfrecciano sulle corsie riservate superando i “fessi” incolonnati dietro il rosso dei semafori, dei tantissimi che parlano al cellulare o digitano messaggi mentre guidano, dei ciclisti che vedi sbucare in controsenso da tutte le parti come se il mondo fosse a disposizione sotto i loro pedali, dei motociclisti senza casco, dei mezzi che guadano gli incroci col rosso, di gente, appunto, che va da una parte all’altra delle vie come meglio gli viene, delle quattro ruote che bloccano gli scivoli dei marciapiedi, dei posteggiatori abusivi, sempre gli stessi, in pubbliche piazze o vie che controllano tranquillamente i loro pezzi di territorio, ottenendo legittimità dalla borghesia palermitana e di fatto, a parte i proclami, ignorati dalle forze dell’ordine, visto che sono sempre negli stessi posti da anni e anni. Pure in spazi palesemente video controllati. E tutto ciò, si badi bene, nella zona residenziale della quinta città d’Italia, non in una sperduta periferia. Pochi chilometri quadrati dove ciascuno fa sostanzialmente ciò che vuole.L’habitat è questo, e si sposa con quello del palermitano dall’attraversamento, diciamo, artistico. Il punto è che spesso ci si lamenta, prendendo e prendendosi in giro, per l’assenza di questo o di quello, giustificando condotte non esattamente urbane. Mancheranno tanti presidi in questa città. Ma anche quando glieli metti sotto il naso, per moltissimi palermitani nulla cambia. È pur vero che abitualmente gli appiedati non vengono “visti” sui transiti pedonali, molto spesso più che sbiaditi. Tanto che una ragazza palermitana che studia in Toscana ha chiamato stupita la mamma per dirle che un autista si era arrestato non appena lei aveva messo un piede sulle strisce. Ma non è solo Palermo, spostandosi in Sicilia è difficile trovare cittadini che si comportano diversamente. La politica ha i suoi vizi, ma la cosiddetta società civile nemmeno scherza. In tutto questo far west, dove è difficile scorgere nel quotidiano un patto minimo di convivenza, ciascuno piega le norme a proprio uso e consumo. E guai a rimarcarlo.In una terra in cui sono le trasgressioni quotidiane a divenire regole e a sostituirle del tutto, può essere molto pericoloso. Dal cretino alla lettiga del pronto soccorso il passo può essere davvero breve. 

mercoledì 9 maggio 2018

Peppino Impastato, dopo quarant'anni cosa dice all'antimafia.

La Repubblica Palermo
9 maggio 2018 
Impastato, quattro lezioni all'antimafia
Francesco Palazzo

Peppino Impastato, in un momento in cui l’antimafia, come qui scriveva Gery Palazzotto, si è inabissata come la mafia, ci dice, a 40 anni dall’omicidio, diverse cose.
Intanto il suo impegno sul pezzo di territorio che aveva davanti.
Non la lotta alla mafia teorica, ma specifica. La prima più semplice e poco incisiva. La seconda più complicata, rischiosa, ma che lascia il segno. 
Poi l’impegno politico e successivamente la candidatura nell’istituzione locale. Nel momento in cui è ucciso, Impastato è candidato al consiglio comunale di Cinisi.
Difficile fare antimafia senza considerare la politica e gli sbocchi istituzionali.
Continuando, la capacità di lottare contro la mafia che aveva intorno in maniera creativa, con lo sberleffo, l’irriverenza, una trasmissione radiofonica. Oggi, pur avendo a disposizione tanti più mezzi, si registra un conformistico cliché comunicativo. 
Ma anche la capacità di capire dove andavano in quel momento gli interessi economici della cosca di Cinisi. A noi sfugge dove sono i soldi delle mafie. Ce n’è quanto basta per riflettere.

domenica 22 aprile 2018

Mafie e società. La partita più importante si vince fuori dai tribunali.


La Repubblica Palermo
22 aprile 2018
La mafia e i colpevoli oltre i tribunali
Francesco Palazzo

Un accadimento storico, strutturale, di lunghissima durata, sdraiato su tre secoli, riguardante pesantemente quattro regioni, con presenze forti al nord, è molto di più di una trattativa.
Rischia di essere l’album di famiglia di una nazione. 
Non si dura tanto e non ci si espande senza consenso diffuso. Questo è accaduto e succede con le mafie. E può essere ipocrita nascondersi dietro sentenze, che peraltro devono varcare i tre round per passare nella storia giudiziaria.
Che è una parte della più ampia storia generale, che non ci vede certo uscire alla grande. Come abitanti del sud, che convivono senza soluzione di continuità con sistemi criminali siffatti, più che ritenere colpevoli altri, finendo con l’autoassolverci, anche se non entreremo mai in nessun tribunale, dobbiamo sapere che se tutto ciò è avvenuto e avviene, chissà ancora per quanto, è perché non solo abbiamo favorito, ma pure arato il terreno affinché le mafie s’insediassero e durassero. Se proviamo a raccontarcela in tal modo, magari ci potremo rendere conto che c’è poco da esultare e molto su cui riflettere.


Chiesa, tra moniti e richieste di perdono, la pastorale antimafia che non entra nelle parrocchie.


La Repubblica Palermo
21 aprile 2018
L'antimafia della chiesa deve ripartire dalle parrocchie
Francesco Palazzo

Il maggio, a 25 anni dal monito agrigentino di Giovanni Paolo II («Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio»), i vescovi siciliani emaneranno un documento contro la criminalità organizzata, con un appello alla conversione e una decisa scomunica per i mafiosi. Non è la prima volta che accade. Già nel lontano 1993 con un convegno e nel 1994 con un altro documento dissero e scrissero parole importanti. Senza dimenticare la stagione, insuperata, del cardinale Pappalardo. L’arcivescovo Lorefice ha chiesto perdono per l’atteggiamento della Chiesa verso la mafia, affermando che il mafioso non può essere credente, avendo in odio la fede. Anche queste considerazioni non sono una novità. Resta da capire se davvero le mafie si muovano «in odium fidei», formula utilizzata per la beatificazione di don Puglisi. Ho l’impressione che siano più pragmatiche e reagiscano seguendo altri stimoli. Ma una domanda dobbiamo farcela. Queste prese di posizione dei vertici hanno mai avuto una rilevanza uniforme nelle 1.800 parrocchie siciliane? Dai tempi del cardinale Ruffini tutto è cambiato. Che la mafia sia da condannare lo sostiene chiunque. Che poi dalle parole si passi ai fatti, smettendo, in ambienti popolari e borghesi, i vestiti della connivenza o dell’indifferenza, è un altro discorso. Così come, appunto, bisogna verificare quanto transiti dai vescovi alle comunità parrocchiali, sparse sul territorio in maniera capillare e pertanto decisive perché parlano a tutti. Quando si discute di una pastorale specifica sulla mafia, si dovrebbe fare riferimento a ciò che può essere implementato concretamente in questi luoghi. Un vero impegno della Chiesa in questo campo può solo passare da lì. Se ci si dovesse ancora limitare ai pur importanti appelli o alle scuse dei porporati, rimarremmo fermi a decenni addietro. Cosa si potrebbe, dunque, mettere dentro le comunità parrocchiali per affrontare al meglio la presenza mafiosa? Una consulta su mafie, società ed economia con dentro tutti i parroci e due o tre membri per parrocchia, a livello regionale e per diocesi potrebbe servire ad approfondire, con l’ausilio di esperti, la tematica. Progettando cosa fare in concreto, in maniera duratura, perché le mafie non si combattono una tantum, con interventi spot, in tutti i templi cattolici. Per evitare che più spiccate sensibilità vengano, come accadde a Puglisi e non solo a lui, isolate.


giovedì 19 aprile 2018

I cani di mànnara da salvare e i siciliani.

La Repubblica Palermo
19 aprile 2018
Con i mafiosi o con i pastori, quel destino da cani
Francesco Palazzo

Quando la cultura e il linguaggio popolari erano di casa, sentire di una persona « è un cani i mànnara », nel senso di soggetto sinistro e violento, non era insolito. Offesa eguagliata da « è un cane di bancata », che si nutre, da parassita, di quanto cade dai banconi dei macellai. Soltanto che il primo, come scrive il trapanese Salvatore Mugno ne Il cane della mafia. I siciliani e i cani di mànnara (Catania, Algra, 2018), è collaborativo col padrone, benché aggressivo con gli altri, il secondo inutile. I “Cani di bancata” li troviamo in uno spettacolo sulla mafia di Emma Dante, ma anche in Nero su nero di Sciascia, citati da Mugno. La mànnara è la mandria, ma pure le greggi: i cani sono arruolati dai pastori per difendere, giorno e notte, altri animali. Il termine mànnara deriverebbe dall’arabo manzrah, ovile, gregge, mandria. Se questo cane ha una cattiva nomea, lo si deve, scrive l’autore, non a suoi difetti, ma all’uso cui è stato destinato. Mugno scrive: «Sembrano cani incapaci di altro se non di tenere lontani gli estranei. Sin da cuccioli vengono abituati al duro apprendistato del lavoro e al distacco dal mondo. Per loro sembra non esservi una fase di svezzamento, di gioco, di spensieratezza, di distrazione, nascono per lavorare». L’autore passa inizialmente in rassegna alcuni cani-personaggi della letteratura siciliana. Pirandello, Tomasi di Lampedusa (il celebre alano Bendicò de Il Gattopardo, una chiave di lettura del romanzo), Sciascia, Piccolo, Camilleri (Il cane di terracotta), Alajmo, e altri. In una novella di Pirandello, la cagnetta Mimì è abbandonata dalla padrona perché unitasi al bastardino Pallino. In Occhio di capra, di Sciascia, emerge la dignità del cane, che muore senza lamenti. Marcello Benfante, in Cinopolis, tratteggia una Palermo soffocata dall’immondizia (guarda un po’) e assediata dai cani. Roberto Alajmo, nel racconto La famosa rivolta dei cani di Sicilia, prende spunto da fatti di cronaca degli anni Novanta, in cui dei cani si resero malvagi protagonisti. Il “mastino siciliano” è presente in Luigi Natoli ne I Beati Paoli, dove i cani manifestano trasporto verso un bimbo, e in un racconto popolare raccolto dal Pitrè, Li latri e San Petru. Questo tipo cane, secondo ricerche riportate nel testo, è in via d’estinzione, un centinaio di capi, secondo alcuni anche meno. Esperti e università lo stanno studiando. Dal 2014 c’è il registro per la razza cane di mànnara. Ci sono stati dei raduni nel 2014, 2016 e 2017. Nel capitolo “Il cane dei pastori, dei campieri e dei mafiosi” si evidenzia il fatto che questi cani hanno anche vissuto, storicamente in contesti particolari. Come quello dei campieri, che sorvegliavano le terre del latifondo. L’autore cita un’operazione antimafia in cui gli indagati si danno appuntamento in unamànnara di pecore. A proposito del titolo del libro, Mugno scrive che: «Per certi aspetti, essi potrebbero forse perfino essere ritenuti i “cani della mafia”, cioè quelli che, per prossimità, temperamento e “formazione”, sarebbero i più vicini alla mentalità mafiosa». Nel capitolo “Affinità elettive tra l’uomo e la bestia” si indicano somiglianze tra il cane di mànnara e certi siciliani. L’indolenza, la vanità, l’esibizionismo. Poi la fierezza, l’andatura altezzosa, la silenziosità, la trasandatezza, l’essere sornioni ma dall’intelligenza pronta. Così come la rara tenerezza, relegata nel privato della proprietà del padrone. Come un certo tipo di siciliano, scrive Mugno: «Tenero, delicato e amorevole nel chiuso della propria casa e, in molti casi, ostile, spigoloso, ermetico e impermeabile rispetto all’ambiente esterno». Ci sono altri stimoli nelle 79 pagine. Dopo la lettura mi è capitato di stare in auto dietro una mandria e di osservare, con senso di solidarietà, i tre cani a protezione dei bovini. Cercando il lampo di bontà nei loro occhi di quando erano cuccioli, prima di essere costretti a una vita da guardiani.

giovedì 12 aprile 2018

Uno spazio per il teatro di Emma Dante e dei giovani a Palermo.


La Repubblica Palermo - Pag. I - 12 aprile 2018
Chi risponderà a Emma Dante che chiede asilo
Francesco Palazzo

Ci sono cose sulle quali il lavoro è duro. 
Sentiamo dire: decapitata questa o quella cosca. Poi vediamo che la mafia è sempre forte e non abbiamo tagliato la testa definitivamente a nulla. 
Sulla scuola pare che i problemi derivino da Roma. Invece regolarmente in Sicilia si registrano, rispetto al resto del Paese, un’alta evasione scolastica, meno tempo pieno e livelli di apprendimento inferiori.
Sull’immondizia stiamo facendo e dicendo, tuttavia le tre città più grandi — Palermo, Catania e Messina — sulla differenziata sono in zona retrocessione. 
Ma ora che siamo Capitale della cultura si potrebbe immaginare che alcune carenze siano risolte. E invece leggiamo, per l’ennesima volta, che Emma Dante non ha a disposizione un posto dove svolgere tranquillamente la sua apprezzata attività formativa di giovani talenti nel campo teatrale e che, se continua così, se ne andrà. Ora, su mafia, scuola e rifiuti la strada è lunga. 
Ma uno spazio pubblico definitivo e decente per un’artista di valore e per i nostri ragazzi, nell’anno in cui abbiamo sul petto lo scudetto della cultura, lo troviamo?

domenica 8 aprile 2018

La buona politica è fatta da buoni elettori.

La Repubblica Palermo
8 aprile 2018
Voto di scambio, il frutto delle promesse
Francesco Palazzo


Occorre pure dirlo in cosa si sono trasformate le campagne elettorali negli ultimi tempi. Un diffuso parlare alla pancia della gente. Che viene giustificato, lodato, quando si vince. Perché stranirsi se i contatti poi proseguono porta a porta? Si segue la stessa linea. Non si profilano a livello generale sistemi migliori, ma meno tasse, più sovvenzioni, maggiore assistenzialismo. Una politica basata sulla statura del singolo, pronto a vendersi nel mercato delle esigenze sempre più specifiche, che arrivano sino al tinello di casa, raggiungendo il particolare del particolare. La politica è tornata ad essere, almeno alle nostre latitudini, questo. Lo vediamo molto bene ancor prima che ce lo svelino le indagini. Troppo spesso in Sicilia l’elettorato attivo è scagionato perché in stato di presunto bisogno. Sull’altare del quale ogni richiesta sarebbe lecita, da comprendere e coccolare. Invece si tratta quasi sempre di familismo amorale che rende la politica sempre meno adatta a svolgere il suo vero compito. Migliorare la vita della collettività dove i singoli poi abbiano più opportunità.

venerdì 30 marzo 2018

Parco della Favorita. Nuovo Teatro Massimo o vecchie storie?


La Repubblica Palermo
30 marzo 2018
Facciamo uscire dal buio la Favorita
Francesco Palazzo

La Favorita, a causa dell’ingente furto di rame, rimarrà al buio per un certo tempo. 
Questo evento riporta al centro dell’attenzione il sito. 
La domanda non è chi ha commesso la ruberia, ma cosa vogliamo farne del parco. Nei mesi di aprile e maggio ci sarà di nuovo la chiusura per quattro domeniche di questo grande polmone verde.
Occorre andare oltre. Le cose che funzionano hanno il carattere della stabilità istituzionale. 
Si è detto che la Favorita sarebbe stata il nuovo Teatro Massimo. Quando inizierà l’operazione? 
All’inizio della campagna elettorale questo giornale aveva proposto che si nominasse un sovrintendente. La squadra poi vincente alle elezioni ha prima del voto avanzato uguale intendimento. È un passaggio che non si può più rimandare. Non solo per dare seguito a un impegno. Ma per la circostanza che tale figura troverebbe pronti al dialogo operativo tanti volontari encomiabili impegnati a organizzare La Domenica Favorita. 
Il vero modo di illuminare il parco, giorno e notte, è quello di farlo uscire dal limbo indefinito delle buone intenzioni.
Dobbiamo trovare il modo per poterlo fare.

sabato 24 marzo 2018

Tutti al Comune di Palermo vogliono cambiare. Dunque è cosa fatta. O quasi.

La Repubblica Palermo 
24 marzo 2018
Il pantano al comune ferisce la città
Francesco Palazzo




Su Palermo l’opposizione, che fa il suo mestiere, dice che il consiglio comunale è in sofferenza e che l’azione di governo non va bene. 
Ma a dire che nell’assemblea rappresentativa cittadina le cose non girano per il verso giusto e che le gesta amministrative dell’esecutivo possono migliorare, sono pure esponenti della maggioranza. 
Se inoltre ci mettiamo che erano stati promessi da chi la guida cambiamenti nella squadra di governo dopo le elezioni del 4 marzo, aumentandone il quoziente “politico” per potenziare evidentemente l’impatto delle politiche sulla città, il cerchio si chiude. 
C’è accordo unanime. Raro caso in cui tutti gli attori in campo ritengano che ci siano ampi margini di avanzamento nella conduzione di una, grande e complessa, comunità. E se lo sostengono loro con spirito unitario, chi siamo noi per dargli torto? 
Dunque è certo che ben presto quest’aria, che sembra più di fine che d’inizio legislatura, cambierà, e che si porrà in essere un visibile cambio di passo. Sia in consiglio che in giunta. La città ne ha bisogno.


mercoledì 21 marzo 2018

Violenze di genere e noi uomini. Nessuno escluso.

La Repubblica Palermo
20 marzo 2018
Il piano inclinato che conduce alle violenza
Francesco Palazzo

Una tragedia sfiorata a Caltanissetta, un omicidio a Canicattini Bagni. Altre due donne siciliane vittime. Possiamo archiviare nel reparto “storie disumane lontane”? 
La violenza sulle donne, fisica o psicologica, è il punto di caduta di un grande piano inclinato dove stiamo tutti gli uomini. Dobbiamo agire nel quotidiano per costruire una vera pari dignità. Che oggi, inutile girarci attorno con chiacchiere e distintivi, non c’è. Nessun uomo può dirsi fuori dalla partita. 
Se scrutiamo le nostre case e vediamo come sono divisi i compiti, ci rendiamo conto che tantissima strada è da fare.
L’inizio del piano inclinato, che in molti casi poi porta alle violenze, sta tutto lì. Se non lo vediamo ci prendiamo solo in giro. 
Anche la burocrazia ci mette il suo. Ho rivisto per le ultime elezioni un’espressione che supponevo archiviata. Una donna chiede il rinnovo della scheda elettorale e si ritrova il proprio nome e cognome con accanto la dicitura “in” e appresso il cognome del marito. 
Sintomatico, pure questo, del tanto che ancora c’è da modificare. In noi maschi, nelle famiglie e nella società.

venerdì 9 marzo 2018

Il senso della Sicilia per i plebisciti.

La Repubblica Palermo
9 marzo 2019
Quel plebiscito che puzza di vecchi vizi
Francesco Palazzo

Ma davvero i siciliani, e con loro moltissimi elettori dell’Italia meridionale, hanno svoltato rispetto al passato tributando il plebiscito al Movimento 5 S
telle? La Sicilia, confermandosi laboratorio ed essendo addestrata ai plebisciti, ha come al solito esagerato facendo esondare il consenso. Sia chiaro, gli elettori hanno, come da manuale, sempre ragione. Rimane, però, qualche dubbio. C’è solo il grido di dolore e quindi di rivolta verso una politica che li ha esclusi, dietro il fiume di consenso pentastellato uscito dalle urne sicule? Può anche essere, per carità. Ma se teniamo conto che la politica non è da una parte il tiranno e dall’altra i sudditi, almeno in democrazia dovrebbe funzionare così, forse si può avanzare qualche altro punto di domanda. Chi attribuisce plebisciti considera la politica come palestra di cittadinanza in cui spendersi o ancora di salvezza che deve mutare non tanto la sostanza ma soltanto la forma della propria esistenza? E, ancora. davvero questo Mezzogiorno e questa regione, in particolare, sono stati dimenticati da tutti? Dai miliardi che sono arrivati dal dopoguerra a oggi non parrebbe. Ma allora questo piagnisteo continuo, che va cercando sempre nuovi plebisciti per non tramutarsi mai in azioni fattive e virtuose dei siciliani, cos’è? Prendiamo il reddito di cittadinanza fatto intravedere dai 5 Stelle. Gli esperti, a urne chiuse, affermano che sarà arduo da realizzare, almeno nel giro di breve tempo. Ma intanto già patronati ricevono richieste. In verità lo si sapeva pure nei mesi precedenti. Ma non è questo che alla fine conta.
Perché chi attribuisce il voto plebiscitario non vuole fatti possibili o immediatamente riscontrabili, pretende sogni. E sogni personali. Da abbracciare come il cuscino la notte.
Diciamo familiari. Non c’è nulla di male nel volere migliorare la propria vita. Partiti e istituzioni devono guardare il particolare. Ma questo progresso atteso dai plebisciti guarda al noi, al collettivo? Oppure è un rapporto tra i tanti io che tengono famiglia e il potere? Con i primi sempre deresponsabilizzati e “mischini”, per definizione, e i secondi che devono salvare tutti.
Forse che dietro il plebiscito siciliano, sempre penultimo sino a quando questa terra non si sarà sviluppata per davvero, ci sono concetti quali meritocrazia, infrastrutture migliori, interventi concreti che migliorino la vita di tutti e quindi anche delle famiglie? Il reddito di cittadinanza cosa vi sembra? Una cosa nuova per la Sicilia? Nella nostra terra, l’interminabile flusso di precariato assistito è qualcosa di diverso dal reddito che prescinde dal lavoro? La vera svolta sarà quando i siciliani voteranno, in lieve maggioranza, perché in quel caso sarà difficile attendersi plebisciti, qualcuno che gli dirà di rimboccarsi le maniche e uscire definitivamente dall’assistenzialismo. La domanda allora è la seguente. Questo plebiscito è una lotta contro il vecchio potere clientelare per approdare a un rapporto più maturo e responsabile con la politica o è la sostituzione di una santa con un’altra che può garantire alla luce del sole quanto sinora ottenuto per altre vie?
Si vuole la stessa politica ma si sale su un treno più nuovo? Domande. Il presente dietro la porta e il non lontano futuro ci daranno qualche risposta.

lunedì 5 marzo 2018

Jacoub Said, noi, la politica, le urne e le paure.

La Repubblica Palermo 4 marzo 2018 - Pag. I
Il dono cattivo che ci lascia la campagna
Francesco Palazzo

Jacoub Said, il ventenne nativo del Camerun, allontanato in un primo momento a Palermo da un locale perché creduto un mendicante, ed anche lo fosse stato nulla sarebbe cambiato, ha subito un torto. Il titolare del bar ha chiesto scusa. Subito si è alzato il fuoco sui social. Dovremmo, invece, guardarci dentro. Questa campagna elettorale, che oggi si chiude, tra le tante promesse improbabili, un dono cattivo lo lascia. È entrato in circolo un veleno. La paura della contaminazione. Che trova terreno fertile. Molti atteggiamenti non sono isolati.
Può essere il lavavetri, o quello dietro la bancarella, oppure chi ci porge le rose al ristorante. Ma anche la semplice reazione preoccupata alla diversità. Ci riteniamo città accogliente. Ma qualcosa è cambiato nel paese in questo periodo in cui si sono innaffiate le radici del timore.
Ideologico o etnico. Chiuse le urne, sperando di trovarci molta politica e poche paure, pensiamoci. Magari le tossine svaniranno. Potrebbe il danno però rivelarsi serio. Sarebbe allora difficile scacciarlo agitandoci sulle tastiere e indicando il problema fuori da noi.

mercoledì 28 febbraio 2018

I posti impossibili e l'arte di guardare in faccia la realtà.

La Repubblica Palermo
28 febbraio 2018 
Ma si può davvero salvare lo ZEN?
Francesco Palazzo

Leggendo ieri su queste pagine le considerazioni dei volontari dello ZEN 2, dopo le ultime vicende, e soprattutto dopo l’aggressione alla troupe di “Striscia la notizia” mi sono rivisto nel decennio degli anni Ottanta a Brancaccio, un rione nato nel 1700 e sino ad allora composto da ceto medio, agricoltori, professionisti e qualche contenuta sacca di povertà, con i giovani che andavano regolarmente a scuola. Si doveva affrontare, con la comunità parrocchiale, la stessa dove poi arrivò don Pino Puglisi, un problema creato da una politica miope. Che aveva utilizzato una zona, che doveva avere in origine una destinazione abitativa residenziale, per impiantare, in via Hazon e dintorni, un’enclave di marginalità, senza servizi, slegata del tutto dal territorio, deportando da altri quartieri in alcuni stabili qualche centinaio di famiglie disagiate. Qualcuno disse subito che non andava bene. Come reazione, contro ogni ragione, si affermò con troppa facilità che era possibile una via d’uscita positiva. Avevano ragione, e non ero tra questi, quelli che vedevano, con lucidità, che due più due non poteva fare che quattro. Ma li ritenevamo quasi razzisti e non accoglienti. Quando ho avuto un ruolo in politica nel consiglio di quartiere ho continuato, sbagliando, a pensarla così. Dopo quasi 40 anni la malattia, piuttosto che rispondere alle cure, ha conquistato altro territorio intorno per annessione. Il due più due ha fatto, in effetti, quattro. Avremmo dovuto avere il coraggio di dirlo a M., un bambino minuto, di cui ricordo perfettamente la faccia, chissà che fine ha fatto, che stava crescendo. Dovevamo confessare, a lui come agli altri, invece di continuare a fasciare ferite che non potevano rimarginarsi, che non poteva essere. Avremmo dovuto combattere, e ci siamo ben guardati dal farlo, per smantellare quell’agglomerato. Anche don Puglisi, dal 1990 al 1993, ha voluto provarci, con impegno e radicalità totali, insieme all’Associazione Intercondominiale Hazon, guidata da Pino Martinez. Ma pure in quel frangente l’operazione si è rivelata impossibile, per quanto eroica e profetica, perché si doveva mettere in discussione l’esistenza stessa di quanto si era venuto a creare. E lì don Pino è morto. Stritolato tra la criminalità spicciola formatasi in quell’insediamento, e la mafia, che utilizzava quella manovalanza. Il problema, allora, non è il sensazionalismo di certi approcci mediatici. Che pure alla fine forse servono, e che durano qualche giorno. In ogni caso va detto che il trattamento riservato a Striscia è inammissibile. Senza i troppi “se” e “ma” utilizzati. Il vero problema è continuare a credere che si possa percorrere il sentiero, romantico e disperato, del recupero di un’impossibile situazione sociale e territoriale. Quando passo da via Hazon e vedo com’è finita, e peggiorerà, so qual era la prospettiva da percorrere. Due anni fa è circolato lo slogan “lo ZEN 2 è Palermo e Palermo è lo ZEN 2”. Ma una città può permettersi interi siti dove vigono norme che non sono quelle della Repubblica Italiana? Basta che il volontariato, apprezzabilissimo, la scuola, più che missionaria, ed una tantum la politica, siano presenti per giustificare tutto questo? Occorrerebbe un serio Piano Marshall per posti simili. Tipo il palazzo di ferro di Via Brigata Aosta. Non per combattere le persone, per loro va fatto l’impossibile, ma per guardare con occhi di verità la realtà. Si avrà il coraggio, col tempo che ci vuole, di smantellare queste sacche di vita vissuta male nell’interesse dei bambini, quindi del futuro, che si trovano a crescere in certi luoghi?

mercoledì 21 febbraio 2018

L'importanza del voto di genere e il molto che c'è da fare oltre il voto.

La Repubblica Palermo - 21 febbraio 2018
LA LUNGA MARCIA OLTRE LE QUOTE ROSA
Francesco Palazzo

Si torna a discutere animatamente — ne dava conto ieri un articolo di Claudia Brunetto — intorno alla norma che prevede il doppio voto di genere alle elezioni amministrative, possibilità utilizzata anche a Palermo nel giugno dello scorso anno. Ricorderete. Se si segnava il voto per un uomo e si voleva esprimere il secondo, doveva essere per una donna e viceversa. È servito ciò a portare più donne a Palazzo delle Aquile? Sì. Le consigliere sono il 30 per cento ed erano al 18 dopo il voto del 2012, dove si scriveva un solo nome nella scheda elettorale. Se vogliamo fare un paragone con la stessa tornata elettorale del 2017, vediamo com’è andata nelle circoscrizioni, dove c’è pure la doppia preferenza. Su 75 consiglieri eletti nelle otto circoscrizioni le donne sono state 11, nemmeno il 15 per cento. Questo dimostra che la doppia scelta ha svolto bene il suo compito solo per Sala delle Lapidi e pure in tanti altri Comuni. In totale, dal 2013, ossia da quando è possibile in Sicilia attribuire le due preferenze di genere, è raddoppiata la presenza femminile nei Consigli comunali. È probabile che alle Politiche di marzo si possa verificare un aumento della presenza rosa in Parlamento, perché il Rosatellum dispone correttivi di genere sia nei collegi uninominali che in quelli plurinominali. Va però detto che all’Assemblea regionale, dove c’è la preferenza unica, si è verificato un aumento di presenze femminili nelle ultime due elezioni. Nella diciassettesima legislatura, l’attuale, le donne nel Parlamento siciliano sono 16 su 70, quasi il 23 per cento. Nella sedicesima erano 15 su 90 (tanti erano allora i deputati), quasi il 17 per cento. Nella quindicesima legislatura, ma più o meno era successo lo stesso nelle due ancora precedenti, le donne elette erano state 3 su 90, appena il 3,33 per cento. Cos’è accaduto? Nelle ultime due tornate elettorali sono approdati in Parlamento gli eletti del Movimento 5 stelle, che essendo una formazione politica giovane, e dunque rappresentando mediamente le ultime generazioni, nelle quali il ruolo delle donne è certamente cambiato, ha fatto sbarcare all’Ars quasi la metà della componente complessiva femminile. Mettendo insieme quanto detto, possiamo dire che la doppia preferenze di genere è generalmente utile, ma che il lavoro principale va fatto dentro partiti e movimenti, spesso formanti club per soli uomini al comando, che difficilmente fanno spazio all’altra metà del cielo. Che quasi sempre in politica è poco litigiosa e più concreta. Avete mai visto donne che fanno scissioni o cose simili?
Nel mondo della politica, che è uno specchio della società, ci vogliono ancora nella nostra terra molti passi in avanti. Basti pensare che a Palermo e a Catania, con l’eccezione di Elda Pucci, sindaco nel capoluogo dal 1983 al 1984, i sindaci sono stati tutti uomini. Stesso risultato per i presidenti delle attuali otto circoscrizioni palermitane e delle sei catanesi. Come, del resto, non c’è mai stata una donna a guidare il governo della Regione e l’Assemblea. D’altra parte sul palco del teatro Massimo, ad annunciare l’inizio di Palermo capitale della cultura 2018 erano sei, su sei, esponenti istituzionali della politica locale e nazionale appartenenti al sesso maschile. Per il momento, dunque, teniamoci quanto occorre a equilibrare un quadro segnato da una preponderanza maschile nell’universo della politica, non soltanto siciliana. Ciò a breve e medio raggio. A lunga scadenza dobbiamo sempre più costruire una società, non soltanto in ambito politico, in cui tali rimedi non avranno più motivo di esistere. Ma la strada da fare è ancora tanta, per nulla semplice e non passa solo dalle urne. Considerato che, quando va bene, non si va oltre il 30 per cento e che le poltrone più importanti, nei partiti come nelle istituzioni, vedono in prima fila, nella quasi totalità dei casi e almeno dalle nostre parti, solo uomini.

venerdì 9 febbraio 2018

Indigenza in Sicilia: i richiami alla politica e il silenzio sull'assistenzialismo.


La Repubblica Palermo – 9 febbraio 2018
Il clientelismo e la lotta alla povertà
Francesco Palazzo


Alcuni parroci chiedono alla politica sobrietà a fronte di tanti sofferenti. Giusto. La stessa cosa, rivolta a tutti, l’ha fatta Biagio Conte. Più che giusto. Il volontariato indica il divario tra chi ha tanto e chi ha poco. Perfetto. Ma se non si vuole guardare con un occhio aperto e l’altro chiuso, è necessario dipanare bene la matassa della povertà. La coperta dell’assistenza, che spesso in Sicilia ha un volto clientelare, copre, ed è corta per questo, situazioni in cui viene dato pure a chi può farcela. I tantissimi che entrano nel precariato, ingrossando gli uffici pubblici, sono tutti nelle condizioni per ricevere sussidi? Non è semplice l’operazione. Ma è l’unica risposta all’appello serio lanciato da fratel Biagio, dai preti e dalle associazioni. Bisogna puntare il dito quando occorre. Ma se non si guarda bene il mondo che si rappresenta, si rischia la sommaria invettiva e l’incapacità di proporre azioni strutturali. Non è con il solo taglio dei costi della politica e della burocrazia, o puntando la parte di società ricca, che si può sgretolare la montagna dell’indigenza.

mercoledì 7 febbraio 2018

Palermo e periferie: più decentramento e politica e meno assistenza.

La Repubblica Palermo

6 febbraio 2018

ALLE PERIFERIE NON SERVE LA CARITÀ

Francesco Palazzo



Da decenni si parla di decentramento. Ho sentito di recente un consigliere di circoscrizione, la seconda, e il presidente, lamentarsi perché privi di deleghe e soldi. Nel 1985 ero nel consiglio di quartiere Brancaccio-Ciaculli, adesso parte della circoscrizione citata.
Dovevano arrivare poteri mai visti. La giunta in carica ha rimesso il tema in agenda.
Domenica Repubblica narrava il degrado delle periferie raccontando il viaggio dei parlamentari componenti una commissione d'inchiesta. Il comune, si legge nell'articolo, dice che sta avviando la presenza del servizio sociale, «in modo che tutti i cittadini, soprattutto quelli che abitano le periferie, possano sentirsi parte di una comunità».
Ma questi luoghi hanno più bisogno di politica che di assistenza. Se le circoscrizioni divenissero municipalità, i rioni periferici e il volontariato lì operante, con istituzioni vicine e funzionanti, sarebbero i primi a beneficiarne, visto che le zone centrali sono comunque oggetto di attenzioni. Oggi le periferie sono tessere sbiadite del mosaico Palermo. La cura non è la carità ma lo sviluppo.


domenica 4 febbraio 2018

PD Sicilia, la corrente degli ombelichi.

La Repubblica Palermo - 3 febbraio 2018

NEL PD COVA LA RIVOLTA DELL'OMBELICO DEI SINGOLI

Francesco Palazzo

Comprensibili le delusioni tra i democratici siculi.
Non è differente altrove. Succede a ogni tornata elettorale. Forse che nei 5 Stelle siciliani, con gente rimasta al palo dopo essersi fatta avanti, nel centrodestra, la cui dirigenza locale lamenta innesti esterni, in Liberi e Uguali, dove tanti hanno abbandonato l'idea di essere in lista e nella presentazione delle candidature a Palermo prevaleva un clima non allegro, non vi siano stati problemi? 
E per caso i Dem nelle altre regioni non hanno difficoltà?
Come tutti i partiti.
Ma solo in uno, il PD, e in una regione, la Sicilia, accadono episodi di larga insubordinazione degni di miglior causa. 
Un contropartito che si muove in piena campagna elettorale. Cose mai viste. Se non in qualche condominio. 
Una jacquerie da vespri siciliani ad urne quasi aperte. 
Più che le rivolte per la democrazia sembra di vedere quelle del dopo di noi il diluvio o del se ci candidavate in posti sicuri non succedeva nulla.
Andando all'osso, si scorgono logiche che girano attorno a un unico, seppur molteplice, epicentro politico. L'ombelico dei singoli.

mercoledì 31 gennaio 2018

Palermo. Possibile essere capitale delle cultura 2018 senza guerre di religione?


La Repubblica Palermo
31 Gennaio 2018 - Pag. I

La capitale di apocalittici e integrati

Francesco Palazzo


Con Palermo capitale della cultura è iniziata la guerra tra ipercritici per partito preso e contenti a prescindere. Due posizioni non conducenti per affrontare l’evento. Ben programmato e che si arricchirà. 
Tutto risolto? No, ma si può dire con serenità. Cosa che non succede agli entusiasti. Pronti al fuoco a vista. Palermo ha problemi seri. Non essere capitale della cultura li avrebbe risolti? Per nulla. Può aiutare ad affrontarli meglio? Possibile. 
Godiamoci quest’anno, vigiliamo sul governo della città e attrezziamoci a traslarne gli effetti nel futuro, senza aspettarci miracoli, mettendoci del nostro. 
Ho l’influenza, una martellata in testa peggiorerebbe il quadro. Aiutano le spremute d’arance. Beviamoci quest’anno come una bibita fresca, cerchiamo di stare meglio utilizzando la leva di visibilità che ci donerà, traendo le giuste valutazioni. Senza guerre preventive tra apocalittici e integrati, per citare Eco. 
La città capitale della cultura non è un colpo di clava in testa, tutt’altro, da usare gli uni contro gli altri. Entrambi i frontismi non aiutano Palermo e i palermitani.

domenica 28 gennaio 2018

Centrosinistra siciliano. Il 5 marzo ci troveremo al Baby Luna. O non ci incontreremo mai.

La Repubblica Palermo - 27 Gennaio 2018

LA SINISTRA E IL MODELLO DEL RINVIO

Francesco Palazzo




Si sarebbe iniziato a governare bene Palermo dopo le regionali del 2017, si capì. Meglio dopo le politiche del 2018, si intuisce adesso. Perché non dopo le europee del 2019? A quel punto già si vedranno le comunali del 2022. 
Ironia a parte, il modello Palermo, vincente nella quinta città italiana, poteva essere valido. Intanto per le regionali. Che si è preferito straperdere. 
Ora lo stesso quadro frantumato, che ha ragioni nazionali ma che nell'isola avrà il più basso punto di caduta (siamo o no laboratorio?), si appende alle politiche. 
Con una fuga dalle liste su cui ieri ragionava Enrico del Mercato e un pessimo risultato siciliano, che influenzerà molto il dato nazionale, già scritto. 
Sul quale i voti approdati nelle ultime ore ai democratici palermitani poco aggiungono. Dopo il tornado del 4 marzo, dove il centrodestra (anni fa dichiarato disperso), e i cinque stelle faranno il pieno, si ricomincerà in pochi nei pressi di PD, Liberi e Uguali e sinistra sparsa. 
E forse, per usare una citazione utilizzata da Claudio Reale ieri su queste pagine, sembrerà pure grande un tavolo al Baby Luna.

giovedì 25 gennaio 2018

Bandiere arancioni ai comuni, Sicilia ultima.

Repubblica Palermo

24 gennaio 2018

IL TURISMO CHE AMMAINA LE BANDIERE

Francesco Palazzo


Dal 1998 il Touring Club assegna le bandiere arancione per i borghi, con meno di 15mila abitanti, più virtuosi, belli e culturalmente impegnati a preservare i territori. 
Diciannove quelle annunciate nel 2018. Selezione severa e verifica del mantenimento degli standard. 
Su 2.800 richieste, solo l'8 per cento accolte. I risultati ci sono: più 45 e 83 per cento di arrivi e strutture ricettive.
Sinora le bandiere sono 227. E la Sicilia è ultima con un solo riconoscimento, che ha premiato Petralia Sottana. 
In cima il Centro-Nord, al Mezzogiorno vanno 42 bandiere (Puglia 13, Calabria 6, Abruzzo 6, Sardegna 6 Campania 4, Molise 4, Basilicata 2, Sicilia 1). 
Tutti i Comuni hanno difficoltà, ma ci sono realtà, anche al Sud, che scommettono sui propri territori. Quando parliamo di turismo e cultura come comparti con i quali si mangia, ricordiamoci di classifiche come questa. 
E domandiamoci quanto dipende dalle singole comunità e quanto dagli stanziamenti esterni, alibi ricorrente.
Se gli altri ci riescono, possiamo farlo anche noi. Lavorando di più e lamentandoci meno.

lunedì 22 gennaio 2018

Partito Democratico in Sicilia. Può fare più buio di mezzanotte.

La Repubblica Palermo - 21 gennaio 2018

L'ETERNA MEZZANOTTE DEI DEM SICILIANI

Francesco Palazzo



Per il PD siciliano vale l'opposto del modo di dire «non può fare più buio di mezzanotte». Da dieci anni è in continua terapia di gruppo.

Accumula sconfitte, anche quando vince, e analisi politiche errate. Già avrebbe dovuto completare l'album degli sbagli, invece c'è sempre una pagina da riempire. Pare non esserci fine alla lista di pietanze modeste che mette nel menù dell'Isola.

Una regione che ha bisogno, più di altre, di un partito riformista autorevole. Dopo la scoppola alle regionali e la perdita d'identità alle comunali palermitane, è probabile una brutta sconfitta alle politiche di marzo. 

Giorni fa Renzi, a Caltagirone, ha rilanciato l'appello ai liberi e forti di don Sturzo. Ma ai suoi avrebbe dovuto ricordarlo. Nel Pd le donne e gli uomini liberi e forti ci sono. Ma essendo impegnati in guerre intestine senza tregua, non facendo in tal modo del bene a loro stessi e alla Sicilia, le loro azioni risultano deboli e incatenate. 

Gli eredi delle solide tradizioni cattolico-democratiche e socialdemocratiche usciranno dalla perenne mezzanotte in cui sembrano immersi?

mercoledì 17 gennaio 2018

Piste ciclabili a Palermo. I fatti contro le buone intenzioni.


La Repubblica Palermo
17 gennaio 2018 - Pag. I
Se alla politica i ciclisti non piacciono
Francesco Palazzo


Sulle piste ciclabili Palermo, città pianeggiante e dal clima invidiabile come poche, non riesce a muoversi dalle buone intenzioni. Che fanno notizia ma non politica.
Che è dove metti le cose che fai e i soldi pubblici per farle, non dove posizioni le parole. 
È servito a poco l’aver sistemato le bici nelle postazioni bike sharing.
Rimangono parcheggiate. 
Se non predisponi i luoghi dove le due ruote, comunali e private, riescano a marciare in sicurezza, non si possono che osservare situazioni al di sotto delle attese.
Il risultato è che i ciclisti si vedono col cannocchiale. Ed è un peccato. 
Se si favorisse, in tutta la città, non solo nella zona centrale, questo tipo di spostamento, a Palermo praticabilissimo più che al nord, dove hanno cattivo tempo ma infrastrutture ciclabili serie, si alleggerirebbe ovunque il traffico veicolare. Altro che ZTL.
Siamo andati sulla luna qualche tempo fa. 
Riusciremo a Palermo ad utilizzare, tutti e sempre in sicurezza, un mezzo semplice, ecologico e antico? 
A oggi, spiace constatarlo, prevalgono più tentennamenti e marce indietro che passi in avanti.

lunedì 15 gennaio 2018

La cultura civica dei palermitani e Palermo capitale della cultura.

La Repubblica Palermo

14 gennaio 2018

IL BIGLIETTO DEL BUS FRONTIERA DI CIVILTÀ

Francesco Palazzo


Non c'è colore politico che tenga. In questa città, vinca il centrodestra o il centrosinistra, non si riesce a risolvere un problema atavico. Tranquilli. Non parliamo del Parco della Favorita (a proposito, non si doveva nominare un sovrintendente?), questione più complicata da affrontare del ponte sullo stretto. Ma del semplice pagamento dei ticket sui bus. E qui, come da copione, potremmo dire che la colpa è di quelli di prima. Senonché questo valeva per la passata legislatura. Ora quelli di prima sono quelli di adesso. Ed è possibile che in cinque anni, quasi sei, non si riesca a mettere su un sistema per far pagare chi entra in mezzi abbastanza contenuti? Non è che salendo sui bus ci s'immetta in delle praterie sconfinate che poi valli a prendere. Sono pochi metri quadri. Ora siamo diventati capitale della cultura.Termine che include molteplici accezioni. È possibile sperare che questa comunità, al netto degli eventi programmati, possa fare passi in avanti su diversi aspetti culturali in modo da migliorare il quotidiano ben oltre il 2018? L'augurio è che innanzitutto il cambiamento culturale sia dei palermitani. In modo che possano scoprire e vivere un concetto di cittadinanza, che fa a pieno titolo parte della cultura personale, un tantino più elevato di quello che possiedono attualmente. Se dovessimo uscire dall'anno di capitale della cultura così come ci stiamo entrando rimarremmo fermi tutti sullo stesso punto. E ciò vale pure per chi amministra. Perché, prendendo come esempio i portoghesi sui bus, c'è la cultura del pagare un servizio pubblico, ma pure quella del farselo pagare. I grandi cambiamenti iniziano dalla ferialità, altrimenti manco dieci anni di capitale di quello che vogliamo basteranno a costruire un futuro migliore. Lo abbiamo visto con Palermo capitale dei giovani 2017.Siamo arrivati al 31 dicembre e i giovani, i pochi che restano e i molti che se ne vanno o se ne stanno andando, manco hanno sentito l'odore di un mutamento di prospettiva che riguardi le loro giovani vite. Tornando ai bus, la soluzione, nel caso specifico, non è militarizzare i mezzi. Con il fucile puntato si obbligano i palermitani, su alcune corse e per periodi limitati, tipo quando scatta il solito quarto d'ora di legalità, a infilare questo benedetto biglietto nell'obliteratrice. È una dichiarazione di resa. Che un'amministrazione non può permettersi se vuole governare una città e non mettere pezze che non risolvono nulla. Sappiamo, più o meno, qual è la risposta. Al momento non ce la facciamo, non abbiamo le risorse umane. Prendiamo atto, anche se "questo momento" dura da decenni e non si capisce cosa caspita ce ne facciamo di tutti questi precari con i quali continuiamo a ingrassare, a carico della fiscalità generale, gli uffici pubblici. Tuttavia, usiamo quello che abbiamo. E visto che ci ritroviamo sul petto questo scudetto per il 2018, proviamo un approccio culturale. Non risolve immediatamente il problema, ma è un punto di partenza per dipanarlo domani. Vi ricorderete la campagna, ci sono ancora tracce, con la faccia del borseggiatore e la scritta Non ti vogliamo sui nostri bus. Ecco la proposta. Riempire tutte le vetture Amat di avvisi di questo tipo. Sono graditi solo i viaggiatori paganti. Chi non paga mette a rischio un servizio pubblico. I borseggiatori sono certo ladri, ma rubano ai singoli, coloro che non pagano il biglietto sottraggono a tutta la collettività. Dunque, alla lunga, sono più nocivi.