mercoledì 1 luglio 2009

Regione Siciliana: il gioco pulito che si deve agli elettori

LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 01 LUGLIO 2009
Pagina I
La polemica
Una formalità chiamata democrazia
Francesco Palazzo


Con il nuovo governo regionale in fase di decollo, ci si potrebbe porre una semplice domanda: a cosa servono le elezioni? Esse sono uno strumento con cui il popolo compone maggioranze e opposizioni. Il centrodestra ha vinto le regionali del 2008 con un insieme di partiti che sostenevano Lombardo. In una scheda si potevano votare il nome da mandare all´Ars e uno dei candidati alla presidenza. La coalizione di Lombardo, dei novanta seggi a disposizione, ne aveva presi sessantuno. Ora è accaduto che Lombardo abbia perso per strada alcuni deputati e un intero partito. Dei sessantuno parlamentari, occorre togliere i dodici attuali dell´Udc, passata, o costretta, all´opposizione. E siamo a quarantanove. Non è finita, e non è solo una questione di numeri d´aula. L´Udc ha ottenuto alle regionali quasi 340 mila voti, sfiorando il 13 per cento. Questi elettori confermano la svolta alla Regione? Non lo sapremo mai. La democrazia rappresentativa diventa pura formalità. Anche quando ai quarantanove onorevoli c´è da toglierne, pare, altri nove del Popolo della libertà. Ai quali non è piaciuta la virata lombardiana, ovvero sono rimasti fuori dai giochi. Ai 340 mila di prima dobbiamo aggiungerne altri 250 mila, la dote elettorale che i nove, a occhio e croce, hanno portato alla causa del centrodestra. Trecentoquarantamila più duecentocinquantamila fa circa seicentomila voti. Rappresentano il 40 per cento del consenso dei partiti che hanno portato il leader autonomista a Palazzo d´Orleans. Seicentomila votanti. Una fila interminabile di persone. Hanno votato democraticamente? E chi se ne infischia, qui si lavora per la storia. Senonché ci sono argomenti più stringenti. Quarantanove meno nove fa, le sorprese non finiscono mai, quaranta. Quindi il governo regionale appena rinato non ha una sua maggioranza. La cercherà dove e quando possibile. I prezzi che la Sicilia pagherà a queste geometrie variabili saranno, ci vuol poco a capirlo, pesanti. In un sistema democratico tale circostanza può creare qualche problema. Ma sino a quando non costruiranno il ponte sullo Stretto si tratta di complicazioni lievi come piume. È vero, c´è sempre l´opposizione, adesso maggioranza, che può intervenire. Sembra tuttavia che l´Udc, il gruppo dissenziente del Pdl e il Pd pensino a tutt´altro. I primi due a rientrare al più presto nell´area di governo, il terzo non si sa bene esattamente a cosa aspiri. Diviso com´è tra la deputazione che lo rappresenta all´Ars e la dirigenza impalpabile che al momento guida il partito a livello regionale. Due linguaggi diversi, per un partito che gode scarso gradimento nell´elettorato, sono un lusso che non si comprende. Per ristabilire un minimo la sovranità popolare, si potrebbe ricorrere allo Statuto regionale. Che non è un anonimo libretto di istruzioni, ma parte integrante della Costituzione. L´articolo 10 prescrive che diciotto deputati possono presentare una mozione di sfiducia contro il governo. Se approvata dalla metà più uno dei parlamentari, si torna alle urne. Questa procedura lineare, celebrata all´interno della massima istituzione siciliana, darebbe a tutti la possibilità di capire. Il Partito democratico ha i numeri per presentare la mozione. Cosa ancora lo trattenga, è un mistero. Più che una strategia oppositiva, di fatto, è una specie di tutela del governo in carica. Anzi c´è chi sostiene, sempre nel Pd, una teoria curiosa. Non si chiedono nuove elezioni perché i siciliani non sono maturi per un consenso consapevole. Mentre sono abbastanza adulti, evidentemente, per vedere stravolte le intenzioni che hanno depositato nelle urne poco più di un anno addietro. Non siamo, infatti, di fronte a un rimpasto di democristiana memoria. Ma a un vero ribaltamento, abbastanza confuso, della situazione preesistente. La verità è che nelle leggi elettorali, a qualsiasi livello di rappresentanza, visto che ormai la politica risponde soltanto alla norma che vincola, occorrerebbe inserire un articolo di poche parole. Che obblighi, senza tante chiacchiere, quando vengono meno le maggioranze legittimate dal voto, a ripresentarsi davanti al popolo sovrano.

mercoledì 24 giugno 2009

Lavavetri e senso civico

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 24 GIUGNO 2009
Pagina XVII
Se il senso civico si riduce alla denuncia dei lavavetri
Francesco Palazzo

Dopo il blitz di metà giugno per una settimana c´è stato il deserto. Ma da alcuni giorni i lavavetri di via Perpignano sono tornati. Con loro anche il giocoliere slavo che intrattiene i passanti. Ad aprile del 2008 c´era stata un´altra «retata», con sette fermati, stavolta pare siano stati due. Poi nuovamente si era tornati alla normalità. Devo dire che il dispiegamento ultimo di forze, quindici volanti e un elicottero, con appostamenti precedenti l´azione, mi ha stupito. Da venti anni transito da quei semafori. All´andata e al ritorno. Mai è capitato che al mio usuale rifiuto, diretto al lavavetri, mi sia stata opposta una frase irriguardosa. Non parliamo di aggressioni o danneggiamenti dell´auto. Ho cercato di spiegarmi la cosa. Può essere che la mia faccia, non esattamente nordica, richiami tratti comuni e perciò sono scambiato per un collega che ha fatto fortuna. Oppure hanno capito dal mio sguardo truce che sono nato a Brancaccio e temono pesanti conseguenze. O, semplicemente, il vetro è sempre talmente sporco che la mia opposizione è scambiata per un aiuto. Non sono un cliente da ripulire in pochi secondi. Supposizioni. Messe fuori gioco da un´evidenza. Non ho mai notato che ad altri, nei tantissimi frangenti in cui ho atteso il verde, sia capitato qualcosa di spiacevole da parte di chi vuole renderti, a volte con un´insistenza che non sempre si è disposti ad accettare, la vita meno sudicia. Metti che hai litigato con il capufficio, con tua moglie o che hai appena scoperto che il collega ti ha sgonfiato le gomme. In quei momenti il nervosismo prevale e qualsiasi interferenza nel privato può essere letta come un atto violento. Che, per carità, qualche volta si consumerà con insulti e qualche danno al bene mobile. Ma ditemi voi, se quindici volanti e un elicottero non sono troppi pure per prendere il capo dei capi. Qualche segnalazione, comunque, da regolare consumatore, la farei sul famigerato tratto di asfalto. Più che i lavavetri immigrati, mi hanno sempre di più incuriosito i palermitani. Disdegnano il ramo lavorativo pulizia vetri. Si confrontano direttamente col mercato. Ti vendono dall´accendino, alla penna ad altri gadget. Oppure distribuiscono volantini pubblicitari. C´è chi vuole inondarti di fortuna con schedine precompilate. Il loro atteggiamento, quando ti propongono l´acquisto, non è esattamente il massimo della discrezione. Infilano la testa dentro l´abitacolo, se hai lasciato aperto il finestrino, o ti chiedono di abbassarlo. Poi t´impongono una stretta di mano, e un piccolo, incisivo, discorso sulle difficoltà della vita. Tale modo di porsi, che è veramente un intrufolarsi nella tua vita, mi genera un fastidio che non percepisco nei lavavetri, in genere sorridenti. Il palermitano semaforista professionista è, al contrario, un po´ arrabbiato, pare in procinto di esplodere la sua rabbia dentro la tua auto. Anche lì, le conseguenze fisiche sono irrilevanti. Ciò che, piuttosto, deve allertare la vigilanza di guidatori corretti e pedoni indifesi, è altro. Si rischia molto di più nelle corsie d´emergenza. I siculi chiusi nelle scatolette metalliche, pur di superare file di centinaia di metri, o per riuscire a schivare in extremis il rosso, oppure per partire in pole position quando scatta il verde, sono disposti a percorrere a velocità elevate le corsie riservate. Normale amministrazione. Nessuno si lamenta. Il senso civico, che porta a denunciare al 113 i lavavetri, in questo caso si addormenta del tutto. Sia chiaro, chi non ha mai varcato le strisce proibite, scagli la prima pietra. Non ai lavavetri. Che già basta e avanza l´elicottero. Sin qui siamo alle umane cose. Per quelle divine dobbiamo rivolgerci altrove. In certi momenti, sempre nei pressi del crocevia perpignanesco, sono rapito dalla dimensione soprannaturale, che m´indurrebbe a chiamare, seduta stante, la protezione civile. Succede quando, nelle attese snervanti, intruppato dentro code che avanzano a passo di lumaca, ricordo le promesse dell´amministrazione cittadina circa l´eliminazione del tappo di via Perpignano. Ecco, esattamente in tali frangenti, per capire che fine ha fatto il sottopasso, e che ne è dei ponti pedonali e ciclabili Perrault, che dovevano felicemente levarsi nella zona, una decina di elicotteri li manderei senz´altro.

martedì 16 giugno 2009

Movimenti e Partiti in Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 16 GIUGNO 2009
Pagina XV
IL VOTO PREMIA GLI "ESTERNI", UNA SFIDA PER PD E MOVIMENTI
Francesco Palazzo

Due questioni, dopo le elezioni europee, riguardano lo stato di salute del Partito democratico e il futuro del movimento Un´Altra Storia. Due tematiche intrecciate da alcuni anni, quelle dei partiti e dei movimenti. I primi più controversi, ma abbastanza stabili, i secondi più informali e vitali, ma che non tengono alla media distanza. Talvolta copiando il peggio dei partiti. Nel Pd si è fatta strada una prima controversia. Di chi è il merito delle affermazioni di Crocetta e della Borsellino? Questione che lasciamo a chi vuole tormentarsi più del dovuto. Basterebbe solo dire che senza il Pd, rimanendo nelle loro formazioni di appartenenza, mai Crocetta e la Borsellino avrebbero messo insieme quasi quattrocentomila voti. Al contempo, queste candidature hanno portato ai democratici nuova linfa, pronta a dileguarsi tra le polemiche se non la si sfrutta in tempo. Che però i nodi del Partito democratico siano tutti ancora sul tappeto è dimostrato dai consensi presi dai due nomi che più rispondevano alle sensibilità forti del partito, l´ex diessina e l´ex margheritina. Sia Tripi che Barbagallo non sono arrivati neanche a 70 mila voti ciascuno. Segno che il partito, pure con la triplice preferenza, non riesce neppure a promuovere due candidature di una certa levatura. Con ciò non vogliamo dire che i democratici siciliani non hanno qualche elemento per tirare un sospiro di sollievo. Ma da questo a dire che è iniziata una nuova fase, ce ne corre. Anche perché la tenuta del partito nel resto d´Italia, lasciando stare la folata europea e guardando le amministrative, è già abbastanza precaria nelle roccaforti emiliane e toscane. Se lì non si festeggia, figuriamoci in Sicilia. Da noi il centrodestra mantiene complessivamente il suo patrimonio elettorale, è in fase di grande sofferenza la sinistra estrema ed è molto indebolito, o esaurito, il richiamo dei movimenti. Sui quali va detto qualcosa. L´ultimo, in ordine di apparizione, e siamo al secondo argomento, è Un´Altra Storia. Che ha registrato una spaccatura sulla candidatura della Borsellino nel Pd. Basta vedere il sito, fermo dal 20 aprile a dopo le elezioni, e i commenti in esso contenuti, per rendersi conto che non si può minimizzare affermando che si è trattato solo delle dimissioni di poche persone. Peraltro, una lettera girata per e-mail alla vigilia del voto, pare condivisa da molti oltre i pochi firmatari, segnalava criticità sostanziali nel percorso decisionale di Un´Altra Storia circa l´inserimento della propria fondatrice tra i democratici.La spinta di molti aderenti al movimento era quella che la Borsellino accettasse il coinvolgimento in una delle liste della sinistra o in Italia dei valori. Alle elezioni politiche del 2008 la Borsellino era in corsa per il Senato nella Sinistra Arcobaleno, questa volta senza polemiche interne, rimanendo con niente in mano. Un nulla di fatto che si sarebbe replicato se si fosse accasata tra le file della sinistra, e una difficile elezione se avesse accettato le avance dei dipietristi. In entrambi i casi non ci sarebbe stata la valanga di voti che l´ha premiata. E che la pone come un punto di riferimento per lo stesso Pd. Più di quando si candidò alla Regione nel 2006. Basta ricordare che tutti i candidati della sua Lista Rita presero meno della metà delle preferenze da lei adesso racimolate da sola. Ora sarà difficile indirizzare il movimento verso la sponda del Partito democratico. Che è visto, da gran parte della sua creatura politica, come il fumo negli occhi. Così come lei del resto, sino a ieri, non era mai stata tanto amata dai democratici. Probabilmente Un´Altra Storia, come tutte le esperienze collettive basate sul carisma di un leader e sulla voglia di ripartire spontaneamente dal basso, è giunta al capolinea come forza politico-elettorale. Questo non è necessariamente un grosso problema. Visto lo scenario politico, sempre più polarizzato su poche formazioni, è indispensabile non insistere su battaglie di minoranza che restano ai margini e non raccolgono molti voti. Crediamo che la Borsellino, a un certo punto, abbia proprio afferrato questo concetto e sia andata avanti con decisione. Dimostrando di avere un certo fiuto politico e una buona dose di coraggio.

sabato 13 giugno 2009

Europee in Sicilia: antimafia promossa, sinistra bocciata

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultuta, Economia
12 giugno 2009
Pagg. 8 e 9
Quando trionfa l'astensione
Francesco Palazzo

Il voto per la consultazione europea, per la tipologia di scelta e anche per lo stesso meccanismo elettorale, che prevede sino a tre preferenze, si presta poco a una trasposizione diretta sul livello regionale. Alcune considerazioni, tuttavia, dal voto siciliano per il parlamento di Strasburgo, si possono trarre. Intanto, va registrata la forte astensione dal voto, tipica di chi è abituato a recarsi ai seggi per risolvere incombenze personali e ritiene, perciò, distante una competizione che non rientra, immediatamente, nel meccanismo, ben conosciuto, del dare e avere. Ciò ha provocato una diretta conseguenza sui seggi attribuiti. Dagli otto previsti si è scesi a sei, con indubbia perdita di rappresentanza e di visibilità per il collegio isole. Partendo da tale aspetto, una prima considerazione va fatta rispetto alla deputazione siciliana che giunge a Strasburgo. Dei sei deputati eletti, ben quattro (due del PD, uno di Italia dei Valori e uno dell’UDC), sono all’opposizione del governo nazionale e, visto come vanno le cose nella maggioranza regionale, anche di quello siciliano. Non è una notazione da poco, tenuto conto che la Sicilia esporta, di solito, deputazioni composte al loro interno da un consistente numero di soggetti legati alle maggioranze al momento imperanti nel paese e in sede locale. Un secondo aspetto, anche questo abbastanza in controtendenza, è la promozione sul campo, a suon di voti, dei candidati antimafia. L’etichetta probabilmente è limitante per i singoli. Ma non si può disconoscere che persone come Rita Borsellino, Rosario Crocetta, Leoluca Orlando (o Sonia Alfano, che a quanto pare subentrerà per lo scorrimento della lista), hanno tutti una biografia connotata nel senso della lotta alla criminalità mafiosa. Visto che, sino a qualche tempo addietro, si diceva che l’antimafia non porta voti, ci pare questo un esempio lampante di come le cose possano modificarsi in certe circostanze. E’ ovvio che, in questo ragionamento, pesa il fatto che il voto d’opinione si libera più nelle elezioni che decidono di organismi che vengono vissuti come lontani rispetto alle esigenze quotidiane. Cosa si può chiedere, in termini clientelari, a un deputato europeo? E cosa quest’ultimo può promettere in previsione dell’elezione? E come la mafia può intercettare il voto europeo? Il voto d’opinione, altra questione, com’è facilmente intuibile, anche se non sempre percepibile, è qualcosa di cui tutte le formazioni politiche ddispongono. Si tratta di una specie di zoccolo duro che è pronto a rifugiarsi nel proprio simbolo. Per abitudine politica o perché ritiene che ve ne sia bisogno in certi momenti. Quello che, invece, si mobilità attorno a questioni specifiche, tipo la legalità e l’antimafia, spesso si sposa con il raggruppamento politico che guarda a sinistra. E, nel caso delle europee del 6 e 7 giugno è stato davvero consistente. Parliamo di quasi cinquecentomila voti, la dote elettorale che ha investito un drappello di cinque, sei persone, nel nome dell’antimafia. Al punto che, e passiamo a un altro spunto di riflessione, il più grande partito del centrosinistra siciliano, quello democratico, è passato dalla più nera crisi, che si pensava dovesse uscire dalle urne, a un certo spiraglio di vitalità. Perché, essere quotato dai sondaggi preelettorali a non più del 17 per cento, e invece ritrovarsi a lambire quota 22 per cento, ha significato, per i democratici siciliani, passare da una morte annunciata a una nuova stagione. In questa lettura consolante, probabilmente, da parte dei dirigenti democratici, c’è troppo ottimismo. I numeri complessivi regionali usciti dalle europee, altro punto di riflessione, infatti, ci dicono che il dislivello, meglio dire la voragine, tra centrodestra e centrosinistra è sempre misurabile nell’ordine di trenta punti percentuali. Una distanza che richiede un lavoro di medio-lungo periodo per essere scalfita sensibilmente. Per rendere tale compito percorribile, e quindi aumentare le possibilità dell’alternativa in Sicilia, e in definitiva le chance della democrazia sostanziale, occorre che la sinistra estrema, e andiamo all’ultima osservazione, riesca a trovare una configurazione politica che non disperda, nella divisione, tanti voti. Lasciando tanto elettorato solo con la possibilità di votare, senza essere poi rappresentato. Né al parlamento regionale, né in quello nazionale e, adesso, pure in quello europeo. In Sicilia l’operazione ripresa della parte a sinistra del Partito Democratico richiederà, ammesso che la si voglia tentare, una dose supplementare di generosità politica e lucidità strategica che, al momento, non intravediamo.

mercoledì 10 giugno 2009

Europee in Sicilia: cosa è cambiato?

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 10 GIUGNO 2009
Pagina I
Sfida sospesa alla Regione
Francesco Palazzo

Dopo il voto europeo è cambiato lo scenario politico siciliano? Guardiamo alla prospettiva più immediata, il futuro del governo regionale in carica, e a quella a medio termine, cioè i rapporti di forza tra le due coalizioni. Dando per scontato che valgano i raggruppamenti che alle regionali del 2008 sostennero Lombardo e la Finocchiaro. Il primo verdetto è sull´incompleto Lombardo bis. Per l´Mpa l´asticella del 4 per cento era proibitiva. Gli autonomisti tuttavia possono contare su un dato siciliano non trascurabile. Raggiungendo il 15,64, pur non da soli, si pongono come terza forza politica regionale. Da dove prendono tale consenso? Certamente dal Partito delle libertà, al quale le lotte interne non hanno giovato. Oltre a farlo retrocedere di molto in Sicilia, hanno condizionato il risultato di Berlusconi a livello nazionale. Da questo punto di vista, la Sicilia, che sinora era il granaio azzurro, si presenta come l´anello debole del nuovo partito che ha unito Forza Italia e An. Per completare il ragionamento sul centrodestra, va detto che l´ipotizzata caccia all´Udc, che qualcuno paventava fosse il vero obiettivo della rivoluzione lombardiana, non si è consumata. Dai seggi siciliani esce infatti uno scudocrociato vivo e vegeto. Se quindi il tonfo del Pdl siciliano facilita il piano del governatore, la tenuta di Cuffaro e soci mette più di una pietruzza nel meccanismo politico appena inaugurato da Lombardo. Tutto questo più che alimentare i venti di guerra consiglierà tutti i contendenti, per motivi diversi, a ricompattarsi in poco tempo. Ma veniamo ai rapporti di forza più generali, meno legati all´oggi. Il centrodestra, che nel 2008 ha vinto le regionali con il 68,1 per cento, sfiora alle europee il 64 per cento. Sembra una flessione del tutto fisiologica, niente di strutturale. Una pagliuzza, visto quello che è accaduto nelle stanze del potere regionale. Mancano comunque quattro punti che, a occhio e croce, sono transitati nel centrosinistra. Che, infatti, passa dal 28,6 delle ultime regionali, al 33,37 delle europee. Con Italia dei Valori che, con il 7,13 per cento, quadruplica i consensi ottenuti alle ultime regionali. Per il Partito democratico, pure e soprattutto in Sicilia, si temeva una specie di spappolamento. Esso riesce invece, con il 21,88 per cento, a invertire il passo falso delle regionali (18,8 per cento) e intravede il 25 per cento che alle politiche superò in entrambi le circoscrizioni della Camera. Va tuttavia rilevato che la dote elettorale siciliana del Pd, debba diversi punti percentuali, probabilmente proprio i quattro in più, a candidati come Borsellino e Crocetta, che si sono certamente giovati del contenitore democratico, ma il cui elettorato non è direttamente ascrivibile al partito di Franceschini. Sia in questo caso, così come per Italia dei Valori, siamo di fronte a un consistente voto d´opinione, che per sua natura è abbastanza occasionale e volatile. Questo consenso, che in genere si libera nelle competizioni che lasciano più spazio all´elettore, e qui addirittura si potevano esprimere tre preferenze, difficilmente poi si trasferisce nelle competizioni in cui comanda la preferenza unica e dove si attivano i consueti meccanismi clientelari. Se a quest´ultima considerazione aggiungiamo gli esiti elettorali delle due liste della sinistra estrema, che pure messi insieme non sarebbero riusciti a valicare lo sbarramento del 5 per cento previsto dalla legge elettorale regionale, possiamo trarre la convinzione che poco si è spostato nella politica regionale.

sabato 6 giugno 2009

Contributi associazioni: da sudditi a cittadini

CENTONOVE - 5 GIUGNO 2009
Pag. 46
ASSOCIAZIONISMO FAI DA TE
Francesco Palazzo

Sull’argomento contributi alle associazioni, distribuiti tradizionalmente a pioggia dalla regione e momentaneamente bloccati dal commissario dello stato, è utile continuare a riflettere. Sia perché tra un po’ la politica regionale deciderà comunque qualcosa in merito, non modificando di molto la sostanza della questione. Sia perché va verificato se è possibile mettere in campo ragionamenti diversi. Brevemente, la domanda è la seguente. Si può nel campo associativo, almeno in quello, preponderante, che si basa sul lavoro volontario, creare, alimentare e consolidare un circuito virtuoso che provenga dalla società e che non attenda l’improbabile conversione della politica, casomai provando a influenzarla? Se la domanda alla politica è sempre quella assistenzialistica, più o meno clientelare, l’offerta non potrà che essere conseguente. Perché meravigliarsene. C’è chi vende e c’è chi compra. In questo, come in tante altre porzioni della vita pubblica siciliana, si può ben dire che gli eletti sono lo specchio degli elettori. La sfida sta nel modificare radicalmente la domanda che viene dal variegatissimo mondo dell’associazionismo che si basa sul volontariato. Non è impresa semplice. Decenni di assistenzialismo gratuito, di fondi a perdere, hanno creato un’abitudine all’intervento risolutivo della mano pubblica. Anche altri settori ricevono ossigeno per respirare dalle pubbliche istituzioni, pensiamo per un attimo alla formazione, amministrazione regionale in primo luogo. Fermiamoci all’associazionismo e vediamo se esiste qualche buona pratica già in atto, dalla quale è possibile iniziare un percorso differente. Meno dispendioso di risorse pubbliche e più in grado di costruire qualità. Qualcosa c’è. Più di qualcosa, a essere precisi. Molti conosceranno la sigla CESV. Tradotta in parole, significa Centro di Servizi per il Volontariato. In Sicilia è presente una sede a Palermo, (www.cesvop.org), che copre anche le province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta. Per le zone di Catania, Enna e Ragusa esiste il Centro per i servizi al volontariato etneo, (www.csvetneo.org), cosi come un’uguale struttura copre il comprensorio messinese (www.cesvmessina.it). Oltre le tre principali, vi sono molte sedi distaccate nelle varie città siciliane, grandi e piccole. Non è comunque un’iniziativa tutta siciliana. E’ diffusa capillarmente in tutte le regioni italiane. Ciò vuol dire una sola cosa, che funziona. Qual è la missione fondamentale di queste strutture di servizio? Intanto, occorre dire, che la loro attività si basa su un concetto basilare, l’autonomia del volontariato. Chi è autonomo sa camminare con le proprie gambe, non deve chiedere l’elemosina strisciando davanti alle segreterie dei potenti, sa porsi in maniera critica, e soprattutto libera, nei confronti della politica. Vi pare poco? Lo scopo concreto dei centri servizi per il volontariato è quello di accrescere la qualità e l'efficacia delle associazioni. Gli aiuti riguardano vari settori: si va dai servizi di sportello (come si gestisce un’associazione, assistenze legali, normative e amministrative), alla formazione degli operatori, al sostegno alla progettazione, al supporto logistico (spazi e attrezzature per le attività). Ma c’è pure un sostegno per la partecipazione ai bandi e per il reperimento dei finanziamenti. Inoltre si tende ad accrescere le capacità di autofinanziare le varie attività. C’entra qualcosa con l’argomento contributi regionali di cui stiamo discutendo? A sentire Ferdinando Siringo, che guida la struttura nella Sicilia occidentale, che conta sull’adesione di quasi duecento associazioni, pare di sì. Lui ha notato che dapprima, quando un’associazione si avvicina, lo schema è quello classico. Si cercano solo i soldi. Poi però ci si rende conto che assicurarsi servizi e consulenze è la chiave giusta. Perché si ottiene la famosa canna per pescare e non il pesce gratuito che non fa più uscire dal circuito della dipendenza dalle risorse pubbliche. Peraltro, questi centri si finanziano, non certo con le cifre stratosferiche che escono dal forziere regionale, attraverso le fondazioni bancarie. Cioè facendo riferimento al privato. Il centro di Palermo, da quanto ci è stato riferito, si è reso da tempo disponibile a fornire, gratuitamente, alla regione un supporto per tentare di migliorare un apparato contributivo senza regole e costosissimo. Si potrebbe pensare a una sorta di agenzia regionale modellata allo stesso modo di questi centri. Che non conceda risorse economiche ingiustificabili e incontrollate, ma che fornisca beni, servizi e consulenze. Aiutando le singole realtà, anche con l’aiuto dei centri per il volontariato già presenti, come abbiamo visto, in tutto il territorio regionale, a camminare presto autonomamente. Senza dovere, ogni anno, stare attaccate alla canna del gas, nella speranza che mamma regione provveda ancora una volta. Tutto, insomma, potrebbe svolgersi alla luce del sole, senza sprechi di quello che è denaro di tutti noi. E’ una soluzione troppo semplice, quella prospettata? Ce ne rendiamo conto. Trasformerebbe i clienti, che ora mendicano l’obolo, in cittadini che camminano da soli. I venditori, che cercano di piazzare i propri pupilli, in veri eletti dal popolo. Troppa grazia.

venerdì 5 giugno 2009

Esercito a Palermo: dalla mafia alla munnizza

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 05 GIUGNO 2009
Pagina I
Il messaggio di illegalità che viene dal degrado
Francesco Palazzo

Dopo le stragi mafiose del 1992, l´operazione Vespri Siciliani portò i militari in Sicilia per controllare i luoghi sensibili. Dopo 17 anni torna l´esercito. Non più contro le cosche. Il problema oggi è riprendersi chilometri di marciapiedi, piazze e strade coperti dai sacchetti d´immondizia. Per consentire che l´operazione possa svolgersi in sicurezza ecco l´esercito. Siamo di fronte a una vera e propria regressione. Il vero lascito del periodo delle stragi mafiose era la convinzione che una buona amministrazione della cosa pubblica fosse un fondamentale avamposto per la lotta alle mafie. Che non sia mera propaganda o pura retorica. È del tutto evidente che alle armi della repressione, le quali fanno bene e per intero il loro dovere, ma che possono solo arginare, contenere, dovrebbe accompagnarsi una gestione oculata, efficiente, efficace e trasparente di tutto ciò che ricade nella giurisdizione dei pubblici poteri. Se un giorno ci sarà un tramonto delle mafie - ma temiamo che tale obiettivo, visto come vanno le cose, sia situato molto lontano nel tempo - esso non potrà che verificarsi per l´azione costante della politica. I singoli che la svolgono come professione, i partiti, le istituzioni rappresentative e le aziende collegate che forniscono pubblici servizi e che dal pubblico sono foraggiate. C´è da chiedersi che messaggio, al di là delle intenzioni dei protagonisti, giunge alle cosche mafiose con questa vera e propria inaudita violenza perpetrata nei confronti del territorio. Causata dalle montagne di rifiuti e dal fetore che ormai ha impregnato i quartieri centrali come quelli periferici. Soprattutto in questi ultimi, dove i roghi hanno insistito e continuano a verificarsi in misura maggiore, si è potuto misurare l´assoluto e disarmante abbandono della città. Posta nelle mani di quanti intenzionati a causare dolosamente gli incendi. Sapendo verosimilmente di non dispiacere le cosche, forse con il loro tacito o esplicito consenso, in ogni caso nella consapevolezza di attivare un meccanismo dove la mafia può far meglio valere la propria giurisdizione su parti del capoluogo, e non sono poche, dove ancora comanda in maniera ferrea e plateale. Ora, il punto è che la ferita di questi giorni, anche se tra qualche settimana sarà spenta l´emergenza più acuta, rimarrà nella testa delle persone e farà scendere ancora verso il basso il gradimento nei confronti delle istituzioni, della legalità, dell´etica condivisa. E farà aumentare il consenso verso tutto ciò che è sistemazione privata, egoistica e predatoria delle proprie incombenze. In quest´ultimo decennio si è verificato a Palermo un continuo e inesorabile spappolamento di una pur labile percezione di comunità. Di uno stare insieme, di un vivere tra persone che si sforzano di parlare un linguaggio comprensibile e condiviso. Da questo punto di osservazione, è inutile che gli attuali amministratori si voltino indietro a scrutare passate responsabilità per giustificare le macerie di oggi. In quel tempo, ossia nel quindicennio orlandiano, si sono certo fatti degli errori. Alcuni anche gravi. Al fondo, comunque, c´era la percezione di un intero. Un´idea di città. Sulla quale magari dividersi e litigare. Qualcuno diceva che molto si concedeva all´antimafiosità da cartolina. Può essere. Che cartolina è, però, un capoluogo che sta facendo il giro del mondo non più per l´antimafiosità, ma per i rifiuti? Che magari si raccoglieranno in una decina di giorni. Ma quanto tempo occorrerà per cancellare, dal circuito dell´opinione pubblica internazionale e nazionale, l´immagine di Palermo città della munnizza? E chi pagherà per questo?

venerdì 29 maggio 2009

Regione Siciliana: elettori ed eletti

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 29 MAGGIO 2009
Pagina XVI
CHI CI GUADAGNA NEL CAOS REGIONE
Francesco Palazzo

Quando un presidente di Regione non ha più una maggioranza non convoca una conferenza stampa. Va davanti al parlamento regionale e chiarisce le tue intenzioni. Se lì esso verifica di non avere più il sostegno delle forze politiche della sua coalizione resta solo una cosa da fare. Tornare dagli elettori. Questo prevede la democrazia rappresentativa. Finché non troviamo qualcosa di più funzionante, sarebbe bene seguirne almeno le regole principali. Se si percorrono altre vie o impervie scorciatoie, per quanto abili e spregiudicate possano apparire, si rischia solo di fare confusione. Nella quale torti e ragioni si mescolano in un frullatore dal quale, prima o poi, esce fuori una melassa. Per comprendere quello che accade alla Regione è necessario mettere da parte i fiumi di parole di questi giorni e chiederci chi ci guadagna. Certamente non trae utilità dal balletto politico la Sicilia. I cui tanti problemi irrisolti e incancreniti - così come non si sono giovati nell´ultimo anno dell´operato del governo Lombardo - non troveranno beneficio da un esecutivo che dovrà andarsi a cercare volta per volta il consenso in aula. Ma scusate, non è esattamente quanto accaduto con il governo appena decaduto? Dove sta la novità? Qual è il passo in avanti? Ricorderete ciò che è successo sulla sanità. Un piano del governo e uno della maggioranza, con l´opposizione che cercava di infilarsi tra le pieghe. E poi il nascere di un qualcosa che chiamarla riforma ci vuole molta buona volontà. Forse dal nuovo corso ci guadagnerà la democrazia? Il corpo elettorale, quello che ha votato alle regionali del 2008, aveva scelto una maggioranza, sostenendola con un voto plebiscitario. Adesso si ritrova una configurazione politica che non si capisce bene cosa è e che viene messa in campo sopra la sua testa. Con decisioni che giungono da Roma, con notizie che planano direttamente dalle trasmissioni di approfondimento politico. Tanto che ci si può cominciare a chiedere a cosa serva l´elezione diretta di un presidente e della sua maggioranza. Entrambi inseriti in un´unica scheda elettorale. C´è, quindi, un secondo sconfitto, oltre la Sicilia. È il concetto stesso di democrazia rappresentativa. Il popolo elegge, gli eletti rispettano il mandato ricevuto. Cosa dire, poi, dell´Assemblea regionale costretta a riaprire, come un qualsiasi consiglio condominiale, nell´ultimo giorno di campagna elettorale? A proposito di elezioni. Pesantemente annichilita da questa situazione è pure l´Europa. Già in Sicilia se ne parlava poco e niente, figuriamoci adesso. Il voto per il parlamento europeo si utilizzerà solo per misurare i rapporti d forza. Lombardo supererà il 4 per cento? E il Pdl andrà oltre il 50? E il Partito democratico riuscirà a tenere? Perché sì, anche i Democratici ci perdono. Aspetteranno gli eventi e i nomi degli assessori. Sarebbe stato così indecente chiedere le elezioni e presentare una mozione di sfiducia in parlamento contro Lombardo? Cosa ha da guadagnare il Pd, con una posizione attendista? Storicamente in Sicilia queste operazioni del «ci sto ma non si deve vedere» sono state sempre a perdere per la sinistra. Alla domanda iniziale abbiamo forse risposto in maniera inversa, sottolineando più chi ci perde e non chi ci guadagna da questa operazione. Perché probabilmente non ci ricava niente nessuno. Ma una speranza per trarre profitto da queste ore convulse c´è. Sono le elezioni anticipate. Tutti sarebbero costretti, finalmente, a fare delle scelte chiare e nette di fronte al popolo siciliano. E non delle trattative opache dentro le stanze del potere.

sabato 23 maggio 2009

Diciassette anni fa, la memoria in un fumetto

SETTIMANALE CENTONOVE
22 maggio 2009
Pag. 37
GIOVANNI A FUMETTI
Francesco Palazzo

Claudio Stassi è nato a Brancaccio. Aveva quindici anni quando, il 23 maggio del 1992, Cosa nostra fece saltare in aria Falcone, la moglie e tre uomini della scorta. Quel giorno era salito a casa un po’ malmesso, una banda di bulli aveva attaccato lui e i suoi amici. Ma aprendo la porta di casa, vide che qualcosa di molto più tragico era accaduto. In quei giorni disegnò per la prima volta il volto del magistrato. “Con ingenuità e con enorme rispetto”. Lo scrive nell’intervento che chiude il fumetto “Per questo mi chiamo Giovanni”, edito dalla Rizzoli (Pag. 156 - € 18), da poco in libreria. E’ la trasposizione dell’omonimo libro di Luigi Garlando. Perché oggi Claudio, forse a cominciare da quel volto del giudice, ha fatto di quel primo schizzo una professione. Oltre quest’ultima opera, ha già al suo attivo, tra le altre cose, il fumetto Brancaccio, in cui si parla di Padre Puglisi, che ha vinto un importante premio nel settore. Il lavoro in questione è la narrazione di un dialogo tra un padre e un figlio. Cui viene spiegato perché si chiama Giovanni. Il papà, durante una lunga passeggiata tra i quartieri di Palermo, Capaci e l’aeroporto Falcone-Borsellino, nel narrare la storia di Falcone, suggerisce al figlio come comportarsi a scuola contro un compagno prepotente. E’ una lezione sulla mafia e sull’antimafia degli ultimi decenni, per come si può spiegare a un bambino. Ma non è solo teoria. L’adulto rivela come lui stesso, nel non pagare più il pizzo, ha saputo ribellarsi alla violenza mafiosa. “Qui non si vendono più bambole”, risponde il padre agli estorsori, la stessa frase che il figlio utilizzerà a scuola. Il lavoro è stato realizzato con la tecnica degli acquerelli. A colori quando narra del dialogo tra i protagonisti, in bianco e nero negli altri momenti. C’è una sola pagina bianca, quella che dovrebbe raffigurare l’attentato. Dal testo scritto alle tavole del fumetto, il racconto prende un’altra forma, si concretizza in maniera diversa. Ad esempio si vede com’è fatto Bum, il pupazzo che il bambino di quasi dieci anni tiene sempre accanto. La mafia è descritta come un mostro, e forse con un bambino non si può evocare qualcosa di meno evanescente. Si entra però nel concreto quando, seduti al tavolo del ristorante, il padre tira fuori un carciofo. Le cosche, spiega al figlio, sono come le foglie del carciofo. Non manca il riferimento alla puncitina, alla santa che brucia, al giuramento di difendere deboli e indifesi. E forse qui, quando il figlio chiede che male c’è se dicono di difendere gli orfani e combattere le ingiustizie, e il padre risponde che forse un tempo era necessario, c’è una concessione a uno stereotipo, ossia alla differenza tra la mafia di una volta e quella di oggi. E' sono un attimo. Molto suggestiva, ecco l’importanza dell’immagine, l’aspirina immersa in un bicchiere per spiegare la morte del piccolo Di Matteo. Per la prima volta, Stassi, oltre che come disegnatore, si cimenta anche nella sceneggiatura. Con buoni risultati. Non è sempre agevole trasferire in un fumetto un testo che originariamente non è stato pensato per quest’uso. E’ un po’ come fare un film partendo da un romanzo. Spesso uno dei due mezzi espressivi è molto più bello dell’altro. In questo caso va, piuttosto, evidenziato che l’opera originaria di Garlando, libro godibilissimo, non perde niente, anzi guadagnerà il pubblico dei più giovani, più propensi a scorrere immagini che a compulsare testi. La suggestione del disegno riesce molto bene, visto che in questi giorni ricordiamo il diciassettesimo anniversario della strage, a tratteggiare come Giovanni Falcone sia stato osteggiato. A Palermo come a Roma. Per poi, da morto, essere osannato, magari pure da chi l’aveva massacrato con mezzi diversi da quei cinque quintali di tritolo. Giovanni, il ragazzo, e Giovanni, il giudice, hanno fatto i conti con la vita lo stesso giorno. Il primo venendo alla luce, il secondo scomparendo con un semplice gesto di un dito che ha azionato un timer. Una mano dietro la quale, è molto probabile, vi siano state complicità e coperture inquietanti. Provenienti da quella zona grigia senza la quale la mafia sarebbe solo una struttura criminale, molto più facile da colpire. La vita e la morte che s’incrociano nello stesso giorno. Ecco perché il padre ha deciso di chiamare il figlio Giovanni. Per finire, una tavola molto toccante. Quando il bambino, alla sorella del giudice che al citofono chiede chi fosse, risponde: “Giovanni, nato il 23 maggio 1992”.

giovedì 21 maggio 2009

Regione Siciliana, una soluzione parlamentare

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 21 MAGGIO 2009
Pagina XV
Trionfo alle urne, tonfo al governo
Francesco Palazzo

L´elezione diretta del presidente della Regione dovrebbe consentire allo stesso un´agibilità politica ampia. Soprattutto se la vittoria avviene con numeri «imbarazzanti». Lombardo si è imposto con il 65,3 per cento contro Anna Finocchiaro, fermatasi sotto il 31 per cento. Va aggiunto che l´alleanza di centrodestra, nel 2008, ha toccato uno stratosferico 68,1 per cento, distante dalla prestazione del 2006 (61,6 per cento) e superiore rispetto a quella del 2001 (65,1 per cento). A guardare i numeri quella dell´ultimo governatore siciliano doveva essere una cavalcata trionfale. Ora c´è una guerra tra Pdl e Udc da una parte e Mpa dall´altra dagli esiti imprevedibili. Certo, non ci sono in ballo idealità. I contendenti potrebbero trovare l´accordo dopo le europee. Ma cosa accadrà in caso contrario? A parte le improbabili dimissioni del governatore, ci sono tre possibili scenari. Vediamo i primi due. L´articolo 10 dello Statuto siciliano contempla la possibilità che si discuta una mozione di sfiducia, presentata da almeno 18 deputati, contro il presidente della Regione. Se la mozione è approvata, si va entro tre mesi alle urne. Se la mozione non passa vuol dire che il presidente ha ancora una maggioranza, magari diversa da quella iniziale. Si registrerebbe tale nuova configurazione, provando a mettere in piedi quello che in questi giorni viene definito governo istituzionale. In questo caso il Pd sarebbe della partita? Parrebbe di sì. È banale rilevare, guardando i numeri dell´Ars, che un qualsiasi altro governo senza Pdl e Udc, ammesso che possa contare su qualche sponda in queste due ultime formazioni, conterebbe davvero su una maggioranza risicatissima. Più un governo balneare che prepari le elezioni o altri testacoda, che un governo istituzionale con ambizioni di arrivare lontano. Ma questa almeno sarebbe una decisione assunta in un´aula parlamentare. Con Pdl e Udc che lascerebbero sul terreno più di qualche penna. In ogni caso la mozione di sfiducia è il percorso più netto, consentirebbe a tutti di capire quali sono i termini della questione. Poi ci sarebbe la terza soluzione. Sbarellare rovinosamente l´esecutivo malato, passando dall´aula a cose fatte, con un governo Mpa-Pd, mettendo dentro qualche deputato del Pdl e dell´Udc. Con un assetto numerico ancora più precario e una guerra più totale. A chi converrebbe questo finale? Non ai siciliani, che non potrebbero dare una lettura chiara di quanto accade. Certo a Pdl e Udc, che presto, in quanto la legislatura non arriverebbe alla sua naturale scadenza, farebbero valere i loro numeri elettorali e le ragioni di un responso elettorale cambiato fuori dall´Ars, spazzando via tutto. Ci sarebbe qualche vantaggio immediato per l´Mpa, che terrebbe il bandolo della matassa, sperando in una via d´uscita imprevista. Cosa ci guadagnerebbe, infine, il Pd? Per alcuni mesi tornerebbe al centro della politica siciliana, è vero. Ma poi, quando si tratterà di riscuotere il conto dalle urne, aggiungerebbe un solo voto a quelli che ha per ora? Se guardiamo al passato, potrebbe essere l´unica forza politica a rimetterci su tutta la linea. Se si vuole entrare nella stanza dei bottoni, l´unica via d´entrata è quella principale, cioè una vittoria elettorale dopo una conclusione limpida della vicenda attuale. Con una coalizione inedita quanto si vuole, che imbarchi pure l´Mpa, se si rende disponibile. Il primo passo è comunque la mozione di sfiducia. Se non la avanzano il Pdl e l´Udc, la presenti almeno il Pd.

sabato 16 maggio 2009

Mafia, tra fiction e realtà

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 16 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA TRAGEDIA DELLA MAFIA È PIÙ FORTE DELLE FICTION
FRANCESCO PALAZZO

Se in una fiction ci avessero raccontato di armi nascoste in una delle ville più conosciute di Palermo - come accade nel grande parco di Villa Malfitano - certamente avremmo detto che potevano inventarne una migliore. Lo pensavo conoscendo i particolari legati agli ultimi arresti e apprendendo, nello stesso giorno, che Rita Borsellino chiede al presidente della Regione Raffaele Lombardo un intervento duro contro le fiction sulla mafia girate in Sicilia. Tali ricostruzioni denigrerebbero la Sicilia, veicolando un´immagine falsa che non esiste più. Le questioni sono due. La prima. La politica già influenza abbondantemente quanto passa dalle televisioni. La valutazione va lasciata agli spettatori, che col telecomando decidono cosa vedere. In democrazia, i giudizi di un presidente di Regione, di un capo di governo, dello stesso presidente della Repubblica, devono valere quanto quello di qualsiasi altra persona anonima. E non avere finalità prescrittive di alcun tipo. Non abbiamo bisogno di chi gestisce le nostre serate davanti al piccolo schermo, ma di gente che sappia ben governare. Qualsiasi intervento sui prodotti artistici da parte di chi ricopre un´importante carica istituzionale non potrebbe che rivestire un carattere censorio. Meglio lasciar perdere. Ci vuol poco a debordare. Ironicamente, ma non troppo visto il caso Agrodolce, potremmo ipotizzare una convocazione degli sceneggiatori per capire cosa diamine stanno scrivendo. Con una matita di quelle a doppio colore, si procederebbe a segnare gli errori gravi, da eliminare subito, e quelli meno evidenti, su cui discutere. Chi non ottenesse l´approvazione, dovrebbe mettersi il cuore in pace. Ma non tutti accetterebbero la sentenza. Immaginiamo gommoni, con scafisti d´ordinanza, che nelle notti di mare buono tenterebbero di sbarcare sulle nostre coste protagonisti e comparse, registi e costumisti, cineprese e cavalletti, coppole e lupare. Veniamo al secondo punto. Le fiction veicolerebbero un´immagine deformata della Sicilia, screditandola agli occhi di quanti non vivono nella nostra isola. È un´opinione diffusa. Alla quale si aggiunge la convinzione che negli spettatori si creerebbe una sorta di emulazione per i mafiosi. Disegnati come eroi, quindi facilmente oggetto di imitazioni da parte di giovani e sprovveduti. Che sia chi racconta pezzi di storia recente, o fatti inventati partendo da «libere ricostruzioni» a fare del male alla Sicilia, e non i fatti stessi per come si sono verificati e si susseguono, è davvero un aspetto così controverso che non capiamo come si possa porre. Le operazioni di polizia sui clan mafiosi - sceglietene una a caso tra le ultime - ci mostrano ripetutamente risvolti criminali e politici che neanche le fiction più surreali riescono a riprodurre. Per chiudere il discorso basterebbe solo dire che il mezzo televisivo è cominciato a entrare nelle nostre case nel 1954. Dal 1861, data di nascita convenzionale della mafia siciliana, era già trascorso quasi un secolo. Nel corso del quale di mafia si era parlato a iosa fuori dalla Sicilia. Come avranno fatto gli altri a conoscerla, a farsi varie opinioni su di essa, e sulla Sicilia, molte senz´altro distorte, senza fiction che pompavano falsità? In quanto al discorso dell´emulazione, forse si pensa di avere davanti telespettatori da educare e non individui che guardano e sanno capire con gli strumenti culturali che si ritrovano. Sono cresciuto a Brancaccio. Da ragazzo, durante la seconda guerra di mafia, mentre cominciavano a trasmettere le piovre televisive, accusate di disonorare la Sicilia, vedevo in diretta cos´era la mafia. I morti che lasciava sulle strade. Quelle piovre che uscivano dal piccolo schermo erano acqua fresca. Se proprio avessi voluto imitare i boss, non avrei avuto bisogno di lavorare molto con le fantasie indotte dal mezzo televisivo. Le piovre le ho dimenticate, quel terrore ancora no. Insomma, lasciamo a chi vuole la possibilità di cimentarsi liberamente con le fiction sulla mafia. Quando soggettivamente le troveremo belle, le loderemo, quando personalmente ci parranno brutte, lo segnaleremo. Ricordandoci però, sia nell´uno che nell´altro caso, che sono i fatti, quelli reali, a pesarci sul cuore e sulle coscienze. E a dire agli altri come siamo.

venerdì 15 maggio 2009

La fiera dei soldi facili

CENTONOVE
15 5 2009
Pag. 47
L'orticello dei contributi a pioggia
Francesco Palazzo

Sui contributi a enti e associazioni varie, da parte della regione, il commissario dello stato ha rilevato ciò che è sotto gli occhi di tutti. Ossia, che spendere 78 milioni di euro per concedere finanziamenti a pioggia, senza che in alcuni casi si riescano a individuare i beneficiari, introvabili pure su internet, dove si riesce a recuperare tutto, è semplicemente insensato. Oltre che non rispondente ai canoni, seppure minimamente decenti, di buona amministrazione. Dopo l’intervento del commissario, che agisce costituzione alla mano, alte si sono levate le grida provenienti da Palazzo dei Normanni, dove è stato votato l’articolo di legge inserito nella legge finanziaria regionale. Che peraltro giunge, novità in negativo rispetto agli ultimi anni, con un ritardo di quattro mesi. Questa notazione è importante. Perché dimostra, al di là delle polemiche, che c’era il tempo per ben soppesare la portata finanziaria complessiva di tale dispositivo di legge e l’opportunità delle singole assegnazioni. Ciò, in tutta evidenza, non è stato fatto, ed ecco che interviene un soggetto esterno. Non c’è dubbio che la funzione legislativa, proprio perché legata alla libera espressione di voto del corpo elettorale, è di fondamentale importanza. Qualsiasi altro intervento, proprio perché non derivante dal consenso depositato nelle urne nel giorno delle elezioni, non può certo sostituirsi alle assemblee legislative. Ma quando i consessi rappresentativi della volontà popolare non svolgono bene il proprio compito, chi deve intervenire? Può farlo l’opinione pubblica, cioè una parte di quel corpo elettorale che già si è espresso nei seggi. In genere, ed è avvenuto anche stavolta, si procede attraverso un qualche appello firmato da intellettuali prestigiosi. Diciamolo francamente, per la politica dei palazzi, tali appelli, che giungono peraltro quasi sempre quando i buoi sono scappati, valgono come il due di denari quando la briscola è a spade. Meno che niente. Allora, se l’interazione tra elettori ed eletti non funziona più, essendo divenuti i secondi sordi a qualsiasi istanza in quanto titolari di comportamenti autoreferenziali, e quasi sempre, in Sicilia, del tutto clientelari, ecco che si fa strada, naturalmente, un intervento costituzionalmente garantito come quello del commissario dello stato. Che certo non dice l’ultima parola, essendo possibile aprire un conflitto di fronte alla corte costituzionale. Ma che almeno ha il potere di fermare un attimo il gioco, talvolta assai discutibile, della politica, e di consentire a tutti, nessuno escluso, dunque sia alla maggioranza che all’opposizione, un’ulteriore riflessione, un qualche ripensamento. Cui dovrebbero essere indotti, a dire il vero, anche tutte quelle realtà che si apprestavano a ricevere corposi assegni. Pure in politica vale la legge della domanda e dell’offerta. Se la domanda alla politica è quella di attingere alle risorse pubbliche con criteri abbastanza opachi, l’offerta non potrà che essere conseguente. Faceva specie, l’altro giorno, leggere che molti stipendi, pagati da coloro i quali vedono rimessi in discussione i finanziamenti, rischiano. Con essi pure i posti di lavoro. Ogni anno va così, poi tutto si sistema. Ma, viene da chiedersi, i contributi regionali non dovrebbero costituire un aiuto, un’aggiunta non decisiva, a quanti sono comunque in grado di andare avanti da soli? Se così non è, se la mano pubblica deve non tanto sostenere, promuovere, ma decidere della vita e della morte di attività, sino a prova contraria, private, di cosa stiamo parlando? Parliamo di una politica istituzionale che ha forse perso tratti importanti della sua dimensione pubblica. Che tuttavia, nonostante questo, ottiene consenso perché risponde a una precisa richiesta. Che proviene, questo è il punto, non solo dalle fasce popolari che avanzano bisogni elementari, ma perfino dalla parte di società borghese e colta, quella che riceve i contributi di cui parliamo, che dovrebbe sentire impellente la necessità di una politica profondamente diversa.

giovedì 7 maggio 2009

L'agenda vecchia e quella nuova

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 07 MAGGIO 2009
Pagina XV
LA FINE INGLORIOSA DEI FONDI EUROPEI
Francesco Palazzo

"L´ultima occasione". Leggendo di sfuggita e da lontano mi ero prefigurato due possibilità. L´offerta pubblicitaria di qualche prodotto che qualcuno m´invitava a acquistare oppure il messaggio elettorale di un candidato alle europee. Il messaggio del manifesto, che poi ho rivisto affisso ovunque, parla invece di tutt´altro. In alto la scritta Sud a tre colori molto vivaci, in basso un´agenda che fa vedere il 2007 e il 2013. Senza altre specificazioni, sembra un appello per iniziati di un gruppo esoterico. Quell´agenda, in effetti, rimanda solo per gli addetti ai lavori a un´altra agenda famosa in ristretti circuiti, cui da anni è associato il numero 2000. Dunque il riferimento è ai fondi strutturali europei. Il manifesto riguardava l´incontro di lunedì al Teatro Massimo. Ma qual è questa inquietante ultima occasione? Il riferimento è ai nuovi fondi europei che coprono il periodo 2007-2013, miranti a ridurre i divari tra le regioni. In particolare, l´Obiettivo 1 promuove lo sviluppo delle aree che presentano forti ritardi. La Sicilia è ancora - e per qualcuno è motivo di contentezza - tra le regioni deboli. Per l´ultima volta, come recita lo slogan. Perché l´allargamento dell´Ue farà convergere i futuri aiuti verso territori ancora più malmessi. Parliamo di miliardi di euro che in altri luoghi hanno stimolato crescita e ricchezza. Prima di esprimersi sul futuro occorre tuttavia dire del presente. Com´è andata Agenda 2000 in Sicilia? C´è chi sostiene che la Regione non ha lasciato un euro, c´è chi afferma che si è perso tanto di quello che era stato assegnato. Numeri di dubbia utilità, a dire il vero, che spesso descrivono la forma e non entrano nella sostanza. Che è quella che più c´interessa. Non ha senso dire quanto si spende, piuttosto occorre vedere la qualità della spesa. Se essa ha prodotto, trattandosi di fondi strutturali, passi avanti decisivi su questioni strategiche. Vi pare che con Agenda 2000 la nostra regione sia progredita? La realtà è sotto gli occhi di tutti. Una risposta autorevole la fornisce l´Europa. Che, facendoci rimanere nell´area Obiettivo 1, certifica al di là di ogni ragionevole dubbio, che siamo rimasti al palo. Ora abbiamo quest´ultima chance. Un altro consistente flusso di miliardi di euro bagnerà la nostra regione. Riusciremo, stavolta, a fare il salto di qualità? Oppure alla fine, con una Sicilia che presenterà la stessa sbiadita fotografia, la lite sarà nuovamente intorno alla quantità di spesa? In questo momento è molto difficile ipotizzare che, cambiati i musicanti, ammesso che alla regione si possa registrare qualche novità politica in positivo, cambierà pure la musica. Ciò che sappiamo è che tutte le discussioni sui tali fondi sono passate sulla testa dei siciliani. Tolti, ovviamente, i pochissimi che hanno avuto interessi personali su questo fiume di moneta sonante. Dovrebbe essere ormai chiaro che non sono i soldi a palate le precondizioni dello sviluppo. Posso avere poco, spenderlo nella giusta direzione, e andare avanti. Posso, al contrario, ottenere per decenni, com´è accaduto alla Sicilia, mezzi economici rilevanti e rimanere fermo o quasi. Vedremo se la prossima agenda avrà pagine più liete.

sabato 2 maggio 2009

Rita Borsellino nella lista del PD

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
1 MAGGIO 2009
Pag. 47
La candidatura della Borsellino
di Francesco Palazzo

Da quando si è proposta alle primarie e poi per la presidenza della regione, sfidando nel 2006 Cuffaro, a ogni tornata elettorale la giacchetta di Rita Borsellino viene tirata, dentro il centrosinistra, dall’una e dall’altra parte. Mai, tuttavia, nella sua pur breve e intensa carriera politica, decisione fu più combattuta. La determinazione di inserirsi nelle liste del Partito Democratico, per le europee di giugno, ha causato fibrillazioni abbastanza rilevanti sia all’interno, e ci riferiamo al movimento Un’Altra Storia, sia all’esterno. Con Italia dei Valori e Sinistra e Libertà, gli altri due pretendenti, rimasti delusi e fortemente irritati. Anche dentro il PD, non l’hanno presa tutti bene. Tra chi si è ritirato improvvisamente dalla corsa, a quanti chiedevano prima la formale adesione ai Democratici. Per farla breve, è apparso a molti osservatori un passaggio molto controverso. Senonchè, la cosa può pure essere valutata da punti di vista diversi. Innanzitutto, va detto che è nella tradizione storica dei partiti di sinistra ospitare indipendenti nelle proprie liste, senza chiedere a questi ultimi atti di fede incondizionati. I quali rimandano ad altri tempi, quando i partiti erano qualcosa in più di meri contenitori elettorali, quali oggi sono diventati. Ormai le forze politiche sono un insieme di regni autonomi e sovrani, ognuno facente esplicito riferimento a questo o a quel capo cordata. Che poi, ma è un altro discorso, il movimento che segue la Borsellino debba, alla fine, decidere cosa fare da grande, tenuto conto che elettoralmente queste esperienze sono destinate a spegnersi se non canalizzate in qualche modo, è uno scenario che ormai non è più rinviabile. Sulla questione dei partiti rimasti con un palmo di naso, IDV e Sinistra e Libertà, i quali attestano una profonda diversità politica e morale rispetto al Partito Democratico, e perciò sarebbero stati i naturali ricevitori della candidatura della Borsellino, si può fare un semplice ragionamento. Nel poco esaltante panorama politico siciliano, queste presunte grandi differenze, tra il PD da un lato e Italia dei Valori e Sinistra e Libertà dall’altro, non sono esattamente lampanti, anzi spesso si presentano del tutto esigue, impalpabili. E le stesse motivazioni, avanzate dalla Borsellino, per spiegare il suo impegno a favore del PD alle europee, potevano essere portate pure se avesse scelto una delle altre due formazioni politiche citate prima. Del resto, basta un esempio recente per capire quanto inverosimili siano le dissomiglianze tra i diversi pezzi del centrosinistra. A Palermo, sabato 18 aprile, alla fine della manifestazione contro la giunta Cammarata, c’è stato un comizio a più voci, dove sono intervenuti, tra gli altri, i rappresentanti di opposizione dei gruppi consiliari presenti al comune di Palermo. Bene, sentendoli parlare, era davvero difficile, per non dire impossibile, a chi non ne conoscesse già la collocazione, riuscire a capire chi apparteneva a quella formazione piuttosto che all’altra. Insomma, da questo punto di vista non si capisce bene cosa si rimprovera alla Borsellino, se non forse di aver scelto, stavolta, rispetto alle ultime politiche, un cavallo che la può portare al traguardo. Mettendo ai voti tra i suo sostenitori il da farsi. Evento più unico che raro. Semmai, un rilievo può essere mosso nei confronti di Un’Altra Storia. Serpeggia, tra molti degli aderenti al movimento, basta vedere il sito e il dibattito che si è sviluppato in rete, un palese disagio verso lo sbocco di questa vicenda. Appare evidente che molti fanno dipendere la continuazione di un percorso collettivo, la sua stessa sopravvivenza, dalle scelte e dalla sorte del leader. C’è da ritenere che se il presidente di Un’Altra Storia non riuscirà a varcare l’ingresso del parlamento europeo, il movimento politico che fa a lei riferimento rischierà l’implosione. Con tutto il rispetto, non ci pare questo un segno di buona salute. E la stessa Borsellino farebbe bene a riflettere, cosa che certo starà facendo, sugli ultimi eventi che riguardano la sua creatura politica.

sabato 25 aprile 2009

Un pullman per i consiglieri

CENTONOVE
Settimanale di Politica Cultura Economia
24 4 09
Se il traffico paralizza la poliica
Pag. 46
di Francesco Palazzo


Ma allora aveva proprio ragione l’avvocato del film di Benigni, quando spiegava a Johnny Stecchino che il primo problema della Sicilia, oltre l’Etna e la siccità, quello “che ci fa nemici famiglie contro famiglie”, è proprio il traffico, la mobilità. Infine il parcheggiare da qualche parte. Perché si può pure faticare ad arrivare, ma se non posteggi il quattoruote hai fatto un buco nell’acqua, sei un mezzo fallito, un quaquaraquà di sciasciana catalogazione. E, per tale motivo, può capitare che, somma disgrazia, non tanto gli orari e gli impegni di un singolo privato vadano a farsi benedire, ma che tutta l’attività politica di una città vada a ramengo, in rovina, in malora. E’ quello che drammaticamente rischia di accadere a Palermo se i consiglieri comunali non avranno l’opportunità di lasciare i propri mezzi a due passi da Piazza Pretoria, anzi proprio nella stessa piazza dove sorge la casa comunale. Così che quando piove, manco l’ombrello ci vuole. Basta un salto aitante e vai ad amministrare sereno e tranquillo. Ci avevano provato con l’adiacente Piazza Bellini. Tuttavia, a causa dei soliti sfascisti, l’ottima idea è stata purtroppo bloccata. Qualcosa, per nostra fortuna, è rimasto. Per la cronaca e per i libri di storia. Quelle belle indelebili strisce gialle, che tanto s’intonavano con l’ambiente circostante, donando un tratto sbarazzino al vecchiume dei luoghi, fanno ancora capolino sotto le strisce bianche che le hanno barbaramente e ingiustamente coperte. Chissà poi perché, i soliti sfascisti intendo, avversano il povero e vilipeso giallo e adesso sono muti, allineati e coperti sul bianco candido come un giglio. Se una piazza è storica, il discorso è chiuso. Punto e a capo. Bianco, giallo, rosso, verde peperone, rosanero non dovrebbe fare differenza alcuna. I soliti insondabili misteri palermitani. Che solo un buon giallo, questa volta in forma di romanzo e non di striscia, potrebbe risolvere all’ultima pagina. Per dare qualche certezza ai contemporanei e ai posteri. Tornando ai nostri amici consiglieri comunali, essi ci impegnano arduamente da mesi. Una volta per i pass automobilistici, utili a volare a tutta birra tra le vie del centro, e un’altra con le piazze a strisce, per fermarsi e correre a esercitare la legittima azione politica in favore del popolo. Una soluzione va trovata. Prima che il dramma finisca in tragedia. E non è quella che subito immaginate, maliziosi e cattivi come siete. Ossia, che non ce ne può fregare di meno di come fanno a posteggiare gli eletti dal popolo palermitano. Facciano un po’ come tutti. S’aiutino con autobus, taxi, metropolitana, moto, bici, garage privati, paghino nelle strisce blu o lascino l’automobile dove è possibile nel rispetto del codice della strada. Facciano pure qualche passo a piedi, che fa bene alla salute e distende i nervi. Queste alternative, valide per il mondo intero, non vanno bene alle nostre latitudini. Siamo uomini di mondo e ormai lo abbiamo capito. Ci vogliono rimedi seri, affinché gli amministratori riescano, sereni e puntuali, a recarsi presso il palazzo di città, detto anche delle aquile. Le quali, è risaputo, non hanno, fortunate come sono, problemi di parcheggio. Bisogna, dunque, che i palermitani tutti, con spirito compassionevole e partecipato, si spremano le meningi per uscire da tale incresciosa ed endemica circostanza. Io sul problema ho passato qualche notte insonne. Niente complimenti, immaginate, per la mia città farei questo e altro. Alla fine un’idea mi è venuta. Non vincerò il nobel, ma si può fare. Si compri un pullman, di quelli capienti, almeno in grado di contenere i cinquanta consiglieri e la giunta al suo completo, lo si doti di tutti i comfort e lo si munisca di tutti i pass stradali possibili e immaginabili. Che so, compreso quello di entrare da una porta della cattedrale e uscire dall’altra. Si tengano lì i consigli comunali. Il mezzo passerà a prendere gli interessati dalle proprie abitazioni, e li rilascerà, sempre davanti alle soglie domestiche, aspettando che chiudano i portoni, a fine lavori. L’aula consiliare la si lasci alle aquile. Sino a quando, ovviamente, stanche di volare, non cominceranno a motorizzarsi pure loro.

venerdì 24 aprile 2009

La Fiera del Mediterraneo e il punteruolo della politica

LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 24 APRILE 2009

Pagina XXIII
I due punteruoli dentro la fiera
FRANCESCO PALAZZO


Da ragazzini, trenta e più anni addietro, li si attendeva come un evento. Erano altri tempi. Internet e la tv via satellite non erano ancora entrati nelle case. Ecco perché i film trasmessi al mattino, in occasione della Fiera del Mediterraneo, erano motivo di grande e attesa novità. La campionaria si svolgeva verso la fine dell´anno scolastico, si poteva stare in casa e godersi serenamente la visione, ai più piccoli vietata la sera. È il primo pensiero che mi è venuto leggendo che quest´anno l´evento salterà e che l´Ente Fiera è al lumicino, affossato da una pesantissima condizione finanziaria che si trascina da anni. Dal 1946 «la fiera» era un appuntamento fisso per i palermitani. Che una capatina l´hanno sempre fatta. Magari non c´è mai stata molta qualità dal punto di vista commerciale, ma farsi due vasche, una all´ingresso e una al ritorno, è un´esperienza che almeno una volta nella vita ogni abitante del capoluogo ha provato. Le prossime generazioni, probabilmente, non potranno più dire «ci vediamo alla fiera». Chissà se le responsabilità saranno mai accertate per questa sottrazione di passato e di futuro. Leggiamo che persino i quadri di proprietà dell´ente, sottoposti al vincolo di tutela artistica, sono stati pignorati e svenduti a privati a prezzi minori del loro valore. Apprendiamo che l´attuale ufficio liquidatore ha dovuto acquistare sedie dove sedersi e tavoli su cui lavorare, perché tutto è stato venduto al ribasso all´asta per far fronte ai creditori. La cosa più incredibile è pero un´altra. Alle due palme risparmiate dal punteruolo rosso, delle venti esistenti, sono stati attaccati dei bollini con il loro valore commerciale. Dove non ha potuto il terribile coleottero, arriva la cattiva gestione della Regione. Potremmo chiamarlo il Punteruolo Siciliano. Dopo il funerale della Fiera, che pagheremo tutti, si prospetta la possibilità che l´ente venga rilevato da privati. Vedremo. Anche se nella nostra terra, quasi sempre, si scrive privato e si legge pubblico. Nel senso che spesso i primi incassano e il secondo spende e spande. Sino a quando non si arriva al capolinea, e come in questo caso ci si trova costretti a vendersi pure gli alberi. A meno che non si debba dar credito alle voci secondo cui l´area di 83 mila metri quadri sia interessata a una lottizzazione per la costruzione di abitazioni private. Come dire, una bella e tradizionale colata di cemento. È una storia che conosciamo bene. Pure l´imbattuto punteruolo rosso ha da temerne seriamente, mentre quello siculo dentro i pilastri si fortifica, cresce e si mimetizza. Ricordate quello slogan di Lima? «Palermo è bella, facciamola più bella». Da allora sono trascorsi più di quattro decenni, ma l´operazione bellezza prosegue indisturbata su più versanti. Cambiano le facce, i luoghi, le persone, le parole. Il punteruolo siculo continua a lavorare, a scavare alacremente senza sosta. Talvolta vi sembrerà di non vederlo. Non preoccupatevi, non è morto, lui c´è sempre. Anzi, proprio quando non è visibile, lavora instancabilmente. Divorando dall´interno e svuotando tutto ciò che può. Contrastarlo, eliminarlo, o almeno arginarlo, è il vero problema politico e sociale della Sicilia.

domenica 19 aprile 2009

Palermo: se il centrosinistra sa andare oltre il corteo

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 19 APRILE 2009

Pagina XXIII
IL PRIMO PASSO DEL CENTROSINISTRA
Francesco Palazzo

Ieri tutta l´opposizione all´amministrazione Cammarata (Pd, Italia dei Valori e Un´Altra Storia) è scesa in piazza e ha convocato i cittadini per sottolineare tutte le lacune di una maggioranza politica e della giunta che la rappresenta nelle scelte operative. È un segnale da non sottovalutare. Sono trascorsi quasi due anni dall´inizio della legislatura, dunque un periodo congruo per avanzare una compiuta valutazione. È sotto gli occhi di tutti che sono più le ombre, alcune abbastanza pesanti come il caso Amia e la farsa delle Ztl, che le luci. Queste ultime, francamente, difficilmente individuabili pur con tutta l´imparzialità possibile. A ciò si aggiunga la pesante situazione finanziaria che rende difficile anche l´ordinaria amministrazione. Tutto questo a fronte di un dato elettorale di partenza del tutto favorevole al centrodestra. Le cui liste, nel maggio 2007, sfiorarono il 61 per cento, staccando il centrosinistra di un sostanzioso 23,1 per cento. Lo stesso candidato a sindaco della parte vincente si piazzò otto punti sopra un nome molto accreditato come quello di Leoluca Orlando. Insomma, c´erano tutte le condizioni per un´agevole navigazione. Invece si è andati avanti alla giornata, senza una vera progettualità, con liti e sostituzioni continue di assessori. Questi rilievi critici vengono fuori dalla stessa maggioranza che sostiene l´amministrazione. L´opposizione, negli ultimi tempi, si è contraddistinta per la sua vivacità su alcuni temi cruciali, almeno in alcuni suoi elementi di punta. La stessa manifestazione di ieri è frutto di una convergenza di fondo fra i tre pezzi della minoranza a Palazzo delle Aquile. Certo, i cortei di protesta anche quando veicolano proposte interessanti difficilmente scalfiscono la struttura del consenso elettorale. Che risponde a dati abbastanza consolidati nel tempo e a meccanismi poco aggredibili con un comizio o con una mobilitazione, per quanto estesa quest´ultima possa essere. Al momento, pur con una maggioranza in piena crisi d´identità, difficilmente Pd, Italia dei Valori e Un´Altra Storia potrebbero superare quel 37,8 per cento che la coalizione a sostegno di Orlando conquistò nel 2007. A meno che, ma questo è un discorso di là da venire, non si cambi per la prossima tornata elettorale lo schema delle alleanze. Oggi non sembra che ci sia una vera alternativa che possa concorrere veramente per una vittoria elettorale. Quanto al Comune ci sia bisogno di ricambio è abbastanza comprensibile per tutti. Se chi fa male viene poi comunque riconfermato - è quanto accade regolarmente in Sicilia - significa che l´opposizione, poiché non può prendersela con gli elettori, deve cambiare radicalmente il suo modo di porsi e di proporsi. Un corteo come quello di ieri può essere il primo passo. Al quale deve seguirne un secondo più significativo. Inizi, sin da domani, il centrosinistra, a costruire nel capoluogo l´alternativa. Individui ora, non all´ultimo momento, una figura attorno alla quale costruire un progetto di governo per Palermo. Sì, proprio un candidato o una candidata a sindaco. Scelga con il metodo che ritiene più opportuno, primarie o accordo tra partiti. Cominci ad aggiungere a questo primo tassello una rosa di assessori certi, poi gente che porti voti e qualità disponibile a candidarsi, pochi punti programmatici, non più di dieci, e inauguri un percorso. C´è tempo, si può lavorare con calma e serenità. Bisogna cioè evitare che la «chiamata alle armi» di ieri sia fine a se stessa, perché altrimenti il rischio è che questo malconcio centrodestra fra tre anni rivinca le elezioni.

martedì 14 aprile 2009

Gibellina, la memoria in un cimitero

LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 14 APRILE 2009

Pagina III
Pasqua a Gibellina, i sopravvissuti del ´68 tornano tra i ruderi
Francesco Palazzo

GIBELLINA - Verso le sei di sera del giorno di pasqua ci troviamo sulla statale 119, verso i resti di Gibellina. Passiamo sotto la grande stele chiamata porta del Belice. Gibellina, tradotto dall´arabo, piccola montagna. Saliamo lungo la strada, fermiamo due fidanzati che in macchina scendono a valle. Chiediamo se siamo nella giusta direzione. Sostengono di no, da quella parte c´è solo Santa Ninfa. Forse non sono del luogo o forse le nuove generazioni non vogliono la memoria del dolore, della terra che si apre e inghiotte tutto. Come avvenne a Gibellina nella notte tra il 14 e 15 gennaio del 1968. Statale 119. Ora in discesa. Incrociamo un´auto. Freniamo di botto, facciamo marcia indietro e in pochi secondi i finestrini sono allineati. Ci troviamo di fronte una coppia gentile di anziani: facce serene e dolenti, come se il terrore di allora non potesse più cancellarsi. Ci chiedono da dove veniamo, pensano che non siamo siciliani. «Se cercate Gibellina vecchia - ci dice la coppia - venite con noi, stiamo andando lì, al cimitero, a far visita ai nostri cari». Cimitero? In un paese che non c´è più? Cominciamo a seguirli. Dopo una serie di tornanti e circa sei chilometri, ecco Santa Ninfa. Un altro dei paesi che subì danni ingenti. Non come Gibellina, Salaparuta, Montevago e Poggioreale, completamente distrutti. In tutto, una quindicina di paesi furono toccati dal violento sisma. Dopo Santa Ninfa, pensiamo d´essere vicini alla meta e invece un cartello, con la scritta "Ruderi di Gibellina", c´informa che mancano dodici chilometri di strada tortuosa. Quanta e che strada, non certo quella moderna e asfaltata anche se un po´ sgarrupata di adesso, si trovarono ad affrontare allora i soccorsi per raggiungere Gibellina. Dopo sei chilometri l´auto davanti si ferma. Ecco il luogo delle baracche, alcune ancora visibili, che ospitarono per anni i sopravvissuti. Ripartiamo veloci, mancano sei chilometri di quasi deserto. Come i sei, del resto, che li hanno preceduti. Ecco il cimitero. I due anziani si fermano, noi pure. La moglie, pensando a ieri e guardando da lontano i loculi, sottolinea che la tomba è l´unica cosa che è rimasta loro. Guardando oggi all´Abruzzo ha una sola implorazione. Che non ripetano l´errore, fatto con loro, di sradicarli e costruire da un´altra parte. Cento metri più avanti, il paese con quello che resta della madrice. Il nome viene pronunciato come se le campane ancora suonassero per la festa pasquale. E invece c´è un silenzio surreale, pesante, pauroso. Anche la colata di cemento che copre gran parte della vecchia Gibellina e ha mantenuto intatta la struttura viaria, non ci solleva. Tornando vediamo meglio il piccolo cimitero. Intatto. Vivo, viene da pensare, di fronte a un paese morto.

martedì 7 aprile 2009

Sanità in Sicilia: la riforma la giudicano i cittadini

LA REPUBBLICA PALERMO – MARTEDÌ 07 APRILE 2009

Pagina IX
IL PERCORSO ACCIDENTATO VERSO UNA SANITÀ EFFICIENTE
Francesco Palazzo

Chi sono i destinatari finali di una riforma, soprattutto se questa avviene in campo sanitario? Chi, in definitiva, deve giudicarne la qualità e confermarne o negarne la bontà? Certamente sono gli utenti, i pazienti. Tutti noi, che gira e rigira abbiamo bisogno di cure e assistenza. Ogni tentativo di cambiamento non potrà, pertanto, che essere valutato quando avrà dispiegato tutti i suoi effetti nei confronti dei destinatari finali. Non c´è bisogno di disturbare i massimi sistemi. È una questione minima, se volete banale, di logica politica e amministrativa. Da questo punto di vista appare perciò prematura l´affermazione che la nuova sanità siciliana, sinora ancora sulla carta, sarà uno dei punti di forza del sistema assistenziale italiano e che già altre Regioni vogliono copiarci. Perché, da che mondo è mondo, si copiano le buone pratiche, le best practice, come dicono quelli che parlano bene. Mai nessuno ha copiato le buone intenzioni, seppure bollate con il prestigioso timbro legislativo di un Parlamento autonomista. Figuriamoci le cattive, e a quanto pare non isolate, abitudini. Quali quelle, non certo limpide, che imperversano in settori non secondari della sanità siciliana. Basta leggere la cronaca giudiziaria giornaliera, sempre più densa di particolari. Dunque, aspettiamo laicamente i risultati. Con un minimo di disincanto, non ce ne vogliano gli innovatori. Non per qualunquismo: saremmo tutti contenti di una Sicilia che, dall´oggi al domani, si trasformasse, per efficiente ed efficace trasparenza nel sistema sanità, in un´isola scandinava. Tuttavia ne abbiamo sentite tante di rivoluzioni annunciate in questa terra, messe nero su bianco e giubilate in ogni dove. Per poi prendere atto che, nei fatti, non ci eravamo spostati di un solo millimetro. Non siamo certo esperti di sanità, ma cittadini con una certa, pur modesta, esperienza. Se tra qualche mese tutti i vertici della sanità pubblica siciliana saranno nominati a prescindere dalle appartenenze politiche, ma solo tenendo in considerazione bravura e professionalità, ce ne renderemo subito conto. Se ciò valesse pure per i primari e per le figure apicali che dirigono i luoghi strategici da dove si utilizzano le risorse finanziarie, saremmo pure disposti a brindare. Gioiremmo sino alle lacrime, inoltre, se a quell´anziano cui nel dicembre 2008 era stato vivamente consigliato un percorso diagnostico che finirà, forse, entro giugno, potesse andare in un solo posto, invece di sbattere la testa per mesi in prenotazioni, telefonate ad amici e pagamento di qualche esame diagnostico, e avere risposte immediate alla sua impellente domanda di salute. Non parliamo poi della nostra contentezza e del vivo compiacimento se riuscissimo a sapere che le barelle nei pronto soccorso sono finalmente arrivate in quantità. In fin dei conti, un sistema sanitario, al di là delle alchimie che lasciamo agli addetti al settore, deve solo sapere rispondere in fretta, sborsando le giuste risorse e non sperperando, a una domanda di salute, quando questa viene purtroppo meno. E deve altresì attivarsi affinché la prevenzione non sia solo una bella parola che affoga, come il babà nel rhum, nelle liste d´attesa infinite per esami semplicissimi e routinari. Insomma, ben vengano gli innovatori, accogliamoli a braccia aperte e senza pregiudizi. A essi, però, diciamo subito che i veri termometri della situazione, a scanso di equivoci e inutili polemiche, sono i cittadini che fruiscono del servizio sanitario. Se per questi ultimi la sanità pubblica diventerà amica, e smetterà di essere un intricato e costoso labirinto che aumenta la sofferenza, allora si potrà dire che si è davvero modernizzato il sistema. Non resta che vigilare e attendere l´esito della partita.

sabato 4 aprile 2009

Se avvisassero le persone giuste!

CENTONOVE
Settimanale di Politica, Cultura, Economia
3 aprile 2009 - Pag. 46
SE SI VIETA LA PROTESTA
Francesco Palazzo

Pensavo, in un primo momento, che questa storia dell’avviso orale a ben comportarsi, notificato il 26 settembre 2008 dalla questura di Palermo al sindacalista della CGIL siciliana e attivista politico Pietro Milazzo, se ben inquadrata, si sarebbe sgonfiata in breve tempo con il ritiro del provvedimento. Immaginavo, cioè, che si fosse messo in moto un intricato e impenetrabile automatismo burocratico, di quelli che una volta partiti non si riesce più a fermarli. Sino a quando qualcuno non legge con calma e buon senso le carte. Tuttavia, già una richiesta di rientro del provvedimento, inoltrata dall'interessato, è stata, nel mese di dicembre scorso, rigettata. In questi giorni leggo di un ennesimo appello, che ha raggiunto più di duecento firme, con il quale si richiede la revoca dell’avviso. Il quale si cuce addosso, stando ad una legge di mezzo secolo fa, a coloro che, per il loro comportamento debbano ritenersi, sulla base di elementi di fatto, dediti alla commissione di reati che offendono o mettono in pericolo l´integrità fisica e morale, la serenità, la sicurezza o la tranquillità pubblica. Se il sindacalista persevererà nella condotta per la quale è stato avvisato, potrebbero scattare alcune misure di prevenzione un tantino antipatiche: la sorveglianza speciale o il divieto di soggiorno in città e in provincia. Ma cosa ha fatto Pietro Milazzo? Pare che da giovane, più di trenta anni addietro, siamo nei primi anni settanta, poco più che ventenne, fosse sulle barricate delle rivolte studentesche, prendendosi, sembra, qualche denuncia. Dopo più di tre decenni la giustizia probabilmente rispolvera quei fatti e li collega a varie circostanze recenti di protesta nonviolenta. Perché Milazzo non ha fatto, come molti dei suoi coetanei, rivoluzionari borghesi a diciotto anni e più che integrati in un sistema spesso ambiguo a sessanta. No, ha proseguito nella sua strada, che si può discutere nelle singole battaglie, ma che è coerentemente legata al rispetto dei diritti elementari di cittadinanza, sia per gli immigrati, sia per i nativi siculi. Per dirla più chiaramente, ha continuato, da dirigente sindacale e da animatore sociale, a fare semplicemente politica. Non mercanteggiando posti di sottogoverno o cariche assessoriali, se avesse fatto ciò dormirebbe sonni tranquilli. Ma organizzando e partecipando a varie manifestazioni pubbliche e coordinando alcune piattaforme rivendicative. In questa veste, dal 2005 al 2008, questo il periodo incriminato, si è reso “colpevole” di scendere diverse volte in piazza insieme a coloro che lottano per avere una casa e con quelli che denunciavano le presunte irregolarità elettorali durante le ultime elezioni comunali palermitane. Inoltre, gli si contesta la partecipazione ad alcune altre pacifiche manifestazioni, tra le quali la protesta contro la presenza di navi militari USA nel porto di Palermo. Tutte cose, sia chiaro, sulle quali si possono avere posizioni le più diverse. Non è questo il punto. Ciò che pare davvero esagerato è che si considerino azioni di questo tipo, che sono politiche e solo politiche, nella forma e nella sostanza, come suscettibili di rappresentare situazioni nelle quali si sono messe in pericolo la sicurezza e la tranquillità pubblica, incidendo, addirittura, l’ambito sacro delle libertà costituzionalmente garantite. Insomma, siamo in uno strano paese, e in una ancor più bizzarra regione. Perché, se manifesti pacificamente per la strada, puoi incorrere negli strali puntuali, e per carità legittimi, dei custodi dell’ordine. Se, invece, amministri malamente un’azienda pubblica, risulti condannato pesantemente da un tribunale della repubblica, ti trovi indagato per voto di scambio politico mafioso, oppure lucri insieme e allegramente con l’economia criminale, nessuno ti avvisa per indurti a cambiare vita. Anzi, in molti di questi casi, le maglie della sicurezza si placano. E si varcano trionfalmente, o si continuano ad abitare, le aule parlamentari e le stanze da dove si amministra il potere in Sicilia.

mercoledì 1 aprile 2009

Le mafie e i totalitarismi

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 01 APRILE 2009

Pagina I

Cosa nostra è forte perché non è una dittatura
Francesco Palazzo


Nell´interessante, e per molti versi apprezzabilissimo, intervento sulla mafia del presidente della Camera, in visita l´altro giorno in Sicilia, c´è una doppia affermazione che può essere oggetto di approfondimenti. Da un lato, la terza carica dello Stato ha affermato che il potere mafioso è una dittatura alla quale ribellarsi con le leggi e la legalità, dall´altro ha detto che nel ramo del Parlamento che rappresenta non ci sono né mafiosi né chi li difende. Proviamo a ragionare. La dittatura è una forma autoritaria di governo, in cui il potere è concentrato in un solo organo o nelle mani del dittatore, senza limiti di leggi o altri poteri. In primo luogo, se la mafia fosse stata, dall´unità d´Italia a oggi, un sistema di questo tipo, sarebbe già stata spazzata via come accaduto con ben altre dittature del secolo breve, fascismi e comunismi in testa. Che hanno trovato, ma questo è un altro discorso, un´ampia e radicata approvazione nei popoli. Il richiamo alle dittature richiama, in secondo luogo, al versante militare che questi regimi hanno utilizzato, e ancora impiegano, per affermarsi. È pur vero che il potere mafioso ha una struttura militare capace di colpire in diverse fasi storiche e in modi differenti. Tuttavia tale forza non è stata mai utilizzata per edificare totalitarismi. Al contrario è stata amministrata nei momenti giusti, sia quando è stata richiesta dallo Stato per mantenere l´ordine, ad esempio contro il brigantaggio, sia nei momenti in cui Cosa nostra si è mossa in proprio, vedi le stragi del ´92 e del ´93. E anche in questi ultimi casi è possibile, e molti tra investigatori, studiosi e storici lo ritengono verosimile, che le cosche si siano mosse all´interno di cointeressenze con pezzi più o meno deviati delle istituzioni. Al momento ne sappiamo poco, ma non escludiamo che i nostri figli potranno farsi, su tale delicata questione, un´idea meno precaria e ipotetica della nostra. Ciò che però possiamo affermare con ragionevole certezza è che i poteri mafiosi, che sono sì militari ma soprattutto finanziari e politici, hanno giocato la loro partita per intero, almeno in Italia, prima durante lo Stato liberale, poi durante il fascismo, quindi nel periodo repubblicano e democratico che viviamo. Non è stata mai la dittatura il loro orizzonte operativo, non avrebbero potuto sostenere un simile impegno strategico. Che peraltro non era funzionale ai loro interessi. Invece, com´è avvenuto sotto gli occhi di tutti, gli interessi mafiosi hanno proliferato dentro i sistemi politici in cui si sono trovati a vivere. In ultimo, riferendoci al nostro Paese, in quello democratico e costituzionale. Al cui interno hanno messo insieme un potere finanziario immenso, ormai in larga parte legalizzato e perciò difficilmente colpibile. Chi li ha aiutati, nell´ultimo sessantennio, in tale percorso? Sicuramente c´è stato un consenso di base da parte della popolazione. Ma non si può negare, faremmo un torto alla nostra intelligenza, che un decisivo appoggio è venuto dalla classe dirigente italiana. Non saremo certo noi a dire che la mafia è a Roma. Tale affermazione, vecchia come il cucco e falsa, è servita a molti di coloro che hanno guidato la politica nelle regioni meridionali, e a gran parte del corpo elettorale che li ha espressi, per scaricarsi di responsabilità appartenenti in larga parte alle classi dirigenti locali. Ma, allo stesso modo, è un tantino esagerato sostenere che nelle aule parlamentari della capitale non ci sono coloro che appoggiano le mafie. Perché vorrebbe dire che non abbiamo capito niente della nostra storia, e della cronaca, recente. Invece qualcosa l´abbiamo capita. La potenza delle mafie sta proprio nell´essere riuscite, con le complicità che sappiamo, a inserirsi nel gioco democratico, senza avere come progetto di destabilizzarlo, perché è il sangue su cui viaggia il loro potere. Se ci fossimo trovati, in questo secolo e mezzo, da una parte una dittatura criminale e dall´altra un Parlamento tutto pulito, a quest´ora non parleremmo più di mafie. Se ancora esse vivono e lottano assieme a noi, è perché le cose sono andate, e vanno, in maniera profondamente diversa.

sabato 28 marzo 2009

Palermo: dagli zingari un esempio per riflettere

CENTONOVE
27 3 2009
Pag. 47
A LEZIONE DAI NOMADI
Francesco Palazzo

Quanti genitori palermitani, sapendo che un loro figlio si è reso protagonista di un atto violento, si presenterebbero alle forze dell’ordine consegnando il colpevole? Certo non molti, visto che ormai i pargoli sono difesi da tutto, a scuola come nella vita. E non solo quando hanno ragione, ma soprattutto quando hanno torto spacciato. Nel rispetto del vecchio adagio siciliano, “difenni u tuo o tortu o rittu”, per i continentali “difendi sempre ciò che ti appartiene, nel torto e nella ragione”. Detto nobilitato patriotticamente dagli inglesi con la frase “right or wrong it’s my country”, giusto o sbagliato è il mio paese, I nomadi palermitani, che vivono a due passi dallo stadio, hanno seguito un ragionamento diverso. Sia dalla cultura siciliana che da quella anglosassone. Alcune settimane addietro, tre giovani minorenni di quella comunità hanno aggredito e derubato una ragazza e un ragazzo palermitani alla fermata dell’autobus, nei pressi dello stadio delle palme. Attendevano il mezzo pubblico per tornarsene a casa dopo una rilassante oretta di corsa. Dopo che la notizia è diventata di dominio pubblico, con grande evidenza su diversi mezzi d’informazione, invece di girare le spalle dall’altra parte, due rappresentanti dei gruppi, cattolico e musulmano, e già tale integrazione meriterebbe un discorso a parte, hanno indagato e individuato i responsabili. Consegnando loro, accompagnati dai genitori, e la refurtiva, un giubbotto, un paio di scarpe, un cellulare e un orologio, alla polizia. Intanto, due notazioni a pelle. Se fosse accaduto il contrario, cioè se due minorenni palermitani si fossero resi protagonisti di un simile fatto, la cosa sarebbe finita sui giornali con questa rilevanza? Forse due righe tra le brevi. E poi. Siamo sicuri che dei genitori siculi, una volta venuti a conoscenza del misfatto, si sarebbero presentati alle forze dell’ordine con i colpevoli in lacrime e la refurtiva? Oppure avrebbero protetto omertosamente i rampolli, per evitare la vergogna e non macchiare il futuro dei figli? Difficile ritenere che sarebbe andata diversamente. Ogni giorno leggiamo di reati commessi da giovani siciliani. Mai registriamo questo comportamento collaborativo delle famiglie. Se si viene colti sul fatto, si paga mettendo in mezzo i migliori avvocati. Se si può sfuggire alla legge, lo si fa senza problema alcuno. Detto ciò, c’è poi da svolgere una riflessione più larga. Difendere il tuo, nel senso della tua famiglia, della tua comunità cittadina, regionale o nazionale, è un meccanismo che probabilmente sorge spontaneo, almeno quando il sangue è ancora caldo. E ciò vale anche per coloro che fanno parte di una maggioranza connotata dalle stesse radici culturali, storiche e sociali, i quali, dunque, giocano in casa. A maggior ragione, quindi, questi meccanismi di protezione sono ancora più forti nelle etnie che vivono in luoghi molto distanti da quelli di provenienza. Proprio perché largamente minoritarie rispetto al resto della popolazione locale e indubitabilmente isolate, culturalmente e socialmente. Invece, in questo caso, si è avuta una smentita. E proprio dalla parte da cui meno c’era da attenderselo. Di fronte a così gravi reati, pare, infatti, che non ci siano state solo la rapina e l’aggressione, ma che si siano consumati pure un palpeggiamento e un ricatto sessuale nei confronti della giovane palermitana, che possono comportare conseguenze giudiziarie pesantissime per i tre giovani nomadi, una sparuta minoranza non fa quello che poteva apparire più naturale in terra di mafia. Non solo le due famiglie dei tre ragazzi non hanno coperto i propri nuclei familiari. E già questo sarebbe troppo anche per noi. Ma non c’è stata neppure la tutela di un’intera etnia, residente in un paese straniero spesso ostile verso i nomadi. Il gruppo in questione ha assunto, quanto accaduto, non come un fatto privato riguardante, in fondo, le due famiglie interessate dalla vicenda. Ma come una circostanza verso la quale collettivamente provare vergogna, sentirsi feriti e chiedere scusa pubblicamente. C’è materiale in abbondanza per riflettere.

mercoledì 25 marzo 2009

Film sulla mafia: forma e sostanza


LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 25 MARZO 2009

Pagina XVII
Troppe critiche ai film sulla lotta alla mafia

Spesso per gli esperti o i familiari delle vittime il prodotto artistico non corrisponde alle attese. Ma per il grande pubblico il messaggio è quasi sempre efficace
Francesco Palazzo


La storia siciliana recente si è arricchita nel tempo di una particolare casistica, ormai talmente nutrita che potrebbe uscirne fuori qualche densa pubblicazione. Mi riferisco all´impallinamento sistematico dei registi che provano a portare sugli schermi, cinematografici o televisivi, vicende di mafia e antimafia. È ovvio che per quanti hanno conosciuto da vicino le storie - i familiari delle vittime, gli esperti che sanno pure le virgole della storia di Cosa nostra - difficilmente un prodotto artistico può corrispondere alle attese. Ci saranno sempre dei particolari, più o meno evidenti, che scontenteranno. Così come è naturale che non tutte le ricostruzioni siano qualitativamente di buon livello. Ma non è questo il punto, tutto può e deve essere sottoposto al vaglio critico. Bisogna però rendersi conto di quale prodotto artistico ci si trova davanti e quali sono le sue necessarie coordinate. Intanto c´è il bisogno di divulgare e far comprendere contenuti sconosciuti ai più e conosciuti solo da pochissimi. Non è un´operazione semplice. In quest´ottica, a esempio, ciò che può apparire essenziale a un familiare o a uno studioso, non lo è ai fini di una comunicazione generalista. Che deve raggiungere tutti e svolgersi secondo schemi che non possono essere quelli di un saggio storico o di un ragionamento tra esperti. In secondo luogo, si deve tenere presente che ogni ricostruzione portata sul grande o piccolo schermo è sempre una libera interpretazione. All´interno della quale elementi veri si mischiano a invenzioni oppure a esagerazioni di determinate circostanze che magari, quando i fatti si verificarono, si svolsero in maniera leggermente o profondamente diversa. Del resto, se provassimo ad andare, per fare un esempio, a Brancaccio e chiedessimo di padre Puglisi a quanti l´hanno conosciuto, otterremmo un insieme di impressioni davvero molto diverse le une dalle altre. Qual è il vero Puglisi? Ognuno ne metterà in rilievo un tratto. La stessa cosa, perché meravigliarsene, hanno fatto e faranno i registi, gli sceneggiatori, gli attori che hanno voluto e che vorranno rappresentare la storia di don Pino. C´è anche da considerare un terzo aspetto, ossia l´esigenza di brevità. Raccontare fedelmente diversi decenni di storia o complesse biografie, lo si può fare solo nei libri. E anche in questo caso, lo sappiamo bene, ci vogliono più volumi, diversi autori e tanto tempo affinché si abbia una ricostruzione che tende alla completezza. Tutte queste cose ho pensato dopo aver visto "La siciliana ribelle", il film liberamente ispirato alla storia di Rita Atria che il regista Marco Amenta ha portato nelle sale. Le ho pensate dopo, perché prima mi ero invece avvicinato alla visione del film negativamente condizionato dalle polemiche che hanno accompagnato l´opera cinematografica. Man mano che scorrevano le immagini e i dialoghi, cercavo conferma alle impressioni non positive e ai pregiudizi che avevo. Tuttavia, devo dire che alla fine si assiste a una narrazione senza fronzoli e senza retorica. Un racconto abbastanza asciutto. Che, a mio modo di vedere, anche se non sono un profondo conoscitore della vita di Rita Atria, e quindi corrispondo allo spettatore medio, cui sono dirette in primo luogo tali opere, veicola bene l´immagine e l´impegno di una ragazza coraggiosa che ha voluto lottare la mafia staccandosi dalla propria famiglia di sangue. Con, ben rappresentate, tutte le sofferenze e i drammi, vedi la vicenda di Peppino Impastato, che una tale scelta comporta. Questo è il messaggio che doveva passare. Penso che il film sia riuscito a comunicare quanto necessario per far capire quanto è assurda la vita dei mafiosi e quanto può essere dirompente il volto pulito di una ragazza che decide di rompere, per sempre, la catena della violenza. Ritengo che il grande pubblico, più attento alla sostanza delle cose e che sa di guardare un´interpretazione personale, come lo è qualsiasi opera artistica, sia sempre in grado di afferrare il nocciolo delle storie, andando oltre i dettagli e non perdendo di vista l´orizzonte complessivo.

lunedì 9 marzo 2009

Palermo: se non si sa rinunciare ai pass


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 08 MARZO 2009

Pagina XVII
Il centrosinistra alla prova dei pass
Francesco Palazzo



Ricorderete il film di Moretti in cui il protagonista grida a uno dei due ospiti televisivi di dire qualcosa di sinistra. In alternativa, almeno qualcosa. Ebbene, guardando qualche giorno addietro un titolo del nostro giornale, "Pd e Idv rifiutano il pass per i vip", avevo frettolosamente concluso che sulla questione permessi automobilistici al Comune di Palermo, qualcuno finalmente stesse dicendo qualcosa. E pure di sinistra. O di centrosinistra. Oppure, se lo schema vi sembra ormai sepolto, una semplice frase di civiltà sostanziale. Un buon motivo per iniziare come si deve la giornata. Tra macchine già in terza fila davanti alle scuole, dove i genitori sentono il bisogno di fermare il mondo per accompagnare i propri pargoli, e sull´uscio dei bar più rinomati del centro. Perché prendere il caffè senza, contemporaneamente, osservare il proprio bolide, non è proprio cosa che si può chiedere a un palermitano. In questo quadro, quel titolo letto di sfuggita senza guardare il contenuto, era dunque motivo di una piccola soddisfazione. Ecco, pensavo, alcuni del Palazzo che si rendono conto che è ora di finirla con la visione di una città che sopravvive ragionando per categorie o tribù. Niente di eccezionale, intendiamoci. Tuttavia, in tempo di vacche magre, soprattutto a sinistra, o centrosinistra se non si vuole esagerare, ci si deve accontentare. Leggendo l´articolo però mi sono reso conto che le cose stavano diversamente. I consiglieri comunali del Pd e Italia dei Valori, rifiutano sì i pass messi a disposizione dall´amministrazione. Ma non perché, come mi illudevo, intendano vivere la vita e le difficoltà dei comuni cittadini. Il problema è un altro. Prima di prendere i cartoncini, invocano un regolamento sulla materia. Il quale, statene certi, impegnerà in estenuanti dibattiti e sedute fiume un consiglio comunale per tanti versi, e per tante e impellenti questioni di massima importanza, inconcludente. Addirittura c´è chi, sempre nel centrosinistra, dichiara che deve consultarsi con il proprio gruppo prima di decidere se ritirare i pass. Come se stessimo parlando di testamento biologico o di modifiche costituzionali. Di tematiche, insomma, che presuppongono il massimo della concertazione e della condivisione politica. Chiediamo. Ci vuole proprio tanto per rinunciare completamente, senza condizione alcuna, a questi benedetti pass? Non è su simili argomenti, molto sentiti dalle persone che non hanno alcun beneficio, ossia quasi tutti, che si dovrebbe cominciare a impostare un tentativo per tornare a competere con il centrodestra alle prossime, forse non lontane, elezioni amministrative? Avanzo una proposta per i nostri consiglieri d´opposizione. Invece di reclamare regolamenti o attendere riunioni di gruppi consiliari, prendano questi pass e li restituiscano all´amministrazione durante una conferenza stampa. Poi vadano, sempre con telecamere e giornalisti appresso, agli sportelli dell´Amat, facciano tutti insieme la coda, e si paghino di tasca loro, tanto se lo possono permettere, un bell´abbonamento per tutte le linee. Salgano e scendano dagli autobus durante i loro spostamenti istituzionali, al centro come in periferia. Parlino con le persone, spieghino la loro trasparente scelta di civiltà e si risintonizzino con le diverse anime della città. Sarebbe un comportamento più fruttuoso e comprensibile di mille assemblee e di tanti inutili regolamenti. I quali ultimi, spesso, servono soltanto a cambiare la forma dei soprusi, confermando la sostanza delle cose.

giovedì 5 marzo 2009

Restituzione soldi all'ARS


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 05 MARZO 2009

Pagina I
La storia
Sprechi dell´Ars a colpi di "gettone"
FRANCESCO PALAZZO




Chi rinuncerebbe a 7.386,22 euro già depositati, comodi comodi, nel proprio conto? Non molti. Lo vuole fare Roberto Tagliavia, funzionario del gruppo parlamentare Pd all´Assemblea regionale. Palazzo dei Normanni gli ha accreditato la somma. Che corrisponde, sostiene Tagliavia, alla sua presenza alle riunioni del comitato per la valutazione degli eventi celebrativi il 60° anniversario dell´Assemblea, caduto nel 2007. Il punto è che la partecipazione al comitato doveva essere a titolo gratuito: come venne spiegato - rammenta Tagliavia - durante la seconda e terza riunione. Era previsto, sottolinea, solo un rimborso spese per quei soggetti che provenivano da fuori città. Siccome per lui, lavorando all´Ars, l´unico sforzo era di prendere l´ascensore, gli appariva scontato che la sua partecipazione fosse da considerare a titolo gratuito. Finite le celebrazioni, cominciò a giungergli voce che ci sarebbero stati compensi per il lavoro svolto. Confessa che una prima sollecitazione degli uffici per avere i suoi dati, gli sembrò un caso d´inerzia burocratica, ossia una mera verifica per capire chi avesse diritto al rimborso spese. Ma, un bel giorno, la richiesta di codice fiscale e coordinate bancarie si fece più stringente. Sino al punto in cui si trovò a compilare un modulo dove scrivere la cifra da chiedere. Perché chiedere, si domandò. Se l´Ars, cambiando opinione, aveva deciso di retribuire la consulenza, doveva stabilire essa stessa la quantità dovuta. A quel punto c´erano due alternative: o rinunziare, strappando il modulo di richiesta, oppure andare a vedere come sarebbe finita. Rimaneva un solo dilemma. Che cifra inserire? Gli fecero sapere che la richiesta doveva essere di diecimila euro. Nel frattempo, dopo le ultime elezioni del 2008, fu deciso che nessuna iniziativa programmata per il 60° anniversario dell´Ars,non ancora realizzata, poteva accedere a finanziamento. A quel punto, vista la stretta in corso, riteneva impossibile qualsiasi pagamento per quella consulenza, che del resto a lui non interessava proprio. Passato il 2008 Tagliavia pensava che quella strana vicenda fosse stata archiviata per sempre. Non è così. A gennaio l´ufficio amministrativo gli ha chiesto nuovamente il codice fiscale per completare la pratica. La procedura di pagamento era nella sua fase finale. Infatti, nell´estratto conto arrivato a metà febbraio, la cifra di diecimila euro, tolte le detrazioni, già era già sul conto, aumentando la sua disponibilità economica di euro 7.386,22, quale compenso per «lavoro occasionale». Sin qui la storia vissuta e raccontata da Roberto Tagliavia. È bene aggiungere che gli uffici liquidatori e chi ha preventivamente autorizzato la spesa, hanno certamente agito sulla base di pezze d´appoggio ineccepibili. Resta da capire perché ai componenti della commissione, durante i lavori e per ben due volte, era stata specificata la totale volontarietà del loro incarico. Se si trattò di un´informazione inesatta o se si verificò, e perché, un cambiamento in corso d´opera. Poiché, comunque, Tagliavia è rimasto nell´ottica della pura gratuità, si è chiesto, in un primo momento in privato, come utilizzare quei soldi. All´inizio l´unica cosa saggia gli era sembrata quella di tacere, tenere la retribuzione e spenderla per rafforzare la politica virtuosa che vorrebbe si realizzasse in Sicilia. Tuttavia, guardandosi intorno, e non vedendo come tradurre in un´iniziativa di qualche utilità questa piccola-grande cifra, ha deciso di donare pubblicamente il suo compenso. O sostenendo un caso d´indigenza, uno dei tantissimi, particolarmente evidente. Oppure, meglio ancora, contribuendo a far emergere una risorsa umana siciliana capace e preparata. Una tra le tante. Schiacciate da malgoverni, negligenze e sprechi d´ogni tipo.

mercoledì 25 febbraio 2009

Le due chiese



LA REPUBBLICA PALERMO MERCOLEDÌ 25 FEBBRAIO 2009

Pagina XVII
CHIESA E DEMOCRAZIA UN NODO IRRISOLTO
FRANCESCO PALAZZO





Quando si parla di Chiesa cattolica siciliana, ma il discorso vale per l´intero Paese, ci si presentano davanti diversi scenari. Spesso del tutto dissimili tra loro. Tanto che ci si potrebbe chiedere come fanno a convivere sotto lo stesso tetto. Noi dobbiamo capire quali aspetti sono maggioritari e quali rispecchiano percorsi di minoranze. Prendiamo due esempi. Il primo è un insieme di casi ascoltati o visti negli ultimi mesi. Durante un pranzo, una commensale riferiva di un parroco della provincia di Palermo che si è rifiutato categoricamente di battezzare una bimba. I genitori, anziché protestare pubblicamente, hanno alzato i tacchi e hanno risolto in città il loro problema. Cosa aveva la piccola che non andava? Apparteneva, per caso, a una famiglia mafiosa o era la rampolla di una dinastia di politici corrotti del luogo? Niente di tutto questo. Quando mai la Chiesa ha rifiutato, per simili motivi, la celebrazione di un sacramento? Il motivo del diniego è più banale. I genitori avevano deciso di darle un nome non gradito al ministro di Dio in questione. Negare il nome è come disconoscere l´identità, la vita stessa, di un essere umano. È più grave scoprire le abitudini sessuali di un sacerdote, oppure questo atteggiamento violento? Fate voi. Sempre in provincia, prima dell´«andate in pace», un parroco ha avvertito, paonazzo, che per quella volta, a quella ragazza vestita in modo per lui succinto, aveva dato la comunione. Ma, che lo si dicesse ai familiari, la prossima volta avrebbe opposto un rifiuto. Quest´episodio fa il paio con una scritta letta nella cappella del cimitero dei Rotoli: «È vietato accostarsi all´eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi». Un altro sacerdote bolla il tesserino ai ragazzi e alle ragazze che si presentano, a quanto pare non con molta voglia se c´è bisogno del timbro, alla messa domenicale. Inoltre ci sono donne, e qui passiamo all´ultimo caso, che se vanno in chiesa da sole, senza il marito d´ordinanza, sono additate, senza giri di parole, come vedove direttamente dall´altare. Di preti come questi, che agiscono indisturbati, sia dalla gerarchia sia dal popolo dei fedeli, quanti ce ne sono nella Chiesa? Non pochi, da quel che sentiamo. La casistica potrebbe ampliarsi. Così come sono tanti coloro che concepiscono il loro ruolo di cattolici praticanti come quello di semplici esecutori di ammonimenti provenienti dall´altare. La gerarchia diocesana lo sa bene e infatti, quando si tratta di sostituire i parroci, ed è cronaca di questi giorni, non fa pesare più di tanto il parere delle comunità cristiane. Veniamo al secondo esempio e a un´altra tipologia di Chiesa. Le cronache ci informano che nella rettoria di San Francesco Saverio, all´Albergheria, si è svolto recentemente, dopo la drammatica vicenda di Eluana Englaro, un referendum sul testamento biologico. In passato era stato sottoposto ai fedeli quello sul celibato dei preti. Cosimo Scordato, il sacerdote-teologo che ha promosso assieme ad altri le due iniziative, ha sottolineato come sia giusto che su questi, come su altri argomenti delicati, anchenella Chiesa si svolga una libera discussione. La stessa cosa è avvenuta in un´altra parrocchia di Palermo. Non rimane che riagganciarci alla domanda iniziale. Quale percentuale della Chiesa attuale rappresentano i preti censori e i fedeli ubbidienti per timidezza e indifferenza? E quale spaccato quantitativo della stessa Chiesa è rappresentato dai sacerdoti democratici e dai credenti che vogliono potersi esprimersi su temi importanti e spinosi? Ognuno può dare la risposta che corrisponde alle proprie esperienze attuali e passate. Per parte nostra, ci pare che la Chiesa dei califfi e dei sudditi è oggi, e non sappiamo ancora per quanto tempo, ampiamente rappresentativa, accettata, ricercata e apprezzata. La Chiesa democratica, ovvero i luoghi dove si prova a dare dignità al dettato evangelico e a coloro che lo seguono, più o meno coerentemente, nelle loro vite, è ancora, oltre che largamente ininfluente sulle decisioni importanti della Chiesa stessa, abbondantemente minoritaria e riservata, non per sua colpa, veramente a pochissimi.

giovedì 19 febbraio 2009

Pass a Palermo, sommersi e salvati



LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 19 FEBBRAIO 2009

Pagina XV
LA INUTILE CORSA DEI POLITICI COL PASS
FRANCESCO PALAZZO



Dunque i pass automobilistici, come previsto, alla fine sono rispuntati. Consiglieri comunali, provinciali, deputati regionali e nazionali potranno quindi tornare a fregiarsi del prezioso cartoncino. Sono ancora in ansia i presidenti dei consigli di circoscrizione, fondamentali assi portanti della vita amministrativa e politica della città. Ovvero, a secondo dei punti di vista, consessi la cui inutilità politico-amministrativa è ben nota. Ma i cartoncini - è questione di tempo, si rilassino - spunteranno magicamente fuori anche per loro e per i vicepresidenti di tali non proprio imprescindibili organismi. E qui un´altra falla si apre. Perché, si chiederanno magari al Comune, non dare tali salvacondotti anche ai consiglieri di circoscrizione? Cosa hanno di meno? Niente, rispondiamo noi, non scherziamo con le cose importanti. È giusto, legittimo, costituzionale, che pure questi rappresentanti del popolo - appellativo che suona sempre bene - siano trattati alla stregua di tutti gli altri. Alla fine, questo primo plotoncino di salvati dalle grinfie del traffico, dalla tagliole delle corsie preferenziali e dal dramma umano di trovare posteggio, saranno circa quattrocento. Restano, al momento, sommersi e beffati, tanti altri. Siamo, tuttavia, sicuri che tra qualche tempo ci rioccuperemo di loro. Restiamo agli eletti e alle elette. La filosofia che sta dietro alla sconfessione delle linea dura, che in un primo momento era stata adottata dal sindaco, è abbastanza comprensibile. I tagliandi che permettono di scorrazzare in lungo e in largo sono un semplice strumento di lavoro. Come il bisturi per il chirurgo, il palcoscenico per l´attore, la cazzuola per il muratore, il pennello per il pittore, il fischietto per il posteggiatore abusivo e via dicendo. A nessuno verrebbe mai in mente di togliere lo strumento principale di lavoro a un professionista. Rischierebbe il malato in sala operatoria, non potremmo ammirare gli spettacoli teatrali, le nostre costruzioni verrebbero imperfette, così come i quadri. Non parliamo, poi, dei posteggiatori abusivi, se la cattiveria umana togliesse loro il fischietto. Potrebbe estinguersi un lavoro artigianale tramandato di generazione in generazione. Insomma, sono questioni serie, sulle quali c´è poco da scherzare. Anche se noi abbiamo finora scherzato. Resta solo da chiedersi, a volere discettare sull´impianto filosofico che regola i pass per gli amministratori pubblici, se davvero sia così essenziale all´attività politica correre, arrivare prima, posteggiare ovunque, transitare dappertutto. O se, invece, sia più necessario, per meglio amministrare le circoscrizioni, la città, la provincia, la regione, la nazione, studiare, capire, riflettere, osservare attentamente, con calma e ponderazione, prima di agire. A esempio: se invece di approvare, in maniera convulsa e scorretta, i provvedimenti sulle Ztl, i nostri amministratori cittadini si fossero fermati un attimo a leggersi meglio le carte, al posto di sfrecciare in qualche corsia preferenziale per andare chissà dove, non ci avrebbero risparmiato code, arrabbiature ed esborso inutile di pubblico denaro? Sarebbe andata esattamente così. E la stessa cosa si potrebbe affermare di quelle strisce gialle disegnate a Piazza Bellini, ottimamente pensate e realizzate per il posteggio a un tiro di schioppo di quanti occupano qualche scranno o poltrona presso Palazzo delle Aquile. Certamente è un provvedimento assunto di corsa, senza pensare cosa significa, storicamente e architettonicamente, quella bella piazza per Palermo. Per finire. Ci pare evidente che i veri strumenti di lavoro, per chi occupa una carica pubblica, siano la competenza, l´onestà, la capacità di realizzare quanto è meglio per tutta la collettività e non per il partito di appartenenza o la propria corrente di riferimento, la sobrietà e l´attenzione nello spendere i fondi pubblici, il non favorire gli amici ma quelli più bravi e preparati. Insomma, cose semplici. Che, purtroppo, non possono essere donate con un pass. Il quale può solo far correre l´eletto. Ma se non capisce il come e il perché della sua attività, che corre a fare?

mercoledì 11 febbraio 2009

Sanità in Sicilia, tra litiganti e pazienti



LA REPUBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 11 FEBBRAIO 2009

Pagina XVII
La sanità siciliana vista dagli utenti

FRANCESCO PALAZZO



Lo scontro in atto sulla sanità in Sicilia se a una prima valutazione poteva apparire una lotta tra quanti vogliono innovare e coloro che intendono mantenere intatto l´esistente, oggi non si capisce più cos´è. Le ragioni degli uni e degli altri, all´interno della maggioranza vastissima che sostiene il governo regionale, più che i cittadini utenti della sanità, interessano esclusivamente il ceto politico. C´è da chiedersi che cosa ne stiano capendo i siciliani. Si potrebbe cominciare a domandare a un pensionato ottantenne. Cui una visita urgente è stata fissata, se non va a buon fine la telefonata d´appoggio, dopo due mesi. Che, in alternativa, è andato in una struttura, diciamo privata, perché in Sicilia tutto è pubblico e paghiamo sempre di tasca nostra, e anche lì ha misurato le falle del sistema. Invece di pagare tutti, mandando sempre più in rosso i conti, perché non si potenziano le strutture pubbliche e si consente così all´anziano di potere accedere al servizio che gli spetta in tempi umani? Senza magari dovere attendere inutilmente in quella clinica, privata nei profitti e pubblica nella spesa, dove il ritardo e poi l´assenza del medico sono annunziati dopo che ha atteso per ben due ore. Alla persona in questione, per tagliare la testa al toro, avevano consigliato un bravo medico. Sganciando cinque o sei pezzi da cento euro, che oggi non sono certo una bazzecola, avrebbe avuto subito la visita, tutti gli esami del caso e la sera se ne sarebbe uscito fresco come una rosa. Con la diagnosi, la prognosi e la cura. La certezza era che per un eventuale intervento, quel professionista privato, in quella determinata clinica, lo avrebbe operato in convenzione. Con il risultato che in questa sanità siciliana, col pensionato che ancora attende, bisogna solo pagare e sorridere. Soldi per gli ospedali pubblici, finanziamenti ai privati, fattura salata da pagare al luminare per il singolo, che però già paga il sistema sanitario, poi sborsa di nuovo la Regione quando il vero privato entrerà in sala operatoria in quella clinica già foraggiata da fondi regionali. Un girone infernale. A fronte di ciò, come pensate risponderebbe il pensionato a questi che bisticciano, non si sa più per cosa? Se li mandasse a quel paese, utilizzando qualche espressione colorita che su un giornale non si può pubblicare, lo accusereste di avere esagerato? Fate voi. Spostandoci di settore, potremmo provare a chiedere cosa ne capisce di questa baraonda sanitaria, se avrà ancora la forza per dire qualche parola, a chi attende per ore al pronto soccorso sulla barella dell´ambulanza del 118. Due attese, quella di un malato in fase acuta che vede girarsi il mondo attorno e non sa quando sarà soccorso. E la sosta obbligata degli operatori dell´emergenza, che non possono dare il via libera alla centrale per un nuovo servizio, perdendo tre, quattro, cinque, sei ore. Per un motivo semplice. Nei pronto soccorso mancano le barelle, quelle delle ambulanze sono perciò preziose. Quanto costa una barella? E quanto viene a costare così il servizio dell´emergenza-urgenza? Ci vogliono, per caso, scienziati della pianificazione sanitaria per comprare delle semplici e banali barelle? C´è dell´altro. Abbiamo l´impressione che tutta la discussione si svolga senza un reale coinvolgimento di quanti lavorano nella sanità pubblica e sottovalutando le professionalità esistenti nell´amministrazione regionale. Che, con la marea di personale che ha, tra dirigenti e comparto, si continua a infarcire di esterni. I quali, talvolta, sono tolti proprio dalle corsie. Dai luoghi, cioè, dove potrebbero contribuire a snellire i tempi d´attesa per le visite specialistiche e per gli interventi d´urgenza. Sulle guerre stellari sanitarie si arriverà probabilmente a un accordo. Che rimarrà, però, incomprensibile e lontano. Sia al pensionato che attende umiliato la visita, un tempo urgente. Sia al paziente, inchiodato alla barella del 118, che aspetta un soccorso. Che è tutto, tranne che pronto.

sabato 7 febbraio 2009

Per un'antimafia matura, senza paure e senza censure


CENTONOVE

6 2 2009 - Pag. 46


Nel nome del padre


Francesco Palazzo



Ogni volta che un congiunto di un condannato per mafia si concede ai mezzi d’informazione, così come ha fatto la figlia di Riina, si registrano le repliche dei familiari di vittime della violenza mafiosa. Reazioni comprensibili e condivisibili, non stiamo qui a discutere, dovute e legittime. Ma che, secondo me, non colgono il senso dell’operazione che il giornalismo tenta, di volta in volta, di porre in essere. Chi prova a raccogliere notizie, deve solo farle parlare nella maniera più semplice e diretta. Non ci si deve aspettare che un cronista costringa con la forza uno stretto familiare di un capomafia, sulla cui testa gravano ormai più ergastoli, sanciti dai tre gradi di giudizio, e che non ha mai mostrato segni di ravvedimento, a pronunciare parole di condanna verso il congiunto. Il compito del giornalismo, in casi come questo, non è quello di imporre i propri schemi ideologici o morali, realizzando servizi addomesticati. Non è, il giornalista, il vendicatore di nessuno. Non è neppure il portavoce della rabbia che cova nella società contro l’arroganza sanguinaria e finanziaria delle mafie. Si pongono domande e si ottengono risposte, silenzi, mezze verità, bugie. Questo è tutto. Quello che esce fuori da questa interazione si mostra al pubblico, che poi si farà un’opinione sulla realtà presentata. In particolare, nel caso specifico, sarebbe stato opportuno che non ci si fosse limitato a leggere soltanto l’intervista sulla carta stampata. Contemporaneamente è stato realizzato un video. Che è possibile facilmente reperire e visionare su internet, e che qualitativamente, a mio avviso, supera qualsiasi parola impressa sulla carta di un quotidiano. Ebbene, in quelle riprese, oltre le frasi pronunciate dalla Riina, contano molto di più, e dicono molto di più, i ripetuti primi piani sul viso, sulle mani, sulla figura dell’intervistata. Sono dei segnali non verbali estremamente interessanti. Che ci provengono da un universo quasi sconosciuto. Ma prescindiamo dal caso in questione, del quale ciascuno ha potuto trarre giudizio leggendo e guardando. In generale, l’opinione pubblica non ha niente da perdere e molto da guadagnare nel sentir parlare i familiari dei mafiosi. Non perché ci dispensano teorie sociologiche o criminologiche, che siamo ben in grado di formulare da soli, né in quanto pronunciano riprovazioni pubbliche nei confronti dei loro familiari e della vita che hanno vissuto. Ovviamente, se ci sono ripensamenti esistenziali, che ben vengano. A noi interessa la testimonianza diretta di questi soggetti, la loro vita, non quello che pensano i giornalisti. Ciò aumenta il nostro bagaglio conoscitivo. Invece di sbarrare le porte a tali eventi, facendosi vincere da una prima, e ripetiamo giustificata, reazione a pelle, si accolga, quando accade, la loro volontà di raccontarsi. Senza pretendere che dicano esplicitamente ciò che noi vorremmo. Niente viene rimesso in discussione di quanto già acquisito. Le certezze storiche e processuali, sia chiaro, rimangono tali. Per ieri, per oggi e per domani. Qualcuno potrà, e con parecchie ragioni, ritenere che certe aperture alla stampa e alle televisioni siano funzionali e strumentali a qualcos’altro. Che concorrano, cioè, al fine di portare acqua al mulino di chi si espone e al contesto che, di fatto, rappresenta o condivide. Può essere. Non sarebbe, del resto, la prima volta. Tuttavia, un’antimafia matura, non emotiva, deve essere in grado di capire quando ciò accade. E lo può fare, compiutamente, ascoltando in presa diretta, senza i filtri interpretativi degli esperti di turno, chi decide di aprire, certo a modo suo, con schemi mentali propri, una finestra sul mondo, tra molte virgolette, normale. Perché una società come quella siciliana, che da 150 anni produce, nutre e fa crescere, sia nella sua parte borghese che in quella popolare, il sistema mafioso, di normale ha ben poco. Bisognerà vedere e valutare caso per caso. Lucidamente e senza eccessive paure. In ogni caso, il silenzio e la censura, comunque la si pensi sui singoli episodi, fanno più bene alla mafia che all’antimafia.

sabato 31 gennaio 2009

Religione civile e chiese di Sicilia

CENTONOVE
30 1 09
Pag. 47
PER UNA RELIGIONE CIVILE
Francesco Palazzo


Recentemente si è avviato il dibattito su come i cattolici italiani possono contribuire alla realizzazione di una religione civile. Intesa, quest’ultima, come principio unificatore, non confessionale, di un popolo. Una sorta di etica pubblica condivisa. Parlare di cattolicesimo italiano, come se fosse un blocco monolitico, può essere fuorviante. Occorre guardare da vicino le singole realtà regionali per farsi un’idea meno approssimativa. Concentriamoci sulla Sicilia. Sul piano teorico si possono avanzare tante considerazioni. Può essere, però, utile riferirsi a due casi concreti e recenti. Ciò consente di allargare subito il campo dal cattolicesimo al cristianesimo e di comparare due modi diversi di porsi nei confronti della società dei due spezzoni fondamentali del cristianesimo: quello cattolico e quello protestante. Cominciamo dal primo. Abbiamo appreso che l’arcivescovo di Palermo, durante un incontro con il rettore dell’ateneo del capoluogo, svoltosi qualche giorno dopo l’epifania, ha chiesto, per gli universitari, l’apertura al culto della cappella di S. Giuseppe, che si trova presso la facoltà di giurisprudenza, e l’individuazione di un simile presidio di fede in viale delle Scienze, dove sorge il principale polo dell’università palermitana. Entriamo nel merito. Se la religione cattolica fosse minoritaria, agente in territorio nemico, povera, il suo massimo rappresentante in città avrebbe tutta la necessità nel chiedere siti dove esercitare il culto. Si da, però, il caso, evidente a chi conosca anche solo superficialmente il centro antico di Palermo, che la zona compresa tra la facoltà di giurisprudenza e viale delle Scienze è piena di chiese cattoliche. Peraltro, nella stessa area si trovano pure la cattedrale, la curia, il seminario e la facoltà teologica. Posti che, in quanto a spazi per riti liturgici o incontri di altro tipo, potrebbero semmai ospitare altri che ne fossero sprovvisti. C’è anche da valutare la laicità dei luoghi pubblici. L’università è il luogo del sapere. Funzione che dovrebbe contemplare l’universalità e non sposarsi con frammenti, seppure maggioritari, come la chiesa cattolica. Infine. Perché i cattolici hanno sempre questa impellenza di chiedere pur avendo e ricevendo già in sovrabbondanza? Ci pare, quella descritta, una strada che difficilmente può portare alla creazione di una religione civile. Perché mostra una chiesa più attenta ad aumentare la quantità dei riti, delle strutture per sé e non la qualità della sobria contaminazione con il tessuto sociale. Guardiamo il versante protestante. Nella prima domenica di ogni mese, i Valdesi celebrano la cena del Signore. Non ci sono trasformazioni di sostanze, il pane e il vino rimangono tali. E’ un memoriale, vuole sottolineare la presenza del Cristo e la comunione con lui. A noi importa il modo con cui la chiesa Valdese vive tale momento. Ci interessa perché indica un possibile percorso, tra i tanti, verso una religione civile. Le parole del pastore Giuseppe Ficara, durante la celebrazione del 4 gennaio, nel tempio che sorge nel centro di Palermo, sono state le seguenti. “La tavola è apparecchiata, questa non è la cena dei valdesi, dei credenti, di alcuni e alcune, ma la cena del Signore, aperta a tutti, è lui che ci invita, avvicinatevi”. Si rimane colpiti nel profondo. Ci troviamo di fronte a una chiesa che dona e non chiede. Che accoglie e non discrimina. Che, pur essendo estremamente povera di mezzi, non ne domanda, ma estende a tutti quel poco che ha. Che pone, perciò, le basi per un discorso comune e non per ragionamenti di parte. In tal modo i Valdesi contribuiscono alla formazione di una cittadinanza responsabile, che potrebbe essere una traduzione della religione civile di cui parliamo. L’esortare tutti ad avvicinarsi per condividere qualcosa di cui nessuno è padrone, ma tutti responsabili e chiamati, stimola a una cittadinanza attiva e attenta nei confronti di quanti gestiscono la cosa pubblica. E ciò proprio perché insegna a non attendere passivi dal potere, religioso o civile che sia, un qualcosa che spetta in quanto esseri umani partecipanti liberamente a un’assemblea comune. Sono due esempi minimi. Ma a volte, partendo dal piccolo, si possono meglio osservare e capire i grandi processi.

mercoledì 28 gennaio 2009

Palermo, i consiglieri vogliono il pass

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 28 GENNAIO 2009

Pagina I
Una bici elettrica a Sala delle Lapidi
FRANCESCO PALAZZO

Dopo che è passata la fase acuta della patologia, ci riferiamo alla vicenda dei pass automobilistici rilasciati in passato con una certa allegria dal Comune di Palermo, apprendiamo che i consiglieri comunali sono sul piede di guerra. Sono convinti che a loro, in quanto personalità pubbliche, il pass per le corsie preferenziali spetta di diritto. La legge è legge e c´è poco da discutere. Ma non è un capriccio la loro impuntatura. Va compresa e analizzata. Per gli abitanti di Palazzo delle Aquile, grosso modo, abbiamo capito quali sono i punti critici. Il problema è serio. E come tale, si fa per dire, vogliamo prenderlo. Sembra sia un trauma quotidiano, difficile da vivere, quello di raggiungere con i mezzi privati le sedi delle varie commissioni e l´aula consiliare. Così come trovare posteggio nei pressi di Palazzo delle Aquile. Quello di sostare a pochi metri dal traguardo finale è, per tutti i palermitani, dobbiamo ammetterlo, un bisogno fondamentale. Quasi un diritto costituzionale. Che sia il panettiere, il macellaio, il tabacchi o l´ufficio tal dei tali, se non c´è il contatto fisico, sentimentale, potremmo dire religioso, con la meta di volta in volta prefissatasi dal guidatore, non si è palermitani purosangue. Perché gli eletti dal popolo dovrebbero sfuggire a tale ineliminabile impronta genetica? Siccome il dilemma è grave, come tutte le vere difficoltà, va affrontato proponendo, al posto dei pass, un ventaglio d´ipotesi alternative e, ora ci vuole, percorribili. Prima idea. Dotiamo tutti i consiglieri comunali di una bici elettrica. A Palermo il bel tempo è la norma, perciò il mezzo è fortemente indicato. Non inquina e può servire, durante gli spostamenti, per guardare meglio la città e i suoi infiniti problemi. Disciplina in cui i consiglieri dovrebbero già essere esperti, ma non si sa mai. Come ritorno d´immagine per i singoli amministratori, visto che molti ci tengono parecchio, sarebbe portentoso e gratuito. Seconda soluzione, non necessariamente alternativa alla prima. Si mettano in circolazione dei piccoli bus dell´Amat, esclusivamente destinati agli spostamenti dei consiglieri. Tre o quattro navette sempre circolanti con fermate prefissate, distribuite in tutta la città, dovrebbero bastare alla bisogna. Anche in tal modo si potrebbe osservare attentamente e serenamente la città, che vive o boccheggia, e tutti ci guadagneremmo nell´avere amministratori aggiornati sulla vita ordinaria della comunità. Una terza via d´uscita alle antipatiche difficoltà motorie di quanti occupano gli scranni del palazzo di città è, ci rendiamo conto, più popolare. Si potrebbero fornire ai cinquanta soggetti due abbonamenti ciascuno, uno per gli autobus e un altro per la metropolitana. Dice, ma questa idea è banale, troppo semplice. Scusate, ma mica stiamo parlando della fusione nucleare a freddo. Vogliamo un esito ragionevole a una questione abbastanza minuscola, converrete, se guardiamo agli equilibri mondiali. Peraltro, il viaggiare su tali mezzi, consentirebbe ai nostri amici di rendersi conto di come funzionano i pubblici servizi nel campo della mobilità e cercare, se non altro per interesse personale, di migliorali. E poi negli autobus e in metropolitana si fanno un sacco d´incontri, tutti buoni per discutere di politica e cercare voti. Resta, ovviamente, sullo sfondo, un quarto scenario. Non dare salvacondotti automobilistici personali, neanche ai consiglieri, non prevedere misure alternative per questi ultimi e fare vivere a tutti la vita dei normali cittadini. Che comunque si spostano, talvolta con più profitto di quanti governano la cosa pubblica. Da quel che sappiamo nessuno è mai morto per questo. Quest´ultima evenienza è la meno probabile, la citiamo per puro diletto, non siamo certo a Stoccolma o a Oslo. Per dirla tutta, anche le prime tre proposte non ci aspettiamo che siano prese in considerazione. Ciò che più verosimilmente accadrà è che i pass ricominceranno a fiorire, forse non solo per i consiglieri, copiosi in primavera. Come le foglie degli alberi dopo il gelido inverno.

giovedì 22 gennaio 2009

Palermo, fenomenologia della munnizza


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 22 GENNAIO 2009

Pagina I

La montagna invisibile che cresce sotto casa
Francesco Palazzo


Già da alcune mattine uscendo in macchina trovo davanti al cancello i sacchetti d´immondizia. Qualche giorno fa i cassonetti erano già strapieni. Normale amministrazione, in una città che non è più una città, ma un insieme di tante cose che si muovono in modo disordinato e caotico. Di giorno in giorno la montagna è cresciuta in altezza, fino a raggiungere una decina di metri. E ha cominciato, minacciosa, a prendere piede anche nella dimensione orizzontale. Perché i sacchi tendono capricciosamente, seguendo chissà quale principio politico, a rotolare e a occupare territorio. Mi sono chiesto come mai io non mi sento così cool come la città che qualcuno continua a vedere nei suoi sogni, che per noi sono sempre più incubi. Quando mesi fa guardavo le immagini napoletane, mi chiedevo scandalizzato come si fosse arrivati a quel punto. Ora mi rendo conto che non è molto difficile rifare il Regno delle due Sicilie della munnizza. Non è che la storia si fa tutta in un giorno. Senza premura. A poco a poco, mattina dopo mattina. Oggi avranno già tolto tutto, dall´auto vedrò il palazzo di fronte o l´accumulo sarà ancora più evidente? E poi, finita questa, quanto durerà la prossima ondata di esalazioni? Vai a saperlo. Oppure ormai funziona tutto come le targhe alterne e non ce l´hanno fatto sapere? Ma non era pronto il nuovo piano della comunicazione? Qualche cartello tre per sei in più non costa molto. Lo slogan potrebbe essere formulato inventandosi qualcosa di nuovo. Non mancano, a Palermo, le menti geniali. Che so, potrebbe fare così: ritira il tuo personale gratta e vinci presso la tua delegazione comunale di fiducia e saprai in quale giorno di quale settimana del mese verremo a svuotare la tua strada. Volete mettere la sorpresa o la contentezza nello scoprire che proprio quella è la settimana e la giornata giusta per te. Andresti al lavoro più contento. Anche se la contentezza dei palermitani, dobbiamo dirlo, è difficilmente aggredibile. Ne prendo atto, mattina dopo mattina. Le persone che incrocio, mica si lamentano dell´immondizia sempre più a forma di Monte Pellegrino. Avevo sbrigativamente concluso, devo ammettere molto malignamente, che facevano finta di non vedere. Alcuni mettono il sacchetto, soddisfatti e per nulla circospetti, nella fascia oraria vietata. Ma vogliamo impiccarci alle regole al punto in cui siamo? Suvvia. Guardando le loro facce beate è come se sentissero il rumore che il loro prodotto fa sbattendo sul fondo del contenitore. Che percepiscono, evidentemente, veramente vuoto e invece non si scorge quasi più. Un´opinione me la sono fatta. Non è che lo fanno per male. Proprio vedono qualcos´altro, pare che di fronte abbiano un roseto dal quale fuoriesce un eccellente profumo e non un irresistibile e nauseabondo fetore. Chi non butta il sacchetto, passa con gli occhi sognanti, guardando altrove, anche se ogni giorno è sempre più difficile farlo. Pare che scruti qualcosa di bello in cielo, sempre leggermente più sopra dell´ultimo sacchetto. Ma alla fine, siamo onesti, mica l´immondizia ce la possiamo rimangiare. Bisogna pur liberarsi dei rifiuti. Forse allo stesso modo in cui nel giorno delle elezioni comunali ci si è liberati del voto dentro la cabina elettorale. Se aggiungo il mio voto a quello dei tanti palermitani che riconfermeranno in massa l´amministrazione uscente, che faccio di male? Siamo o non siamo diventati una città bella, giovane, fresca e sportiva, cool, appunto? Dice, ma forse non è proprio così. Sì, può essere, ma quanto è bello dirlo, signor mio. Vuoi vedere che, a forza di fare uscire simili parole vuote, queste si realizzano davvero? Il dubbio, primo o dopo, assale anche te. Non è, la nostra, la società dell´immagine? Certo, ma la montagna di bianchi sacchetti che immagine della città restituisce? Scusi, abbia pazienza, ma di quali sacchetti sta parlando, mi sussurra una vocina interna. Mi sto convincendo. Ho le visioni.

venerdì 16 gennaio 2009

L'antimafia degli scandali

LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 16 GENNAIO 2009

Pagina XXIII
REGIME CARCERARIO E MAFIA LO STATO NON DEVE ARRETRARE
Francesco Palazzo

L´ennesima sospensione, poi revocata, del regime carcerario del 41 bis per un soggetto condannato a più ergastoli, ha fatto gridare ancora allo scandalo. La proposta di soppressione dell´ergastolo per la quale i detenuti italiani sono da qualche mese in sciopero della fame a staffetta, sembra invece non preoccupare più di tanto. Tale provvedimento fu sostenuto nella passata legislatura dal centrosinistra. Tanto che un suo esponente presentò, all´inizio del 2007, un disegno di legge per sostituire il carcere a vita con la pena di trent´anni. Sul tavolo di Prodi, a metà 2007, c´era anche un´ipotesi di riforma del codice penale. Anch´essa contemplava l´abolizione dell´ergastolo e la sua sostituzione con la carcerazione di 38 anni. La protesta attuale degli ergastolani vuole sensibilizzare l´opinione pubblica affinché si ritiri fuori il disegno di legge. Che non faceva alcuna differenza tra chi ha commesso un delitto per questioni personali, che niente hanno a che vedere con le mafie, e chi invece nel mettere in atto una strage per conto di un´organizzazione criminale ha fatto saltare in aria giudici e forze dell´ordine. Dunque si protesta opportunamente per un detenuto cui viene affievolito il regime carcerario, ma non si fa una piega nel pensare che un domani, quello stesso detenuto, se si cancellasse l´ergastolo, potrebbe addirittura essere scarcerato. Una palese contraddizione.Il famoso papello, ossia la lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato per finirla con la strategia stragista dei primi anni Novanta, prevedeva ai primi posti sia la cancellazione dell´ergastolo sia l´abolizione del regime carcerario speciale per i mafiosi. Partendo da questo dato storico, dobbiamo prendere atto - lo dicono gli esperti nonché diverse indagini - che i mafiosi continuano a comandare dal 41 bis. Che sembra ridotto a una specie di colabrodo, dove passa di tutto e di più. Dobbiamo altresì rilevare che il progetto di abrogazione dell´ergastolo ha fatto breccia culturalmente in tutte le forze politiche, anche in quelle più a sinistra. Sia chiaro. È giusto consentire il recupero alla società di persone che trenta o quarant´anni hanno spento una vita per questioni private. Ma è la stessa cosa se il carcere a vita è stato inflitto a soggetti che hanno portato avanti disegni criminosi legati alle mafie e che mai hanno collaborato con le istituzioni? Si potrebbe obiettare: ma i mafiosi non devono essere recuperati alla società? Certo, basta che collaborino pienamente con lo Stato. Il ragionamento dovrebbe essere scontato e lineare. Così, evidentemente, non è. In fondo, non ci troviamo in un periodo caldo. Le cosche hanno quasi del tutto abbassato, da più di un quindicennio, il mirino, un tempo puntato verso le istituzioni. Non pianificano stragi e quindi la fase è calante. Una storia sin troppo conosciuta. Che avrà il suo termine nella malaugurata ipotesi di un ritorno alle armi del potere mafioso. Evenienza che, visto l´attuale stato d´incertezza che pervade Cosa nostra, gli inquirenti non escludono affatto. Se accadesse, state sicuri che tutti, nessuno escluso, ricomincerebbero a stracciarsi le vesti, invocando le più severe misure repressive. Non si parlerebbe più della cancellazione indiscriminata dell´ergastolo e il carcere duro tornerebbe a essere tale. In attesa, beninteso, della risacca successiva. Quando si torneranno a chiudere uno o entrambi gli occhi. O ad aprirli a giorni alterni, seguendo ciò che più impressiona l´opinione pubblica. Ci chiediamo. È proprio così difficile, una volta per tutte, attuare un metodo coerente e di lungo periodo contro le mafie? In 150 anni non si è mai fatto. Sino a quando non ci si metterà nella lunghezza d´onda che le mafie non sono un´emergenza, ma una drammatica quotidianità, sarà pure inutile continuare a chiedersi perché abbiano avuto sinora così lunga vita.

sabato 10 gennaio 2009

Partito Democratico siciliano, bello e impossibile

CENTONOVE
9/1/09
Pag. 47
IL PD E LE GEOMETRIE VARIABILI
Francesco Palazzo
Dalla vicenda, tra il giudiziario e il mediatico, chiamata questione morale, che interessa il Partito Democratico in diverse regioni del sud, la Sicilia rimane fuori. Non governando città importanti o la regione, i democratici siciliani sono impelagati in faccende, a prima vista, meno deflagranti. Si tratta di fatti noti. Possiamo trarne qualche riflessione. I filoni, non comunicanti, sono due. Il primo attiene alle presenze di esponenti democratici nelle sedi rappresentative, tipo l’Assemblea Regionale. Il secondo aspetto è relativo alla vita del partito. Per quanto riguarda il frangente istituzionale, isoliamo le dinamiche politiche all’ARS. I parlamentari del PD ritengono che avranno buon gioco domani, in termini elettorali, nell’evidenziare oggi, votando alcuni provvedimenti del governo in aula, le palesi lacerazioni che il centrodestra presenta. Si chiamano “geometrie variabili”. Che, però, il nocciolo duro che cementa la maggioranza sia rimasto intatto, è agevole scoprirlo. Recentemente leggevamo di una riunione del governo regionale. Nel corso della quale, “senza strascichi di polemica”, come riferito dai protagonisti, si è cominciato a mettere mano al destino del precariato siciliano. L’ARS, inoltre, ha dato mandato al governo di promulgare la legge sui precari negli enti locali senza le parti impugnate dal Commissario dello Stato. Ecco, allora, il punto, che dovrebbe essere motivo di riflessioni per i deputati del PD. Una coalizione divisa su tante cose, e che su alcune trova l’appoggio della minoranza, si muove poi compatta quando tratta argomenti più “sensibili”, in termini di voti, come il grande numero di precari, (sessantamila?), che ingrossano gli uffici pubblici. La domanda è: il corpo elettorale siciliano, quando si tratterà di votare, si ricorderà delle battaglie in aula dell’opposizione su questioni che non sono giunte all’orecchio dell’elettore medio, o punterà l’attenzione verso l’interesse mostrato dalla maggioranza, senza bisticciare, sul fiume inarrestabile del precariato di marca sicula? La risposta è, ovviamente, scontata. La strada parlamentare, da sola, senza un forte partito alle spalle che affronti unito le questioni strategiche (e il precariato è un ambito intorno al quale un partito riformista dovrebbe saper dire parole non intrise di populismo), rischia di costruire tante vittorie di Pirro. Che non tolgono un solo voto alla platea vastissima di consenso sulla quale il centrodestra può contare in Sicilia. Vedrete che la maggioranza troverà la quadratura del cerchio anche in altri settori scottanti, come la sanità o la riformulazione dell’amministrazione regionale. E al Pd rimarrà ben poco in mano. Le geometrie possono anche temporaneamente variare. Abbiamo, tuttavia, l’impressione che il bottino elettorale non si è mosso di un millimetro dal giorno del cappotto che il centrosinistra ha subito alle regionali. Veniamo al partito. Nell’ultima riunione dell’assemblea costituente, svoltasi il 13 dicembre, il clima, nei volti e nelle dichiarazioni dei partecipanti, era quello di un partito che si scioglie e implode. Le accuse reciproche tra le fazioni sono continuate. Solo il periodo natalizio ha imposto una tregua, come in tutte le contese che si rispettino. Il prossimo ennesimo appuntamento, pare quello definitivo, è fissato per il 17 gennaio. Ci si arriva senza un minimo di entusiasmo. Vedremo. Il pomo, apparente, della discordia è lo statuto. La Sicilia è l’unica regione in cui ancora non è stato votato. Ora, anche in questo caso, il punto di domanda è chiaro. Pensate che alle prossime elezioni, mettiamo le europee, il corpo elettorale siciliano terrà conto dello statuto, arnese di potere per pochi intimi, per esprimere il proprio consenso verso il PD, oppure punirà un partito senza identità, che discute sino a sfinirsi e a sfinirci, presente solo sui giornali, ma assente dal territorio? Il responso non è difficile neppure in questo caso. Per giustificarsi si afferma che il partito, appena nato, presenta ovunque le stesse difficoltà. Non è così. In molte regioni il partito esiste e lavora. In Sicilia, se aggiungiamo a quanto detto il tesseramento fantasma e l’azione politica impalpabile dei circoli territoriali, il quadro si completa. E dipinge un partito che sarà pure giovane e nuovo, ma che ancora non vuole mostrarci queste belle qualità.

sabato 20 dicembre 2008

Il gioco dell'oca dell'antimafia

CENTONOVE
19 12 2008
Pag. 39
ERGASTOLO, QUANDO SERVE
Francesco Palazzo
Gli uomini (e le donne) di Cosa nostra, delle mafie di qualsiasi risma e colore, resisi protagonisti di fatti di sangue gravissimi e dichiarati colpevoli in via definitiva, per tali reati, dai tribunali italiani, hanno un solo modo per far diventare la loro pena rieducativa, nel rispetto del relativo principio costituzionale. Devono collaborare con lo Stato in maniera piena e incondizionata. Rivelando fatti, complicità, relazioni politiche, consegnando ricchezze e svelando i rapporti delle organizzazioni criminali con il mondo dell’economia, delle professioni e con il popolo minuto. Questo è il primo pensiero che viene sapendo che è ricominciata, da inizio dicembre, con lo sciopero della fame a staffetta dei detenuti, la protesta degli ergastolani di tutta Italia, tra cui, evidentemente, anche tanti mafiosi condannati alla massima pena per reati gravissimi. L’oggetto del malcontento in Italia, che si inserisce nell'ambito della campagna internazionale per l'abolizione dell'ergastolo, la sua finalità immediata, è premere affinché sia discusso in parlamento il disegno di legge, presentato al Senato, all’inizio del 2007, da un’esponente di Rifondazione Comunista. Partito che ancora sostiene fortemente tale battaglia, pure a livello delle istituzioni europee, in nome della considerazione che qualsiasi pena deve tendere alla riabilitazione del condannato, e l’ergastolo non prevede alcuna fuoriuscita dalle prigioni per i condannati a vita. Il disegno di legge citato mira all’eliminazione dell’ergastolo e alla sua sostituzione con la pena massima di anni trenta. Senza differenze, questo è il punto, tra chi ha ucciso la moglie, il marito o i vicini in un momento di rabbia, o anche con netta volontarietà o lucida premeditazione, e coloro che, programmandole in ogni punto, si sono resi partecipi, in nome e per conto di un’organizzazione criminale, di stragi mafiose, omicidi singoli o delitti particolarmente efferati. Ricordiamo solo le stragi del 92, quelle nel continente del 93 o la soppressione del piccolo Di Matteo. Perché il disegno di legge, quando parla di abolizione dell’ergastolo, non pone differenze tra un delitto occasionale, sia pure culminato nell’uccisione di una o più persone, e le azioni più gravi delle organizzazioni mafiose? Vorremmo ricordare che l’abolizione della massima pena detentiva era, a quanto risulta da svariate fonti, uno dei punti principali, forse il vero obiettivo, del famoso papello. Cioè della lista di richieste che Cosa nostra avrebbe presentato allo Stato, dopo le stragi di Capaci e di Via D’Amelio, per finirla con la strategia stragista dei primi anni novanta. Mi pare corretto non dimenticare tale frangente della storia siciliana e italiana, perché altrimenti la lotta alle mafie si trasforma in una specie di gioco dell’oca. Dove a un certo punto, chissà per quale motivo, si è costretti a resettare tutto, come si fa con i computer, e ricominciare da capo. Sino al prossimo periodo emergenziale, al successivo omicidio eclatante di qualche esponente delle istituzioni e, perché no, sino alla prossima strage. In questi frangenti, è già successo diverse volte, molti si stracciano le vesti e invocano strumenti legislativi, penali e restrittivi particolarmente duri. Poi passano gli anni, il pendolo torna indietro, si attraversa una fase di bonaccia con una mafia silente per fatti di sangue, e proprio per questo, lo sappiamo, più forte e ricca, e si allenta la tensione. Tanto da proporre, ed è stato per primo il centrosinistra a farlo in Italia nel corso della passata e breve legislatura nazionale, l’abolizione del “fine pena mai”. Riteniamo che tale discussione vada fatta con responsabilità, distinguendo tra i reati e tenendo presente l’agenda storica di questo paese, molto diverso dagli altri. Perché, se è vero che negli altri paesi europei l’ergastolo o non è previsto (in verità in poche nazioni, se non erriamo tre) o è attuato ricorrendo a misure sostitutive dopo un determinato numero di anni, è anche lapalissiano, assodato, indiscutibile, che nessuna nazione dell’Unione Europea è segnata dalle mafie come l’Italia. Le quali mafie hanno in pugno, oggi non vent’anni addietro, che lo si voglia ammettere o meno, metà del paese e sono già ben insediate nell’altra metà. Non si possono chiudere gli occhi davanti a ciò. Dunque, più che chiederci quando ci sarà la cancellazione del “fine pena mai”, senza distinguere tra mafiosi e non, dovremmo sposare la campagna: “fine mafie, quando”?

Da Brancaccio al Brancaccio

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 19 DICEMBRE 2008

Pagina XVI
L´ANTIMAFIA DI BRANCACCIO
Francesco Palazzo


Da Brancaccio al Brancaccio sembra un facile gioco di parole. Solo che Brancaccio è un quartiere conosciuto dall´opinione pubblica per la criminalità mafiosa e il Brancaccio è uno dei teatri più prestigiosi d´Italia. L´incontro tra le due realtà non è neppure facile pensarlo, figuriamoci realizzarlo concretamente. L´associazione Quelli della Rosa Gialla (www.quellidellarosagialla.it) è riuscita a creare questo ponte Palermo-Roma. Un gruppo che, da anni, partendo da un quartiere difficile del capoluogo, sempre che ve ne siano di facili, fa del musical impegnato una sorta di missione. Il 22 dicembre, come già anticipato dal nostro giornale, calcherà le scene del teatro romano, diretto da Maurizio Costanzo, con la favola musical "Father Joe". La sceneggiatura parte dall´attentato alle torri gemelle. Un ragazzo americano intende arruolarsi per vendicare il suo paese. Il destino lo porta in un´isola del mediterraneo, scopre la tragedia dei profughi clandestini e il messaggio di Padre Puglisi. Questa la trama. Ma conta, forse di più, un altro copione. Con una mafia che tenta di rialzare la testa, ammesso che l´abbia mai calata, e non ci pare proprio, è importante sottolineare che Brancaccio giunga nella capitale non per un omicidio di mafia, ma perché esporta cultura. La sede dell´associazione è nei locali attigui a quelli dove Puglisi celebrò messa per qualche anno. I locali della chiesa di San Gaetano erano in ristrutturazione e un auditorium si riempì di panche, sedie e un altare per celebrare messa. È una prossimità non soltanto logistica quella del gruppo con don Pino. Proprio la rosa gialla era il fiore che più piaceva al parroco ucciso dalla mafia. Molti dei centonove protagonisti del musical, che partiranno con due pullman dal rione, sono ragazzi e ragazze battezzati da Puglisi. Sono, questi, dei segni che vanno colti con attenzione, perché la sola repressione, anche quella pur significativa di questi giorni, poco può fare per risanare un tessuto sociale che rigenera continuamente criminalità. La tela va ricucita facendo tesoro di queste significative esperienze locali, periferiche e incoraggiandole. A Palermo ve ne sono altre. Che rimangano spesso nell´anonimato. La sfida per il gruppo di Brancaccio non è semplice. Se finora è stato agevole riempire diversi teatri palermitani, come il Politeama o l´Orione, non sarà così agevole mettere insieme 1.400 spettatori, quanti ne può contenere il Brancaccio, a circa mille chilometri di distanza. Allora è partita l´iniziativa "Manda un amico al Brancaccio". Chi ha parenti o conoscenti nella capitale è invitato a convincerli a staccare un biglietto d´ingresso (10 euro). Daranno una mano le tre pasticcerie romane Ciuri Ciuri, che producono prelibatezze sicule. Anche un membro di Economia Alternativa, con sede presso la casa generale di Roma dei Padri Comboniani, raccoglie i soldi, si reca al botteghino e poi consegna i tagliandi ai destinatari. Ai Comboniani è legato il finanziamento di un progetto. Con una parte dell´incasso, l´associazione contribuirà ad assistere, in Uganda, un gruppo di bambini che hanno fatto, come soldati, l´esperienza della guerra. «C´è chi potrebbe dire: non dovrebbe pensarci lo Stato? Intanto pensiamoci noi. Se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto». Così soleva dire lucidamente don Puglisi. La mafia è ancora forte come ai tempi in cui lui fu fatto fuori. Non bisogna farsi illusioni. Tante retate, nel passato, hanno fatto sperare che fosse suonata la campana dell´agonia sulle cosche. Poi, anno dopo anno, si scopre che il crimine fattura decine di miliardi di euro e quindi tanto male in salute non starà. Allora ci vuole la fatica delle formiche per invertire il senso di questa storia. In tal senso può capitare, in attesa che le istituzioni facciano per intero il loro lavoro, che un gruppo consistente di cittadini, sulla scia del lascito di Puglisi, muovendo dal quartiere dove egli verso il suo sangue, invece di attendere con le mani in mano lagnandosi in continuazione per l´assenza dello stato, decida di prendere in mano il proprio destino. Facendo diventare percorribile lo slogan «da Brancaccio al Brancaccio».

sabato 13 dicembre 2008

Palermo, cimitero Rotoli, divieti eucaristici

CENTONOVE
12 12 08
GALEOTTO IL PANCINO SCOPERTO
Francesco Palazzo


Al cimitero palermitano dei Rotoli, da più di un anno, c’è una zona chiusa per sicurezza dopo la caduta di un roccione dalla montagna sovrastante il camposanto. Di fronte a un pericolo fisico è giusto prendere le dovute precauzioni. Una notizia come tante. Anche se non si capisce come mai ci voglia quasi un anno e mezzo (i lavori di messa in sicurezza termineranno a marzo 2009) da parte dell’amministrazione comunale per appaltare e fare eseguire lavori di questo tipo. Ma, andandoci recentemente, abbiamo visto che, oltre l’impedimento per visitare i corpi dei defunti che si trovano nell’area interessata, c’è pure un inciampo pesantissimo per lo spirito. Che però, a differenza del primo ostacolo, non ha scadenze, pare rivolto all’eternità e non a qualche mese di qualche anno a venire. I cartelli affissi dentro la cappella del camposanto sono chiari: “E’ vietato accostarsi all’eucaristia con il ventre scoperto e altri indumenti indecorosi”. L’eucaristia è, per i cattolici, il momento più denso di significati religiosi ed esistenziali. Non occorre essere fini teologi o biblisti per saperlo. Bloccarne l’accesso, per futili e inconsistenti motivi, è cosa di una certa gravità. Sarebbe come vietare il voto, momento più alto della vita civile, a chi non è vestito nel modo che piace al presidente del seggio. Al cimitero non si va per fare scampagnate o rimpatriate tra compagni di scuola. Non si entra al camposanto con l’ombrellone in una mano e la teglia con la pasta al forno nell’altra. Ci si trova tra quei viali per accompagnare o visitare un nostro caro. O per mostrare solidarietà a qualcuno colpito da un lutto. A tutto si pensa, tranne che a scoprirsi il ventre, o qualcos’altro, indossando indumenti indecorosi. Che vorremmo capire, poi, in cosa consistano. Quando, esattamente, scatta il limite e un abito diventa, da decente, non più dignitoso? E il ventre, di quanto deve essere scoperto, per incappare nell’impossibilità di prendere l’eucaristia? Tuttavia, un cartello, a volerlo leggere bene, dice sempre più cose di quelle scritte. E, nel caso specifico, l’obiettivo del severo richiamo, preventivo e definitivo, è solo una parte dell’universo sessuato, la donna. I riferimenti al ventre scoperto, che ci destano alla mente la relativa danza, e agli abiti indecorosi, lasciano intuire che potrebbe venire fuori qualche pezzo di carne femminile di conturbante ammirazione. Tale da impedire ai fedeli più casti, e ovviamente integralmente abbigliati, che ad altro dovrebbero pensare al cospetto della morte, di accostarsi all’eucaristia senza sussulti ulteriori se non quelli determinati dalla fede. Che, evidentemente, se basta qualche centimetro di pelle a traviarla, così tanto granitica non dovrà essere. In genere, queste cose vengono fatte notare da chi, e sono tra quelli, non frequenta abitualmente le chiese. Coloro che ci vanno spesso, hanno fatto l’abitudine a questo tipo d’imposizioni. Tanto che ci raccontavano di un parroco siciliano di un piccolo comune della provincia di Palermo. Un sacerdote di quelli sanguigni e ieratici. Il quale, durante la più importante messa domenicale, ha tuonato dall’altare, rosso in volto, intimorendo tutta l’assemblea, nel seguente modo: “Per questa volta, a quella ragazza vestita in quel modo, ho concesso l’ostia consacrata. La prossima volta, ditelo ai familiari, non se ne parla nemmeno". Senza che ciò abbia provocato, non dico i fischi che si rivolgono all’arbitro che non assegna il rigore evidente, ma almeno un leggero malumore o un turbamento esplicito, nei presenti. Se i fedeli si abituano a tutto, speriamo che non lo facciano gli arcivescovi. Quando c’è capitato di leggere il cartello ai Rotoli, tutto era pronto per la visita di colui che attualmente guida la diocesi palermitana. Speriamo, ma ci permettiamo di nutrire fondati dubbi, che abbia convinto chi di dovere a togliere quell’avviso. Se è ancora lì, vuol dire che lo condivide. Non è il modo di vestirsi a violare i luoghi sacri. Non è il corpo scoperto che li offende. Ma il cuore, la mente, lo spirito, la fede di chi vi sta da padrone e giudica chi e come possa entravi.

giovedì 11 dicembre 2008

Madonie: cosa fanno i privati?


LA REPUBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 11 DICEMBRE 2008

Pagina XVI

DECLINO TURISTICO SULLE MADONIE
Francesco Palazzo



Le Madonie sono in ginocchio, quest´anno non sarà possibile sciare. Molti alberghi e ostelli chiudono o già da tempo hanno abbandonato il campo. Da un articolo pubblicato su questo giornale il 6 dicembre, firmato da Ivan Mocciaro, apprendiamo che lo skilift, cioè l´impianto di risalita per gli sciatori, non sarà riaperto per la scadenza delle autorizzazioni. Pare che occorrerebbe un provvedimento della Regione per consentire alla Provincia di realizzare la seggiovia. Dunque, le istituzioni hanno le loro colpe, forse non tutte le amministrazioni locali hanno fatto il possibile per rilanciare l´area. Ma, si sa, la neve in Sicilia rappresenta un evento tutto sommato eccezionale. La stagione sciistica, chiamiamola così, nelle Madonie dura solo per un breve periodo. Da dicembre a febbraio, skilift funzionanti o meno, si registra una certa affluenza di un turismo giornaliero, mordi e fuggi, proveniente da tutta la provincia di Palermo. Un afflusso che non è in grado di risollevare le sorti di alberghi, rifugi, ostelli e ristoranti. Occorrerebbe essere capaci di attirare un flusso turistico diverso, più strutturato, più fidelizzato, in grado di fare da cassa di risonanza per nuovi arrivi anche durante gli altri mesi dell´anno, quando la neve si scioglie e c´è solo il deserto. Come quello che potete ammirare se vi capita di percorrere, in estate, in primavera o in autunno inoltrato, la suggestiva strada che collega Collesano alle Petralie. Ora, il punto sembra essere il solito. Gli imprenditori turistici, che operano nella zona, lamentano una scarsa presenza delle istituzioni, vicine e lontane. Non mettiamo in dubbio che ciò corrisponda a (parziale) verità. Tuttavia, per completare il ragionamento, e non limitarsi al solito deresponsabilizzante piagnisteo, bisognerà pure chiedersi cosa fanno, mentre le istituzioni latitano, gli operatori del settore. Facciamo solo due esempi, che non vogliono certo descrivere la totalità di quanti sono impegnati a fornire accoglienza ai visitatori. Qualche anno addietro alla Montanina, un tempo splendido albergo e oggi abbandonato, nei giorni intorno a ferragosto c´è capitato di vivere un´esperienza allucinante. A fronte di un pacchetto che comprendeva per alcuni giorni vitto e alloggio, ci siamo trovati a dovere fare i conti con una pessima e improvvisata gestione. Tanto che per la cena della sera di ferragosto ciascuno degli ospiti ha dovuto darsi da fare per racimolare qualche cosa da mangiare, improvvisandosi anche alla brace, tra le poche cibarie proposte. Un altro esempio, recentissimo, riguarda un bed and breakfast di un paese madonita. La struttura è nuova e carina. Solo che, al momento di pagare, il gestore, senza alcun motivo, applica una maggiorazione di dieci euro sul prezzo abituale, giustificando la cosa con il fatto che in particolari occasioni, era in corso una sagra, c´era un accordo tra gli esercenti in tal senso. A parte il fatto che, proprio in occasione di eventi particolari, si dovrebbe cercare di attrarre turismo con prezzi ancora più bassi del solito, abbiamo avuto poi modo di appurare, informandoci altrove e con lo stesso sindaco, che non era stata pattuita alcuna maggiorazione. E anche quando fosse stata concordata, era corretto avvisare la clientela al momento della prenotazione. Lo stesso sindaco ci assicurava che si era recato presso tutti gli addetti per accertarsi che i prezzi non avrebbero subito variazione alcuna. A dimostrazione che talvolta gli amministratori sono più avanti, come mentalità, degli operatori sul territorio. Del resto, proprio in quei due giorni, l´amministrazione aveva dato modo ai ristoratori e agli albergatori di riempirsi di clienti. Andando spesso nelle Madonie, qualche altro caso, simile ai due di prima, potremmo citarlo. Così come è giusto riferire, ma dovrebbe essere la norma, che non mancano casi di corretta e gentile ospitalità. Ma il succo del discorso è il seguente: più che lamentare continuamente l´assenza dello Stato, specialità tipicamente siciliana e del Sud in genere, ci si dovrebbe impegnare a fare per intero il proprio dovere. Proponendo e attuando progetti di sviluppo e promozione, senza aspettare che sia sempre ed esclusivamente la mano pubblica a intervenire. Soprattutto, offrendo qualità e sapendola vendere. Con la neve e con il sole.

sabato 6 dicembre 2008

Natale, Palermo al buio metafora della Sicilia

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 6 DICEMBRE 2008

Pagina XXII
LE LUCI SPENTE SULLA SICILIA
Francesco Palazzo


Né gli alberi di Natale maestosi nel centro delle città, né le sgargianti luminarie per le vie più gettonate, hanno mai cambiato la vita a nessuno. Tuttavia, il buio in cui a meno di sorprese sarà avvolto il capoluogo per le festività natalizie e di fine anno, è un simbolo, se volete forse il più banale, del fosco presente che vivono Palermo e la Sicilia. Segno che la politica non viaggia più sul piano del consenso e su questo costruisce buona amministrazione. Perché, se così fosse, l´amministrazione palermitana, ossia la maggioranza che la sostiene, che ha ottenuto alle ultime elezioni più del 60 per cento e oltre 216 mila voti, distanziando i secondi di più di ottantamila voti e sommergendoli con una differenza percentuale del 23,1, potrebbe lavorare con la necessaria serenità per illuminare, non solo a Natale, la comunità palermitana. Il fatto è che ciò non succede. E allora potremmo, con molte ragioni, dire che il voto degli elettori non è deriso solo dalle liste bloccate, senza possibilità di scelta alcuna, che hanno formato il parlamento nazionale. Ma è altresì, e forse in maniera più grave, disprezzato anche quando si può esprimere una preferenza tra le mille e più che si propongono per amministrare un grande comune, quale è il capoluogo della quinta regione del paese. Se a ciò aggiungiamo che la legge elettorale prevede un´ulteriore elasticità a favore del votante, cioè la possibilità di dare due voti diversi per i candidati a sindaco e i concorrenti al consiglio comunale, abbiamo la prova del nove che neanche le leggi elettorali più coinvolgenti, in termini di scelte potenziali, garantiscono un fico secco. Dopo le elezioni l´assetto amministrativo-politico, messi in cantiere gli slogan, se ne va per i fatti suoi e risponde solo ed esclusivamente a logiche di spartizione tra i partiti, nei partiti e tra i singoli. Solo queste contano. Basti pensare, per dirne una, che la lista degli assessori che un sindaco mette in campo durante la campagna elettorale è solo una disposizione di pedine che descrive i rapporti di forza nello schieramento che lo rappresenta. Non appena si vince tutto cambia, altri nomi entrano in scena. E non finisce qui. Durante la legislatura gli assessori si alternano con la stessa turbinosa velocità che hanno le pale di un impianto eolico durante una bufera di vento. Non parliamo poi dei programmi. Anche lì siamo nel campo della pura finzione letteraria, oltre che politica. Le cose fondamentali, le più incisive, che si faranno durante un mandato, saranno non già le conseguenze di un patto con gli elettori, ma la risultante di improvvisate decisioni. Che maturano per assecondare dinamiche che via via mutano sull´altare degli scontri tra fazioni. La legge elettorale dovrebbe prevedere non solo la libertà di scrivere un nome o di mettere la croce su uno dei candidati a sindaco. Gli elettori dovrebbero eleggere una vera e definitiva squadra di assessori e scegliere un chiaro programma politico fatto di pochi e qualificanti punti sugli ambiti strategici delle città. Si dirà che distorsioni simili accadono anche negli altri livelli di rappresentanza regionale. E questo conferma e aggrava il ragionamento che stiamo facendo. Forse qualcuno si prenderà la briga di andare a vedere quali erano i nomi che ufficialmente erano stati avanzati, prima delle elezioni, per la giunta della Provincia di Palermo e come poi essa è stata effettivamente composta. Così come molti si chiederanno che senso ha avuto eleggere un governo regionale con un quasi plebiscito. Per poi ritrovarcelo, scogli scogli, a non avere la forza di portare avanti un programma, non di altissimo livello per la verità, se non cercando i voti dell´opposizione. Che forse può festeggiare le cadute del governo regionale all´Ars, ma non si rende conto che dovrebbe, in primo luogo, preparare l´alternativa. Insomma, il buio natalizio di Palermo, ancorché triste, viene forse al momento giusto per farci riflettere sul senso che diamo alle parole democrazia e rappresentanza. Non a livello planetario, ma in ambito locale e regionale.

sabato 29 novembre 2008

Rifondazione Comunista in Sicilia, due per cento diviso cinque

CENTONOVE
28 novembre 2008
Pag. 2
Sinistra, facciamoci del male
Francesco Palazzo
Dunque, Rifondazione Comunista siciliana esce dal congresso regionale, svoltosi lo scorso fine settimana a Pergusa, divisa in cinque. Per una formazione politica che, per citare un dato elettorale vicino e significativo, non è andata oltre la media del 2,095 per cento in occasione delle provinciali siciliane del 2008, nelle sei province dove ha presentano una lista autonoma, è una sorta di record assoluto. Tale frammentazione, è bene dirlo, non è figlia delle discussioni siciliane interne al partito, ma è la fotocopia, precisa, senza nemmeno un’imperfezione, di quanto accaduto a livello nazionale nell’ultimo congresso di fine luglio. Ma con un peggioramento rispetto al quadro nazionale. Perché almeno lì si è riuscito a eleggere un segretario. Da noi l’individuazione della guida regionale è stata demandata a un organismo politico, suddiviso in cinque, nominato dai congressisti. Per intenderci sullo spessore quantitativo di Rifondazione in Sicilia, diciamo subito che i voti ottenuti dalla falce e martello rifondarla alle ultime provinciali, sempre nelle sei province in cui è andata da sola, risultano essere 32.573. Lo stesso ordine di grandezza che, alle regionali del 2006, in una sola provincia, quella di Palermo, ha totalizzato il candidato più votato, Antonello Antinoro, che ha intercettato 30.302 preferenze. Lo stesso si è poi quasi ripetuto alle ultime regionali, superando ventottomila voti. Facciamo questo riferimento comparativo per mostrare quale è la dimensione del confronto politico siciliano. Un solo candidato, di una sola provincia, di un partito, l’UDC, il terzo, non il primo, per dimensione di consenso, della maggioranza che governa alla regione, equivale, pressappoco, alla diffusione regionale del secondo partito della coalizione di centrosinistra. Chissà se ci hanno pensato i protagonisti delle cinque mozioni che hanno incrociato le armi dialettiche a Pergusa. Eppure, basterebbe una semplice calcolatrice, e non l’elaborazione di chissà quali geniali tesi politiche, per capire quanto sia improduttivo, dannoso, arduo trovare il termine giusto, guardarsi l’ombelico minoritario scavandosi la fossa con lacerazioni interne sino a scomparire in esse o cercare di trovare la risultante perfetta di cinque pezzi di un microscopico due per cento. Lo diciamo da tempo. La possibilità di un’alternanza in Sicilia, oltre che dalla solidità del Partito Democratico, che certo al momento non naviga in buone acque, anzi pare proprio segnato dalla burrasca, passa dalla consistenza numerica, non inferiore al 15 per cento, di una gamba sinistra che torni a farsi capire, e soprattutto a farsi votare, dal corpo elettorale siciliano. Al momento tale parte di centrosinistra, composto, oltre che da Rifondazione, dalla Sinistra Democratica, il cui leader nazionale è un siciliano, Claudio Fava, dal Movimento un’Altra Storia di Rita Borsellino, dai Comunisti Italiani e dai Verdi, pare non interrogarsi, unito, su ciò che occorrerebbe alla Sicilia. Se non da prospettive troppo parziali, sovente, come il caso di Rifondazione mostra, dilaniate e polverizzate oltre ogni ragionevole e comprensibile misura. Il punto è che qui ci va di mezzo non tanto il destino del centrosinistra, che può interessare solo chi lo vota, ma la stessa qualità della democrazia in Sicilia. Senza alternanza vincono sempre gli stessi. La maggioranza di centrodestra che oggi cerca di governare (e di non litigare) alla regione, costituisce, da sola, una forza autoreferenziale. Nel senso che incorpora, basta guadare gli scontri all’arma bianca sul comparto sanità, sia la maggioranza sia l’opposizione. Osservando ciò, ci perdonino gli amici siciliani di Rifondazione, non riusciamo proprio a capire l’utilità, per la nostra regione, dell’ultimo congresso che li ha visti protagonisti.

giovedì 27 novembre 2008

Sanità in Sicilia: conti in rosso e riforme bloccate


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 27 NOVEMBRE 2008
Pagina I
La polemica
Conti della sanità una riforma bloccata
FRANCESCO PALAZZO

A leggere le dichiarazioni degli stessi protagonisti, pare che la grande battaglia sulla sanità siciliana - con roboanti dichiarazioni in nome del risparmio e della moralizzazione - sia stata vinta da due partiti: l´Udc e il Pdl. I quali, dentro la coalizione vincente alle ultime elezioni, avevano dissotterrato l´ascia di guerra, riponendola per il momento, visto che hanno ottenuto ciò che volevano. Sintetizzando: il cosiddetto piano di rientro e la riforma della sanità siciliana andranno ognuno per proprio conto, su due strade parallele. Che, ovviamente, come sappiamo sin dalla più tenera età, mai s´incontrano, se non, forse, all´infinito. Ma la sanità siciliana avrebbe bisogno, più che di infinità, leopardiane o geometriche fate voi, di provvedimenti concreti e attuali. E gli ultimi due assessori destinati alla sanità, due tecnici, hanno mostrato di volere imprimere una svolta al sistema. Tuttavia, evidentemente, il sistema ha equilibri da rispettare, dinamiche che noi comuni mortali non riusciremmo a intravedere neanche se ci dotassimo della più potente tra le lenti d´ingrandimento. Il bello è che al danno dell´immobilismo di un settore spendaccione e cruciale per tutti noi, malati e potenziali tali, si aggiunge la beffa di sentirsi quasi coccolati, da chi si oppone a qualsiasi cambiamento, con affermazioni che giustificano certe scelte in nome e per conto della salute dei cittadini. Anche l´attuale schieramento dell´opposizione all´Assemblea regionale si trova d´accordo sulle strade parallele e quindi, di fatto, dà forza al fuoco amico diretto all´attuale assessore regionale per la Sanità. Eppure, ma forse ricordiamo male, in un incontro pubblico il Partito democratico aveva solennemente sostenuto, per bocca di un suo autorevole rappresentante, se rammentiamo bene di fronte al presidente della Regione, che avrebbe sostenuto in aula il piano complessivo di riforme che metteva insieme, «perché non può che essere così», piano di rientro e riforma del comparto in un´unica soluzione. Il piano di rientro, lo intendiamo anche se non siamo esperti della materia, è la possibilità di mettere una pezza finanziaria, fatta di sacrifici e tagli, agli enormi errori di gestione del passato. Vista però solo in questo modo tutta la questione si riduce, ammesso che riesca, a una mera partita contabile e temporanea. Destinata nuovamente a farsi critica se non s´interviene sul presente e non si pianifica, modificandolo radicalmente, il futuro. Ecco perché è giusto che in un ambito strategico e costoso come la sanità si operi agendo simultaneamente sui due assi, quello del debito e quello della pianificazione. Se si sganciano questi due aspetti, si avrà sempre il fiato sul collo, è sin troppo facile intuirlo. Lo sa bene qualsiasi padre di famiglia che deve fra quadrare i conti della propria piccola comunità domestica. Se si sta sempre sull´emergenza, senza apportare mutamenti profondi a tutto l´insieme, un piano di rientro seguirà a un altro. Non ci sarà mai, all´infinito, soluzione di continuità. Si proseguirà nel solco del già visto: la sanità tutta nelle mani della politica, che sposterà le pedine dirigenziali per far quadrare gli appetiti delle varie «sensibilità» (bella parola) politiche e i conti andranno sempre più in rosso. Forse, a questo punto, occorrerebbe un qualche gesto di chiarezza, in modo che la finta unanimità indistinta di questo momento, utile a nessuno, si trasformi in una chiara e trasparente collocazione di tutti i soggetti in campo. Un esempio ci viene da fuori. Non dalla lontanissima Norvegia, ma dalla vicinissima Sardegna. Il presidente del governo regionale si è appena dimesso. Il motivo è che un suo emendamento, che riteneva discriminante, sulla nuova legge urbanistica, è stato impallinato dalla sua stessa maggioranza. Adesso le posizioni si chiariranno e saranno visibili a tutti i sardi. È impossibile, in Sicilia, procedere con una simile operazione di nitidezza politica sulla sanità? I cittadini, in nome dei quali tutti dicono di spendersi, hanno il diritto, oltre che alla salute, a comprendere, come si deve, ciò che accade nei palazzi del potere.

sabato 22 novembre 2008

Intellettuali e società in Sicilia

CENTONOVE
21 11 2008
A che servono gli intellettuali
Francesco Palazzo


Da più parti torna a farsi viva la questione del silenzio degli intellettuali in Sicilia. Qualcuno ha detto chiaramente di non credere al ruolo di trascinamento degli intellettuali. Tra questi, gettando uno sguardo al passato, potremmo citare Sciascia. Tuttavia, molti pensano, e scrivono, che se questo silenzio finisse, si potrebbe porre mano ai tanti guai in cui siamo immersi. Il dibattito, è bene ricordarlo, è abbastanza ciclico e non riguarda ovviamente la sola società siciliana. Ogni tanto spunta fuori questa storia degli intellettuali, per alcune settimane s’incrociano le “armi” del pensiero e della parola scritta. Poi si torna al quotidiano. Senza che niente sia cambiato. E del resto non può che essere così. E ciò accade perché si sconta, con tutto il rispetto per chi la pensa diversamente, un ritardo culturale antico. In sostanza, si continua a pensare che la società abbia bisogno di qualcuno che pensi per tutti, che formi le coscienze, che suoni la sveglia, che indichi le risposte alle più spinose domande. Abbiamo ancora bisogno di persone siffatte? E quando abbiamo pensato di averne bisogno, ed esse si sono rivelate in carne e ossa, hanno contribuito forse a spostare di qualche centimetro la comprensione e il cambiamento della realtà quotidiana? Con tutta evidenza, pare di no. E se ciò è accaduto ha riguardato una cerchia ristretta di soggetti e non il tessuto vivo di una società come quella siciliana. Il problema è che si ha ancora una visione elitaria, minoritaria, aristocratica, della cultura. Con questo termine s’intende, infatti, un sapere (che spesso non è un saper fare) circoscritto a poche individualità e staccato dal resto del mondo. Che cosa è in questo momento la cultura siciliana, che fattezze presenta? Sta nelle stanze degli intellettuali, sia che parlino sia che stiano in silenzio, o la troviamo in una sommatoria infinita, sempre da ricomprendere, di mille sfaccettature difficili da vedere? Le città delle nostra regione, la Sicilia intera, non stanno mai silenti. Parlano in continuazione, comunicano sempre qualcosa, in un flusso ininterrotto di decisioni e di modi di essere e di fare. Bisognerebbe intendere meglio le une e gli altri. Non auspicando la nascita o la scoperta di una o più guide intellettuali, oppure di quartieri generali da dove emanare direttive al popolo bue, ma spalmando la parola cultura, democraticamente, su tutta la società, per afferrare quale è la risultante, sempre provvisoria, del ragionamento complessivo. O meglio, cercando di scoprire quante culture ha un popolo come quello siciliano, in quali luoghi e in che maniera si esprimono. Cosa lasciano nel terreno della storia e della società negli anni e cosa trattengono. Forse, dopo aver fatto tale operazione, ci si renderà conto che non sono gli intellettuali (o gli scrittori) a produrre cultura, ma un intero popolo. E allora gli intellettuali (o gli scrittori), o il ceto medio riflessivo, apprenderanno cultura dalla parte restante della società siciliana. E non se ne sentiranno una parte staccata che deve far finta di capire tutto, standosene in silenzio o parlando, fate voi, anche quando niente hanno compreso. Se deve esserci cambiamento in questa terra, e certamente tanto va nel verso sbagliato, questo non può prefigurarsi trainato da presunte menti illuminate. Ma deve fare i conti con la società siciliana così com’è. Cercando di trovare in essa, e insieme con essa, i frammenti culturali, cioè schegge di vita vissuta, per mettere insieme qualcosa di diverso e di più civile. Se si farà il contrario, come sinora sempre accaduto, cioè se si penserà che pochi devono pensare e decidere per tutti, perché hanno letto più libri o sono più intelligenti, ecco che gli intellettuali, ammesso che esista ancora questa figura ottocentesca, potranno anche parlare sino a sfinirsi e a sfinirci. La storia andrà dove decideranno il 99.9 per cento dei siciliani. Che sono, piaccia o meno, i veri produttori di cultura, in quanto sono loro che hanno il timone dell’oggi e del domani tra le mani. Chi si vuole mettere in ascolto, che si senta un intellettuale o meno, cominci a farlo. Senza assumere atteggiamenti pedagogici verso chi si pensa non elabori pensieri e visioni del mondo e che invece, con nostra grande sorpresa, potrebbe donarci gli occhiali per guardare meglio.

giovedì 20 novembre 2008

La chiesa logorroica sul sesso degli altri, in silenzio su se stessa


LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 20 NOVEMBRE 2008

Pagina X
I PRETI DELLO SCANDALO NEL SILENZIO DEI CATTOLICI
FRANCESCO PALAZZO


Possibile che un uomo di chiesa per dare risposta alle proprie normali pulsioni amorose e sessuali, debba essere costretto a percorsi clandestini? La vicenda del sacerdote siciliano che ha denunciato la sua presunta ricattatrice, al di là dei risvolti penali che interessano solo il versante giudiziario, investe ancora una volta un problema che la chiesa, ovviamente non solo quella siciliana, finge di non vedere. Quanti uomini e donne di chiesa, religiosi, parroci, suore e quant´altro, vivono la dimensione sentimentale e affettiva in segreto, nel terrore di essere scoperti? C´è chi sostiene che sono moltissimi. C´è chi, se la cosa resta in un ambito ristretto, viene dissuaso nelle segrete stanze. Le conseguenze sono praticamente nulle sul piano ecclesiale o personale. Ci dicevano tempo fa che si può anche arrivare, senza che quella «macchia» passata crei problemi, al soglio vescovile, pure di grandi diocesi: basta che non si sappia in giro e che, soprattutto, non ne scrivano i giornali. C´è chi continua cercando di non farsi scoprire. Con mille, possiamo facilmente ipotizzare, sotterfugi, precauzioni, ansie, sensi di colpa. Quale serenità e realizzazione personale possano avere, in tali casi, un uomo o una donna che hanno fatto della fede il loro unico motivo di vita, è facile immaginare. Ma non tutti ce la fanno. La sofferenza non più sopportabile può portare alla scelta deliberata di rompere con una vita impossibile e fa allontanare molti dalla vita religiosa consacrata. In questi ultimi casi si tratta di veri legami. Molti nomi ci vengono in mente di conoscenti che hanno lasciato per questo motivo. Talvolta sono i migliori. Uomini e donne di chiesa che non avrebbero avuto nessuna difficoltà a continuare la loro vita di fede nell´istituzione chiesa e, contemporaneamente, senza togliere niente a nessuno, come avviene nelle chiese protestanti, avere una famiglia, dei figli, una vita propria. Per alcuni, pochi (ma costituiscono solo la punta di un gigantesco iceberg) prima o dopo la vicenda balza fuori nel modo peggiore, senza che loro lo vogliano o l´abbiano scelto. In questi casi la situazione può presentare, oltre alla sanzione ufficiale dei vertici cattolici, qualche complicazione. La donna può essere a sua volta sposata, può trattarsi di sesso mercenario, di relazioni omosessuali che la chiesa continua a mettere al bando. Oppure la pulsione sessuale repressa può anche prendere strade che portano a circuire minori. Cioè quei soggetti con i quali può essere più semplice, in ambito religioso, venire in contatto. Cose risapute. Tuttavia sorprende il silenzio (possiamo chiamarla omertà?) che ogni volta c´è negli ambiti ecclesiastici. Nessuno, diciamo nessuno, zero, tra i parroci, le suore, i vescovi, i diaconi, i seminaristi fa sentire la propria voce in proposito. Pensate che dopo quest´ultimo episodio qualcuno dirà cosa pensa dell´argomento in generale? Siamo facili profeti in patria. Non ascolteremo niente. Possiamo solo dire che abbiamo pena di chi vive in un contesto simile. In cui non è concesso, pena l´epurazione, l´allontanamento definitivo o la punizione, dissentire pubblicamente, e non clandestinamente, su temi cruciali quali l´amore e la sessualità.

domenica 16 novembre 2008

Palermo-Berlino: andata e ritorno


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 16 NOVEMBRE 2008

Pagina I
La polemica
Capi e capetti litigano mentre la città affonda

FRANCESCO PALAZZO


Il mugnaio prussiano che si rivolse all´imperatore e fu trattato con sufficienza, nel salutarlo gli disse: «Ci sarà pure un giudice a Berlino». E il giudice a Berlino c´era, ed era giusto. Noi potremmo parafrasare, leggendo della trasferta bipartisan nella capitale tedesca, appena conclusa, dei sette consiglieri comunali palermitani, scrivendo: «Ci sarà pure un amministratore a Berlino». E l´amministratore a Berlino c´è, ed è evidentemente capace, se si va da lui per imparare Le cronache ci informano che i sette rappresentanti istituzionali sono stati intrattenuti sul trasporto pubblico berlinese, sulla finanza e sull´ordinamento degli enti locali e sullo smaltimento dei rifiuti. Insomma, su aspetti fondamentali e strategici del governo locale. Che da noi, con evidenza solare, funzionano in maniera pessima da tempo, senza che si intraveda una qualche luce. Le uniche due competenze in cui sembrano, invece, esperti e rodati i governanti palermitani sembrano essere il valzer degli assessori e le liti perenni nella maggioranza bulgara (o siciliana) di cui dispongono. Bisticciano per trovare le migliori soluzioni ai tanti incancreniti problemi della città? Sostituiscono, alla velocità della luce, gli assessori perché, via via, individuano personalità sempre più preparati nei vari settori? Ciò accadrà certamente a Berlino. A Palermo primeggiano le faide tra i partiti, nei partiti, tra le singole correnti, tra capi e capetti soggiornanti tra Roma e la Sicilia. Qualche giorno fa pure i lavori del Senato si sono bloccati per alcuni minuti a causa delle turbolenze palermitane. Possiamo supporre che i sette consiglieri, dei quali lodiamo la volontà di apprendere e praticare in teoria percorsi virtuosi, saranno tornati come quei turisti, cioè come tutti noi, che lodano gli altri tornando dai viaggi estivi, per poi ricominciare e continuare con le solite abitudini quotidiane, utili per sopravvivere nella giungla palermitana. Dubitiamo che sette amministratori berlinesi, parigini o londinesi, fate voi, potrebbero trovare interesse a trascorrere, se non per un´esaltante vacanza di sole e mare, alcuni giorni a Palermo al fine di importare qualche buona pratica nelle loro realtà territoriali. Una volta eravamo il caso Palermo, sperimentavamo inedite e apprezzabili, seppur controverse e criticabili, configurazioni politiche. Ci si scontrava e si polemizzava sulla città. Oggi stiamo diventando un caso patologico. Oppure grottesco. Basta pensare alla vicenda delle zone a traffico limitato. Possibile che in otto anni di governo non si sia ancora in grado di predisporre provvedimenti, un minimo funzionanti, nel settore della mobilità che non siano le solite, estenuanti, estemporanee e perciò inutili soluzioni tampone? I consiglieri comunali berlinesi, su questo e altri aspetti della vita pubblica palermitana, rimarrebbero a bocca aperta. Lo stesso farebbero quelli parigini e londinesi. E dopo il prolungato stupore, come si fa per tutti i casi anomali, comincerebbero ad analizzarci attentamente. Per studiarci bene e capire cosa va evitato accuratamente quando si governa una grande città. «Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo»: ecco il titolo che politici stranieri, ma anche solo emiliani, toscani o lombardi, potrebbero dare a un loro eventuale (e improbabile) stage nella Palermo che affonda.

giovedì 13 novembre 2008

Antimafia differente tra Comiso e Palermo

LA REPUBBLICA PALERMO - GIOVEDÌ 13 NOVEMBRE 2008

Pagina XV
SOCIETÀ CIVILE SILENZIOSA SUL FRONTE DELL´ANTIMAFIA

FRANCESCO PALAZZO

C´era un tempo in cui il sostegno della società civile palermitana, organizzata o meno, ai magistrati antimafia era scontato e palesato con partecipatissime manifestazioni di piazza. Bastava un minimo accenno di attacchi alla Procura perché si mettesse in moto la macchina organizzativa. Negli anni successivi alla morte di Falcone e Borsellino ci è capitato molte volte di assistere a eventi del genere organizzati davanti al palazzo di giustizia, soprattutto, ma non solo, in occasione degli anniversari delle due stragi del 1992. Nel corso di quest´anno due appelli accorati e allarmati del procuratore Francesco Messineo sembrano invece caduti nel vuoto. Il primo a gennaio: il procuratore si chiedeva, parlando di «genocidio giudiziario», come si potevano mandare avanti gli uffici con una riforma dell´ordinamento giudiziario che stava facendo decadere uno dietro l´altro buona parte dei magistrati che avevano già maturato, come procuratori aggiunti, otto anni sempre nello stesso posto. Con, in più, una stretta alle risorse che per il 2008 avrebbe decurtato del 90 per cento i fondi destinati allo straordinario del personale. E tenendo conto che ai giovani magistrati - freschi vincitori di concorso - il nuovo ordinamento impediva di chiedere come prima sede la procura. Per la verità, già nel luglio del 2007, il procuratore Messineo aveva parlato di una procura che nel giro di pochi mesi sarebbe stata decapitata. Il mese seguente aveva lamentato che il disegno di legge del centrosinistra, che riduceva a tre mesi le intercettazioni ambientali utilizzate nelle indagini antimafia, dava una mazzata alle indagini che invece arrivano anche a oltre i due anni. Leggendo un articolo di questo giornale del 6 novembre abbiamo appreso che i pericoli previsti dal procuratore hanno infine preso corpo. In procura sempre più stanze restano vuote, solo uno dei dieci posti vacanti è stato assegnato. Nessuno vuole più venire a Palermo. Quelli che c´erano, a parte i limiti posti dall´ordinamento, sono andati via sfiduciati. Ci pare una circostanza di un peso enorme. Perciò è ancora più pesante il silenzio, pubblico ma anche privato, di quella che un tempo era la società civile impegnata sul fronte dell´antimafia. Possibile che nessuno senta il bisogno di chiamare pubblicamente a raccolta associazioni, movimenti e singoli? Come mai non si vedono, come in passato, striscioni, cortei, fiaccolate? E non è che, per altre questioni, si sia persa la forza della mobilitazione. Recentemente si è svolta a Comiso una sacrosanta manifestazione affinché l´aeroporto della cittadina torni a chiamarsi Pio La Torre. Se sia più pesante il deserto attuale della procura, o la condannabile reintroduzione del vecchio nome all´aeroporto di Comiso in sostituzione di quello di Pio La Torre non lo sappiamo. Certo lo stesso La Torre se oggi vedesse lo svuotamento degli uffici giudiziari palermitani preposti a perseguire Cosa nostra, dopo essere andato a protestare a Comiso, correrebbe di corsa a Palermo per tentare di affrontare l´emergenza antimafia.

sabato 8 novembre 2008

Mafia e politica: quando la seconda scompare

CENTONOVE
Settimanale regionale di politica, cultura ed economia
7 novembre 2008
Mafia e politica, binomio in crisi
Francesco Palazzo
Bisogna capirlo una volta per tutte. Oppure processo dopo processo. Come vi torna più semplice. Il rapporto che lega la mafia alla politica si risolve e si affronta esclusivamente nei tribunali. Quando si è assolti, vince la politica, quando si è condannati, hanno la meglio le toghe. Che poi le sentenze contengano verità tecniche, ossia che si muovano in una sfera del tutto diversa da quella della politica, nel cui ambito conta più la sostanza che la forma, passa in secondo piano. Quando c’è il bollo della giustizia, non c’è spazio per nessun’altra riflessione, che non sia la beatificazione dell’assolto o la discesa agli inferi del condannato. Ma non sempre, in quest’ultimo caso. Perché si può sempre gridare al complotto giudiziario pur dopo pesantissime condanne. O leggere le sentenze, anche dopo l’ultima parola della cassazione, secondo quanto conviene alla politica. Stando così le cose, non ci rimane che leggere e registrare passivamente, da parte della politica, le calorose dichiarazioni di plauso, che non mancano mai, dopo ogni operazione di polizia contro le cosche. Oppure la solidarietà, anche questa sempre presente, nei confronti di coloro che subiscono minacce. Ultimo, il caso Saviano. Poi la vita prosegue, come sempre. Con la politica, e con essa, non dimentichiamolo, tutta una società, borghese e popolare insieme, che ne elegge i rappresentanti, più attente a non incappare nelle grinfie, nel mirino, della macchina giudiziaria che a sciogliere veramente e autonomamente il nodo, importante, fondamentale, decisivo, che lega le mafie alla politica. Ogni tanto qualcuno, soprattutto se si avvicinano le elezioni e di entrambi le coalizioni che si fronteggiano, tira fuori l’amuleto del codice di autoregolamentazione. Mai usanza fu più inutile, ipocrita e retorica. Perché i codici, cui i partiti dicono sorridendo di aderire, ma solo per non fare brutta figura con il mondo intero, sono come le preghiere di penitenza che il nostro buon parroco una volta, non so se ancora è così, perché è da molto che sono fuori esercizio, ci appioppava dopo la confessione come espiazione dei nostri piccoli e grandi peccati. Con il tacito accordo, tra peccatore appena perdonato e sacerdote assolvente, che all’uscita della chiesa si azzerava il contatore e tutti peccatori come prima. E così è per buona parte dei partiti e per quasi tutto il corpo elettore. Una cosa sono le roboanti parole, delle quali ormai l’antimafia teorica del giorno dopo è satura sino alla nausea. Un’altra è l’antimafia praticata del giorno prima, quella quotidiana, fatta di frequentazioni non sospette, limpide azioni amministrative, cittadinanze responsabili, sulla quale dovrebbero esercitarsi, ma non lo fanno quasi mai, la politica e la società che la esprime. Poiché bisogna pragmaticamente fare i conti con ciò che si ha davanti e non con il migliore dei mondi possibili, che alberga nei nostri migliori sogni notturni, prendiamo atto che ormai il legame mafia politica non esiste più, se non, appunto, nelle aule giudiziarie, ma con le conseguenze aberranti che assegnano paradisi eterni agli assolti e inferni temporanei, e sempre riducibili, ai condannati. Non c’è molto altro. Uno dei due termini della relazione mafia-politica, il secondo, è sparito come in un gioco di prestigio. Riappare unicamente durante le udienze, stringendo in mano qualche portafortuna per scongiurare pronunciamenti ostili da parte delle toghe. Le quali, supponiamo, da rosse diventano bianche quando liberano la gioia degli imputati. Ci rimane in mano, sola e sconsolata, l’altra parte del binomio, la mafia, Cosa nostra. Che per l’opinione pubblica si riduce a mera criminalità organizzata, quella che piace tanto a tanta parte di società politica, cui tutti apparteniamo, di ogni tempo, risma e colore. I cattivi, ladri, assassini, estorsori che, prima o dopo, cadranno nella rete della repressione. Tirati fuori, magari, da covi situati in quartieri degradati, in modo che il quadretto sia completo. Il resto, ossia tornare a far vedere e sanzionare quella parte di società politica che sostiene le cosche al di là delle vuote parole, è nelle mani degli elettori. Le lancette del rinnovamento della politica passano dal tribunale del consenso. Che sinora, in Sicilia, sembra emettere sempre la stessa sentenza. Senza, al momento e chissà per quanto ancora, possibilità di alternanza tra i due schieramenti in campo.

sabato 25 ottobre 2008

ARS, seggio vacante e appelli

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 25 OTTOBRE 2008

Pagina XVI
La legge e gli appelli sul seggio vacante dell´Ars
FRANCESCO PALAZZO


In genere gli appelli, sottoscritti da personalità conosciute, si fanno prima del voto a sostegno di uno dei candidati in competizione. Fanno molto rumore, ma non spostano consenso. In questi giorni c´è un appello per contestare il parere reso dalla Commissione verifica poteri del parlamento siciliano. Che attribuisce il seggio di deputato, libero dopo le dimissioni di Anna Finocchiaro, a un candidato del Partito democratico e non invece alla Borsellino, che era seconda nella lista regionale guidata dalla stessa Finocchiaro, candidata alla presidenza. La legge elettorale siciliana prevede due tipologie di liste. Vi sono quelle provinciali, con le quali ogni partito cerca di concorrere all´assegnazione di ottanta seggi. Due seggi sono assegnati al candidato presidente vincente e a quello che arriva secondo. I restanti otto seggi, che servono per arrivare a novanta, possono essere presi, tutti, in parte o nessuno, dalla coalizione vincente, ricorrendo alla seconda tipologia di lista, che è quella regionale. Che vede, per ogni schieramento, il presidente candidato quale capolista. Nell´appello si legge che la decisione è offensiva e mortificante per tanti siciliani. Ma qui non è in discussione la figura di Rita Borsellino. Si tratta di valutare le argomentazioni a fondamento della questione. Nel disegno di legge elettorale, originariamente, era in effetti previsto che nell´ipotesi in cui restasse vacante il seggio di un deputato eletto nella lista regionale, la carica sarebbe stata assegnata al primo dei candidati in lista. Il legislatore siciliano ha modificato tale punto. Per un motivo. Tenuto conto che la lista regionale è espressione di un´alleanza e quindi i candidati appartengono a forze politiche differenti, si è voluto evitare che, attraverso sostituzioni, potesse modificarsi la consistenza dei vari gruppi parlamentari e potessero mutare i rapporti di forza politici all´Ars. Perciò, ogni candidato della lista regionale, nell´atto di accettazione della candidatura, eccetto i candidati alla presidenza, deve dichiarare la lista provinciale collegata alla coalizione e il collegio provinciale in cui si candida. Di conseguenza, in caso di sostituzione, non c´è alcun meccanismo di scorrimento della lista regionale, ma il seggio vacante è attribuito nel collegio e alla lista provinciale indicati. Cioè resta alla medesima forza politica. Peraltro, occorre dire che le liste regionali sono lo strumento per attribuire, se necessario, deputati in più alla coalizione risultata più votata, qualora i seggi conseguiti nelle province non dessero la maggioranza. Completata tale fase, la lista regionale della compagine più votata (cioè quella che esprime il Presidente della Regione) non ha più alcuna rilevanza. Ancor meno può averne la lista regionale dei perdenti, ancorché secondi. Se già la coalizione vincente ha ottenuto dagli elettori la maggioranza di 54 seggi, ed è il caso delle ultime regionali, i posti restanti vanno alla minoranza, facendo riferimento alle liste provinciali di quei partiti che hanno superato lo sbarramento a livello regionale. Quest´ultimo è del cinque per cento, confermato dai siciliani nel referendum del maggio 2005. Con questo meccanismo già il Pd ha ottenuto diversi seggi. L´obiezione è che ciò non riguarda l´ipotesi in cui si renda vacante il seggio attribuito al capolista della lista regionale risultata seconda, com´è avvenuto nel caso concreto delle dimissioni della Finocchiaro. La legge non prevede questa evenienza. Occorre però dire che la Borsellino, pur essendo seconda in lista, non era candidata alla vicepresidenza. La legge elettorale non contempla tale figura. Quindi, anche in questo caso, non c´è alcun automatismo. Ciò che, invece, si è determinato è che, tra i perdenti, un unico partito, quello Democratico, ha conseguito rappresentanza. Tutte le altre liste non hanno raggiunto il cinque per cento, perciò non possono accedere al riparto dei seggi assegnati alle minoranze. Chi reclama oggi il seggio per la Borsellino, vorrebbe, in ultima analisi, rimettere in discussione la soglia di sbarramento. Tuttavia, che la si condivida o meno, la si deve rispettare. Sino a quando non sarà abbassata o cancellata. Più dell´indignazione, e degli appelli, conta la legge e la sua corretta interpretazione logica e politica.

Democratici siciliani ancora in alto mare

CENTONOVE
24 10 08
IL PARTITO DI CARTA
Francesco Palazzo


Il governo regionale, come da più parti sottolineato, ha dietro di sé una maggioranza litigiosa ancorché vastissima. Guardando però meglio, tali divisioni su ambiti importanti disegnano un quadro in cui i partiti del centrodestra, vincenti alle regionali con percentuali bulgare (o siciliane), rappresentano sia la maggioranza che l’opposizione. Alcuni esempi. Da un lato si afferma che gli impiegati regionali sono troppi, dall’altro ci si appresta a imbarcare più di tremila precari. Una parte di assessori voleva tenere in vita l’ESA (Ente di Sviluppo Agricolo), un’altra lo depenna. Per non parlare, poi, dello scontro per la recente sostituzione della figura apicale che guiderà la gestione dei fondi europei. Non possiamo non citare la sanità, dove le misure per affrontare il piano di rientro fanno registrare una profonda e palese spaccatura nella maggioranza. Potremmo anche ricordare il dissidio insorto intorno alla designazione dei dirigenti dei dipartimenti regionali. Un emendamento affida al presidente della regione e non più a tutta la giunta il potere di nomina. Se questo è quanto abbiamo di fronte, e si potrebbe continuare citando altri casi simili, a cosa si riduce la minoranza? Ne abbiamo avuta dimostrazione durante la recente festa del partito democratico a Palermo. Il doppio confronto tra due esponenti del governo (il Presidente della regione e l’Assessore alla sanità) e due rappresentanti siciliani di punta del Partito di Veltroni, si è svolto all’insegna di una minoranza, l’unica all’ARS, che si limita a criticare i limiti dei provvedimenti più importanti del governo, aggiungendo come contorno alcune timide contro proposte. In altre parole, prova a infilarsi dentro le crepe prodotte dalle lacerazioni esistenti nella parte avversa. Senza che però ci sia, o sia in preparazione, o almeno non la vediamo, un’alternativa credibile, autonoma, fatta d’idee concrete e persone, da presentare ai siciliani. Ci si limita, senza aver fatto i conti con la sconfitta della Finocchiaro, a un galleggiamento senza meta. Il rischio è che il partito democratico si dissemini, pur con qualche guizzo personalistico, senza una sua chiara identità, nel paesaggio monocromatico colorato a tutto tondo dal centrodestra, dai suoi partiti, dalle sue correnti, da coloro che ogni volta portano regolarmente a casa carrettate di voti. Coltivando una dimensione minoritaria costruita su numeri rispettabili, vista la scomparsa dall’Assemblea regionale, e comunque la forte crisi sul territorio, della sinistra radicale. Di cui ci giungono poche e frammentarie notizie. Non tali da far intravedere una, seppur minima, ripresa. Del Partito Democratico, invece, sappiamo alcune cose. Dovrebbe essere già avviata da mesi la fase del tesseramento. A occhio e croce, non ci pare che l’iniziativa sia decollata. Pure i circoli, i quali dovrebbero costituire il radicamento territoriale del PD, sono ancora realtà riguardanti i più stretti affezionati o i funzionari del partito. Lo statuto è in alto mare. Per carità, aprendo il sito siciliano del partito, i documenti si sprecano. Le buone intenzioni pure. D’inchiostro sinora ne è stato seminato parecchio. Di carta se n’è sprecata tanta. Ma questo partito, in Sicilia, sembra non volerci essere. Un partito di carta che viaggia nei mari tempestosi della politica siciliana. Dove il centrodestra spopola così ampiamente da riuscire a dare garanzie a tutti. A destra e a manca, in alto e in basso. Le spaccature che esso presenta, paradossalmente, sono più una forza che una vera debolezza. Ricorderete come funzionava la Democrazia Cristiana. Agganciarsi a questa barca che corre veloce, pur con vistose contraddizioni, sperando di capitare qualche giornata di vento buono per riemergere, serve soltanto, al partito democratico, per certificare l’esistenza in vita e non a predisporre una possibile alternanza. Che dovrebbe contemplare una ripresa del dialogo con la parte più a sinistra dello schieramento. Ammesso che quest’ultima riesca a trovare una sintesi. Ma, chiediamo: sarà stato un caso o un segno dei tempi, se nel programma della festa palermitana del PD, tra incontri “governativi” e la presenza di molti esponenti di primo piano del centrodestra, non si è trovato un buco, uno soltanto, per confrontarsi con quanti si trovano a sinistra del Partito Democratico?

sabato 18 ottobre 2008

Centri sociali e quartieri popolari: quando il cerchio si chiude

CENTONOVE
17 10 2008
PAG. 2
Quei figli di papà dei centri sociali


La manifestazione nazionale di sabato scorso dei centri sociali, svoltasi a Palermo nei dintorni del quartiere Albergheria, ha in qualche modo chiuso il cerchio rispetto alla guerriglia urbana contro gli “sbirri”, provocata, nello stesso rione, alcuni giorni prima dopo la morte di due ragazzi che fuggivano contromano dalle forze dell’ordine. Molti sottolineano che nei quartieri marginali le persone sono sostanzialmente incolpevoli, non avendo molte alternative di vita. Sabato, ciò è stato gridato per le strade. La mafia non abita qui, si urlava, ha la giacca e la cravatta. La vera mafia sta nei palazzi del potere, all’Albergheria c’è solo fame. E le divise sono servi di tale sistema. Mentre ascoltavo, avevo in mente la docufiction della RAI, che il giorno prima aveva mostrato il lavoro massacrante e rischiosissimo, pagato poco, degli investigatori per scardinare i clan. Scrutando le facce del servizio d’ordine che seguiva il corteo, venivano alla mente le frasi con cui Pasolini commentò gli scontri fra studenti e forze dell'ordine nel '68. "Avete facce di figli di papà – scriveva - io simpatizzo con i poliziotti perché sono figli di poveri". Anch’io, nel mio piccolo, solidarizzavo con le forze dell’ordine insultate. Tornando a noi, è chiaro che gridare frasi inneggianti al vittimismo innocente, in un quartiere popolare, è come sfondare una porta aperta. Ma non vorremmo caricare i trecento ragazzi di sabato di eccessive responsabilità. Al di là di quest’ultimo episodio, c’è in giro un giustificazionismo abbastanza esteso. Che viene da lontano. Si sostiene che gli abitanti dei quartieri periferici sono vilipesi, maltrattati, derisi e repressi. Dalle istituzioni e dalla politica, dalla polizia e dai carabinieri. Dalla mafia e dall’antimafia. Non si considera minimamente che il popolo possa agire con piena consapevolezza e deliberato consenso. Innocente è il popolo. Colpevole e corrotta solo la classe dirigente, il potere. Pare lecito chiedersi, perciò, non il motivo per cui non ci si fermi davanti ad uno stop delle forze dell’ordine, ed è accaduto ai due ragazzi, ma perché le volanti tallonino chi scappa. Inseguendo, senza saperlo, secoli di umiliazioni. Come si fa a braccare il dolore innocente tartassato dai cattivi? La colpa è esclusivamente della casta. Oppure della mafia. Che quest’ultima riceva un appoggio sterminato e cosciente dalle classi popolari, viene perdonato. Appoggiano le cosche per necessità. Se un giorno la Sicilia diventerà la terra più bella del mondo, smetteranno. Nel frattempo non li si può accusare d’intelligente collaborazionismo. I peccati mortali, si sa, sono un marchio di fabbrica esclusivo della borghesia criminale. Che poi gran parte della popolazione siciliana, che certo borghese non si può definire, viva con un solo magro stipendio per famiglia, mandi i figli a scuola sino alla laurea, paghi affitti onerosi, si spezzi la schiena per assicurarsi una vita dignitosa, spendendosi pure nel volontariato, senza vittimismi di sorta, questo non importa. Perché la sofferenza, quella vera, deve potersi vedere, irrompere platealmente sulla scena pubblica. Senza che la si possa incalzare. Né con i ragionamenti, né a sirene spiegate. Poiché non la si può acchiappare. E quando si tenta di farlo, ecco dietro l’angolo tragedie simili a quella dei due ragazzi. E allora giù con la polizia infame. Perché la forza dello stato, questo è il concetto ripetuto in queste settimane, si è fatta sempre sentire dal popolo, candido come un giglio, soltanto con la repressione. Quindi, l’unica risposta possibile è la rivolta, sorda e quotidiana o esplicita e violenta. Seguendo tale logica, perché bloccare uno spacciatore che campa la famiglia, un rapinatore che deve comprare il latte al bambino, un fiancheggiatore popolano delle cosche che cerca un posto di lavoro? Per quale motivo affrontare, con decisione, l’illegalità diffusa e plateale che, da decenni, è prassi in certi quartieri di città grandi e medie della Sicilia? Perché farlo, se alcuni modi di vivere sono la risultante dolorosa dei patimenti inflitti dalla storia? Non si può processare la storia. La sofferenza innocente, lo dice la parola stessa, non si può mettere di fronte alle sue evidenti responsabilità. Fugge via. Insieme allo strazio per due giovani vite. Perdute anche perché, quelli che la sanno lunga, avevano fatto capire loro che il disagio sociale può pure andare di notte, contromano e salvarsi lo stesso.

mercoledì 8 ottobre 2008

Il voto siciliano verso il centrodestra


LA REPUBBLICA PALERMO
MERCOLEDÌ, 08 OTTOBRE 2008

Pagina XV
QUESTA ANOMALA SICILIA CHE VOTA SEMPRE A DESTRA
FRANCESCO PALAZZO


Giovedì scorso, su queste colonne, Salvatore Butera, partendo dall´esempio di Catania e Palermo, si chiedeva come mai l´elettorato siciliano continua a votare in stragrande maggioranza, dalla stessa parte, pur trovandosi a fare i conti con amministrazioni carenti o fallimentari. Egli ne dà una spiegazione proiettata sullo scenario nazionale. L´Italia, tranne pochi e brevi periodi storici, non ha mai smesso di tifare per la destra. Ma il persistente voto siciliano verso il centrodestra, soprattutto quello del decennio iniziato nel 2001, si può spiegare soltanto in tale modo? Per dare una prima risposta bisogna allargare il quadro alle altre regioni del Mezzogiorno, dove i meccanismi del consenso dovrebbero avvicinarsi molto a quello siciliano e confermare, eventualmente, l´andamento storico nazionale, di lunga durata, evidenziato da Butera. Il punto è che nelle altre regioni del Mezzogiorno il panorama che attualmente si presenta è del tutto diverso da quello siciliano. Con un centrosinistra che ha numeri tali da averlo fatto prevalere alle ultime regionali del 2005 in Calabria, Puglia, Campania, Basilicata e Abruzzo. E anche dove perde, come accaduto nel Molise alle regionali del 2006, la sconfitta avviene con percentuali che disegnano distacchi normali, facilmente colmabili la prossima volta. Così come la prossima volta, e già probabilmente si comincerà con l´Abruzzo tra qualche mese, ci sarà il verosimile ritorno del centrodestra in alcune di quelle Regioni (Calabria, Campania, Puglia). Niente di sconvolgente, normale alternanza. Stesso quadro, abbastanza monocromatico, ma non nel senso che ci aspetteremmo, nei comuni capoluogo delle stesse regioni. A Bari il sindaco è del Partito democratico, così come a Napoli, a Potenza, all´Aquila e a Campobasso. Se consideriamo anche la Sardegna, Regione autonoma come la nostra, facente parte del Mezzogiorno, anche in questo caso il governatore è di centrosinistra. Infine non si può dimenticare la lunga stagione di Italo Falcomatà, amatissimo sindaco di centrosinistra di Reggio Calabria, che vinse le elezioni dal 1993 al 2001, unico eletto per tre volte consecutive. Perché in tali realtà meridionali, non parliamo di Emilia-Romagna, Toscana o Umbria, il voto non conferma sempre, anzi nell´ultimo decennio smentisce, la vocazione verso destra dell´Italia? L´analisi andrebbe fatta caso per caso, ma il dato che emerge è molto chiaro. Se può essere verosimile che il nostro Paese, nelle sue linee generali sociali e politiche, è polarizzato verso il centrodestra, la Sicilia sfugge a qualsiasi comparazione con altre realtà, anche con quelle a essa più vicine, dove invece è facile che si verifichi l´alternanza tra i due schieramenti. E la cosa riguarda non solo il voto comunale o regionale, ma anche quello politico. Se infatti osserviamo i dati della Camera delle ultime elezioni, scopriamo che nelle altre regioni meridionali il centrosinistra, inteso come Partito democratico e Italia dei valori, va dal 32,7 per cento del collegio Campania 2 al 45,6 del collegio molisano. Vince in Basilicata e Molise, arriva vicinissimo al centrodestra in Sardegna e Abruzzo. E anche dove perde con numeri consistenti, non fa mai registrare il quadro siciliano. In Sicilia la stessa coalizione più rappresentativa del centrosinistra ottiene, come dato più alto, un 29,7 per cento nel collegio occidentale e un ancor più deprimente 28,1 per cento in quello orientale. Mentre il centrodestra, che nelle altre regioni del Sud ottiene una media vicina al 45 per cento (dal 37,6 per cento della Basilicata al 51,6 per cento del collegio Campania 2), in Sicilia raggiunge quota 56,9 per cento (collegio Sicilia 2). Mi pare che ce ne sia abbastanza per continuare a riflettere sulla "particolarità" dei comportamenti elettorali del popolo siciliano. Difficilmente spiegabili affermando che l´Italia è un Paese innamorato della destra.

sabato 27 settembre 2008

Regione Siciliana: parentopoli o normalità?

LA REPUBBLICA PALERMO SABATO 27 SETTEMBRE 2008

Pagina XXIII
LA SINDROME DEI REGIONALI
FRANCESCO PALAZZO


Alla Regione ci sono circa 21 mila impiegati. Avere un enorme bacino di risorse umane al quale attingere dovrebbe rendere sereno chiunque si metta alla guida del governo dell´isola. Una parte non irrisoria di questi dipendenti si trova imbarcata a vita non in conseguenza di concorsi pubblici, ma per i più svariati motivi. Comunque sia, si è giunti a tale numero esorbitante. Invece di mettere un punto, si affidano incarichi a esterni. Con il risultato di allargare sempre più i cordoni della spesa per il pagamento degli stipendi. Un padre di famiglia si stupirebbe di tale comportamento. Se in casa c´è una risorsa in abbondanza si utilizza quella. Nessuno comprerebbe sempre lo stesso oggetto, stipando lo sgabuzzino sino a farlo scoppiare. Bisogna aggiungere i comandati da altre amministrazioni, spesso arruolati come dirigenti e perciò con contratti non da soglia di povertà. Alla Regione c´è un dirigente ogni otto impiegati. In linea di principio non si può affermare che gli esterni e i comandati non apportino professionalità. Se però le loro competenze coincidono con curriculum assolutamente ordinari, capite bene che se ne possono trovare anche tra i 21 mila di prima. Che, in più, hanno un´esperienza maturata negli anni in settori importanti. Basta cercare queste persone tra gli strutturati, dirigenti o semplici impiegati che siano. Ci sono. Si è mai visto un assessore che il giorno dopo il suo insediamento cominci con un´operazione di questo tipo? Eppure basterebbe dedicare a tale attività di cernita e valutazione non più di due mesi di lavoro. Completato il quale, si potrebbero censurare i più lavativi, con immediate ripercussioni sulle posizioni giuridiche e sugli stipendi, e premiare i più bravi, facendoli progredire giuridicamente e provvedendo a farli guadagnare secondo i loro meriti. Non parliamo di misteri religiosi, ma di una procedura normale. Perché in Sicilia non si può vivere la normalità? Se si procedesse in tal senso, sarebbe davvero impossibile, anche per banali ragioni statistiche potendo scegliere su 21 mila soggetti, ricorrere a esterni. Certo, se un genio bussa alla porta, è corretto impiegare risorse finanziarie per non farlo scappare. Ma le polemiche di questi giorni, senza offesa per nessuno, girano intorno a biografie geniali? Dobbiamo completare il quadro. Non è che le cose vadano meglio tra gli strutturati, gli interni, chiamati a lavorare negli uffici di gabinetto, nelle direzioni, negli uffici speciali, nelle società partecipate, dove si può arrivare a raddoppiare lo stipendio. Anche qui le segnalazioni «politiche» si sprecano. Del resto, per i partiti, per gli onorevoli dell´Ars (anche dell´opposizione?), per gli eletti negli altri livelli di rappresentanza, forse pure per qualche sigla sindacale, è molto importante avere gente fidata, interni o esterni poco importa, nei posti giusti, dove il potere regionale prende le vere decisioni. Una cosa è sicura. Una ripresa dell´amministrazione regionale passa dalla volontà di predisporre e attuare una rigorosa riforma del pubblico impiego. Allo stato attuale, i siciliani, la Sicilia, non ci guadagnano niente. Né dalle polemiche, presto inghiottite dalla quotidianità. Né dal giusto tentativo, estemporaneo poiché non inquadrato in un piano di modifiche globali, di favorire il calo delle assenze. Le quali sono solo una spia che tornerà a lampeggiare e non il problema. In un contesto dove i più bravi venissero premiati e i fannulloni fossero marginalizzati, i primi prevarrebbero, trascinando molti di coloro che attualmente lavorano poco e male. E allora la presenza in ufficio non sarebbe determinata dalla paura dei controlli, che aumenta la quantità e non la qualità, ma dalla certezza di essere valorizzati per quello che si è e per quanto si dà. Per attuare ciò non ci vuole l´apporto di grandi cervelli. Ma il coraggio della normalità di chi sa dove mettere le mani. L´altro giorno un interlocutore chiedeva perché questo sistema tiene. La risposta, al momento, è che ognuno prende ciò che può, nessuno è così veramente scontento da pensare di modificare lo stato delle cose. Come diceva quell´uomo politico: «la pentola deve bollire per tutti, altrimenti la pasta non si cala». E siccome la pentola continua a bollire un po´ per tutti, anche se c´è chi prende il polpettone e chi i rimasugli o solo il brodo, nessuno osa spegnere il fuoco per vedere cosa c´è dentro.

venerdì 19 settembre 2008

Sicilia: impiegati regionali in salute


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 19 SETTEMBRE 2008

Pagina XXIII
RUOLO E SALUTE DEI REGIONALI
FRANCESCO PALAZZO


Non c´è dubbio che l´effetto annuncio, in qualsiasi campo agisca, basta da solo a modificare lo stato di qualsiasi aggregato sociale. Se poi all´annuncio segue qualche impulso tendente a confermare il senso dell´operazione, ecco l´impressione che l´iniziativa in questione sia riuscita. Almeno per quanto riguarda la superficie del problema, perché in realtà, come in tutte le cose, ciò che importa davvero è la sostanza. L´annuncio che i dipendenti regionali si ammalino di meno, dopo la giusta stretta legalitaria messa in campo dal governo regionale, offre agli occhi dell´opinione pubblica, che si abbevera copiosamente e distrattamente dei soli titoli dei giornali, un fatto. Che, preso fuori dal contesto di riferimento, appare estremamente positivo. Il punto è capire cosa se ne faranno i siciliani di tanti impiegati sani come pesci. Questo dovrebbe dircelo la politica. È compito preminente dell´azione politico-amministrativa il volgere qualsiasi condotta, dalla fase della repressione emergenziale - una precondizione che pure ci vuole ma che rinvia la soluzione dei problemi - a un altro momento, che dovrebbe divenire strutturale. Quello in cui i cittadini hanno la certezza che un apparato amministrativo risponda stabilmente, senza sprechi e buchi neri, e al di là della buona volontà dei singoli, a criteri di efficienza e competenza. Sull´argomento, purtroppo per noi, la politica ha sinora avuto poco da dire e da proporre. Ora pare, ma siamo ancora alle dichiarazioni d´intenti e non è la prima volta che le sentiamo, che si voglia ricorrere a incentivazioni economiche e di carriera. Ci auguriamo non a pioggia per tutti e nella speranza che si abbia la consapevolezza che certe riforme non sono a costo zero. In periodo di vacche magre, forse sarebbe meglio dire prima dove si prenderanno i soldi e poi promettere modifiche. A ogni modo, il vero schiaffo per gli assenteisti malati immaginari, per coloro che usufruiscono allegramente di vari istituti, sui quali pochi controlli sono effettuati, o semplicemente per quelli, pur presenti, che non ne vogliono sapere di lavorare, non è quello di soggiornare per forza in ufficio o di stare più attenti nell´avere le carte formalmente in regola. Ma di vedere, concretamente, con effetti immediati sulla busta paga, che i più bravi e meritevoli, valutati magari da organismi esterni alla Regione e misurati in base a quanto hanno prodotto negli anni qualitativamente e quantitativamente, vanno avanti, scalano i gradini dell´amministrazione, guadagnano di più. Questa sì che sarebbe una rivoluzione. Perché, diciamolo francamente, quale soddisfazione può avere chi fa il proprio dovere tra gli impiegati regionali, quando continua a vedere che, pur in mezzo a controlli serrati che dichiarano tutti abili e arruolati, non c´è nessuna soluzione di continuità al livellamento verso il basso che regola la vita di impiegati e dirigenti? Quelli o quelle che s´impegnano all´interno degli uffici, e che notano tuttavia che uguale trattamento economico e giuridico è riservato anche a coloro che aspettano solo lo stipendio a fine mese e il compimento dell´orario a fine giornata, si sentiranno forse meglio nel sapere del calo in termini percentuali dei congedi per malattia? E come si sentiranno i siciliani quando qualcuno dirà loro, se agli annunci seguirà il nulla, che sinora poco è cambiato, andando alla polpa e lasciando stare l´osso, dentro la struttura elefantiaca rappresentata dall´amministrazione regionale? Prendiamo atto delle intenzioni dell´amministrazione. Vedremo in futuro. Ci si aspetterebbe una risposta di livello dei sindacati, che incoraggi fattivamente tale percorso, scoprendo le vere intenzioni del governo su tale cruciale tema. A oggi non sembrano giungere consistenti e omogenei segnali positivi, tranne la polemica sterile sull´attendibilità o meno delle statistiche governative riguardanti le assenze. A tutte le parti in causa deve però essere chiaro che il vero cambiamento passa dall´abbattere quel clientelismo scientifico, di massa, perciò senza meritocrazia, annidato spesso anche nella composizione degli uffici di gabinetto, della più grande industria siciliana.

venerdì 12 settembre 2008

Seminare disagio, raccogliere brutta politica e criminalità


LA REPUBBLICA PALERMO – VENERDÌ 12 SETTEMBRE 2008
Pagina XIII
LE CASE SBAGLIATE DELLA PERIFERIA
Francesco Palazzo

Sul versante emergenza casa apprendiamo, dopo un mese e mezzo di occupazione, degli sgomberi degli abusivi allo Zen 2 e, contemporaneamente, della difficoltà di assegnare un alloggio degli undici in questione, rimasto vuoto perché nessuno vuole abitarvi. Alla fine, se capiamo bene, le abitazioni dovrebbero essere 122. Immaginiamo la guerra che si scatenerà, tra assegnatari e irregolari, quando anche le altre 111 case cominceranno a essere definite. Sembra quasi un fatto normale e invece è incredibilmente insopportabile che si consegnano, a lavori ancora da ultimare, i dieci appartamenti alle famiglie assegnatarie, affinché queste evitino altre occupazioni. Infine c´è chi, tra gli sgomberati, afferma con rabbia che «vogliono la legalità, ma allo Zen tutto ha un prezzo, anche le case popolari sono in vendita con prezzi in nero che arrivano fino a quarantamila euro». Un quadro abbastanza desolante. Il quale è appeso a un´unica domanda: perché si continuano a costruire case in quartieri come lo Zen, e in altri posti simili, accrescendo situazioni d´illegalità diffusa e palese che ben conosciamo? A Palermo, ma il discorso vale per altre medie e grandi città siciliane, i siti dove è davvero difficile vivere una vita che abbia, almeno, i minimi connotati di civiltà e di sicurezza necessari, non sono pochi. Una politica attenta, prendendo atto di questo stato di cose, dovrebbe tentare, piuttosto che aggravare situazioni già pesantissime con nuovi insediamenti abitativi, un recupero del già esistente con programmi a media e a lunga scadenza. Prendendo atto, per le nuove esigenze di edilizia popolare, degli errori commessi in passato. Quando si è pensato, seguendo chissà quali criteri urbanistici, che poteva rivelarsi una buona soluzione quella di creare dei quartieri, belli magari sulla carta, ma che presto si sono trasformati, e non ci voleva molto a prefigurarselo, in non luoghi. Quest´ultima affermazione fatta con tutto il rispetto umano verso le persone che si trovano a vivere in determinate condizioni. Le quali persone non sono peggiori di altre. Avevano e avrebbero solo diritto, soprattutto le giovani generazioni, ad ambienti dove fare uscire il meglio di sé. Ottengono, al contrario, palestre di marginalità, dove è più bravo chi riesce a mettere in scena ciò che di più brutto riesce a esprimere. Ma una politica disattenta - ed è, lo capite, un pietoso eufemismo - non solo ha creato e continua a incrementare situazioni che non possono sfociare in nulla di buono. È stata anche capace di aggravare condizioni già molto difficili di altri quartieri storici periferici. Nei quali, sempre sull´onda di un´emergenza abitativa che viene da lontano, non si è riflettuto molto sulle conseguenze fatali che potevano scaturire dall´impiantare, dentro interi palazzoni, sfrattati dei centri storici, in rioni dove già le cosche mafiose facevano, per intero, il loro dovere. Un esempio, solo uno tra i tanti, è quello del quartiere Brancaccio. Dove, all´inizio degli anni Ottanta del secolo scorso, furono inviate tantissime famiglie disagiate. Creando di fatto, al di là delle colpe individuali e nel rispetto delle famiglie che vivono dignitosamente, un´ulteriore e sicura sacca di riserva per la manovalanza delle cosche mafiose del luogo e un innalzamento del traffico di droga e della criminalità spicciola dedita a vari reati. Dentro questa tenaglia, fatta di grande criminalità e di ordinaria delinquenza, presenti anche allo Zen e in altri spazi al margine di questa città, rimase infine stritolato don Pino Puglisi. Che proprio a Brancaccio, segnatamente per il recupero di quella zona degradata, svolse gli ultimi anni del suo presbiterato. Il 15 settembre ricorderemo il quindicesimo anniversario del suo omicidio per mano mafiosa. Anche se ormai dovrebbero essere chiaro che le mani mafiose colpiscono dopo che altri hanno ben dissodato il terreno. E il terreno si prepara, anche, creando e alimentando non luoghi. In cui l´esistenza diventa presto non vita. Che la mafia militare e la mafia politica comprano a prezzi stracciati.

domenica 24 agosto 2008

Sicilia: politica con mani e piedi legati


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 23 AGOSTO 2008
Pagina I
Le idee
Chi lega le mani e i piedi ai politici

FRANCESCO PALAZZO


Una delle frasi di commiato del questore Giuseppe Caruso, che lascia Palermo per Roma, sarebbe da incorniciare per come, in maniera sintetica, descrive la situazione politica siciliana. Commentando gli indubbi successi repressivi contro Cosa nostra degli ultimi tempi, nel riferirsi all´azione politico-amministrativa della maggior parte delle istituzioni rappresentative siciliane, afferma che «ci sono politici che hanno mani e piedi legati: devono avere più coraggio e agire in assoluta libertà». Chi lega la politica siciliana e le impedisce di fare per intero il proprio dovere? Si potrebbe facilmente rispondere che sono i legami con la mafia, visibili e meno palpabili, quelli che frenano, imbrigliano, ritardano, paralizzano molti uomini e donne, certi partiti o frange consistenti di determinate formazioni politiche, un buon numero di istituzioni e governi locali. E, in piccola parte, ciò corrisponde al vero. Ma c´è, e secondo noi è la porzione più consistente, una politica siciliana che ha le mani e i piedi legati, o vuole mostrare di averli, per trovare alibi all´inconsistenza amministrativa che la caratterizza, all´incapacità di governo che manifesta, alla scarsa progettualità politica che riesce a mettere in campo, in quest´ultimo caso, sia che governi sia che si trovi all´opposizione, per motivi più interni alla stessa azione politica e amministrativa. Abbiamo, in sostanza, sempre più l´impressione che l´azione politica, certo non di tutti ma della maggior parte degli eletti ai diversi livelli di governo nell´Isola, sia caratterizzata dall´incanalamento, a volte legittimo, spesso abbastanza ambiguo se non illegittimo, delle risorse pubbliche a vantaggio dei pochi che riescono ad afferrare il mantello di questo o quel potente. Che ha il potere di aprire e chiudere i cordoni della spesa, di conoscere la via per arrivare a un posto di lavoro foraggiato dal pubblico e non sempre essenziale alla collettività. Se questi sono i principali obiettivi della politica in Sicilia, vuol dire che il tempo per amministrare la cosa pubblica in maniera virtuosa e trasparente sarà sempre meno, il coraggio e la libertà auspicati dal questore latiteranno sempre più. Tutte le migliori energie mentali e fisiche verranno indirizzate a privilegiare, in termini di accesso ai santuari della spesa pubblica, la vera cosa che conta a certi livelli, il proprio pezzo di tribù politica, la propria corrente, la corte più o meno nutrita che gira intorno a questo o a quel deputato, consigliere provinciale, comunale o semplicemente circoscrizionale. Allora è normale apprendere, e dovrebbe invece creare scandalo, che questo o quel vertice della burocrazia regionale, sanitaria, comunale, provinciale è legato a questo o a quel potente. Ci chiediamo: se un alto dirigente dovrà rispondere del proprio operato a chi è in grado di salvaguardarne la carriera, avrà o no le mani e i piedi legati nell´attività amministrativa che dovrebbe svolgere a solo esclusivo vantaggio della collettività? E se il politico che lo garantisce, e può o meno rimuoverlo, non dovrà guardare all´efficacia e all´efficienza del suo operato, ma soltanto alla sua fedeltà alla casacca politica che indossa, avrà o no anch´egli mani e piedi legati? La risposta alle due domande è scontata. Il questore uscente ha individuato il nodo cruciale della vita pubblica siciliana: una politica e un´amministrazione dalle mani legate, non solo per il rapporto con la mafia, è la vera palla al piede della Sicilia. Come fare a sciogliere questi nodi tragici che legano tante mani e tanti piedi non è purtroppo all´ordine del giorno della stragrande maggioranza dei siciliani. I quali vogliono, è bene dirselo senza ipocrisie, che quelle mani e quei piedi rimangano legati. Ciò serve a rispondere meglio ai bisogni clientelari di un popolo che continua a non chiedere altro alla politica.

Turisti e mafia: lupare o libri?


LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 17 AGOSTO 2008

Pagina XVI
COPPOLE E FICHIDINDIA LA MAFIA PER I TURISTI
FRANCESCO PALAZZO


Passeggiando per Erice, ma accade anche in altri luoghi strategici del turismo siciliano, non ci si fa quasi caso. Tuttavia capita di distogliere lo sguardo dalle bellezze urbanistiche, artistiche e paesaggistiche e di notare che quasi tutti gli esercizi commerciali vendono una miriade di souvenir aventi come soggetto la mafia. Non sappiamo che mercato abbia tale merce, che presa possa avere sul viaggiatore americano, inglese o danese o sugli stessi italiani non siciliani. Difficilmente ci è capitato di vedere negozianti incartare questi ricordi "particolari" della Sicilia. Se ne trovano per tutti i gusti. Le statuette della mafiusa e del mafiusu, con l´immancabile lupara sotto il braccio, sono offerte in tutte le salse, pure dentro le classiche boccette di vetro, quelle che capovolte danno la romantica percezione della neve che scende a fiocchi. Sulle magliette, poi, si possono leggere scritte di tutti i tipi. Si va dal rinomato «non vedo, non sento e non parlo», alla frase «lupara, tecnologia sicula è», passando dagli immancabili «omu di panza sugnu» e «baciamo le mani». La donna sicula, in tale iconografia, è rappresentata con il seno grosso, baffuta, il sedere superdimensionato e il grembiule casalingo. L´uomo in divisa da combattimento con la coppola d´ordinanza. Alle spalle dei soggetti il ficodindia, simbolo eterno della Sicilia che non cambia. Tanto che, negli anni Cinquanta, uno storico fotocronista palermitano, constatando la propensione dei quotidiani a pubblicare foto di omicidi solo se sullo sfondo c´era un ficodindia, se ne portava sempre uno di cartapesta nel bagagliaio dell´auto, tirandolo fuori quando arrivava sulla scena del delitto.Anni lontani. Vicina rimane l´esigenza di vendere un´Isola fatta di immaginette, dove della mafia non sono fornite chiavi di lettura che possano far capire al turista di cosa si parla, ma soltanto visioni stereotipate. Le quali, più che mettere ironicamente alla berlina i mafiosi e quanti ci vanno appresso, imbalsamano un´istantanea sempre uguale a se stessa: il mafioso è solo chi spara, colui che si esprime in un certo modo vestendo determinati abiti, che si accompagna a una consorte fotocopia, brandendo il fucile a canne mozze da mattina a sera. Insomma, al visitatore si suggerisce che basta guardarsi dal fucile puntato in mezzo agli occhi e poi può andare tranquillo, la mafia non potrà più scorgerla in alcun luogo. Tale raffigurazione è impressa nell´oggettistica più varia. Troviamo il tamburello, il guantone, l´adesivo, l´apribottiglia e via seguendo. Si può ipotizzare che dietro tali proposte di acquisto non ci sia in fondo un vero interesse commerciale, ma proprio una predisposizione culturale degli stessi siciliani o della maggior parte di essi. A chi viene da fuori si vuole comunicare che la mafia non è quella cosa terribilmente seria, complessa, strutturale, non emergenziale che abbiamo imparato a conoscere meglio negli ultimi trent´anni. Ma un fatto di pura folkloristica violenza, che si può proporre negli scaffali tra un vaso di ceramica e una collanina di perle. Mentre argomento mentalmente queste idee, entro in una libreria e vedo l´opuscoletto di Augusto Cavadi (dell´editore trapanese Di Girolamo) "La mafia spiegata ai turisti", tradotto in sei lingue. Il senso dell´operazione è esattamente l´opposto. Quasi al prezzo di uno solo dei tanti ricordini che dicono niente sulla criminalità organizzata siciliana, si danno poche ma fondate informazioni sulla mafia e sull´antimafia. Souvenir inutili o un piccolo utile libretto. Due modi profondamente diversi per ricordarsi dell´Isola quando si tornerà a casa. I primi continueranno ad alimentare l´ignoranza, il secondo contribuirà a far capire un po´ di più la Sicilia e i siciliani.

venerdì 8 agosto 2008

La Palermo provinciale alla corte del sultano

LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 08 AGOSTO 2008
Pagina I
LA SANTUZZA SURCLASSATA
FRANCESCO PALAZZO

Dunque, il grande evento dell´estate palermitana è l´arrivo del sultano dell´Oman. Il carro di Santa Rosalia, appena festeggiata, è stato surclassato dallo sfarzo del panfilo reale. I palermitani, pratici come sono, alla Santuzza chiedono il grande miracolo, sapendo che difficilmente si verificherà. Ma al ricco monarca rivolgono più prosaiche e immediate istanze. Su tutte spiccano le richieste di lavoro. Eppure ci sono state recentemente le elezioni regionali. Evidentemente queste persone non hanno sostenuto i candidati giusti. Ve n´erano alcuni che sul mercato del lavoro in Sicilia contano, con tutto il rispetto, più di un sultano. C´era chi addirittura si aspettava che il re, come nelle fiabe che si raccontano ai bambini per farli addormentare la sera, non appena arrivato al porto si prodigasse a lanciare sulla folla banconote e regali. Non c´è solo l´ingenuità popolare. Pure il mondo del commercio ha sentito fortemente il richiamo del grande evento. Le cronache raccontano di molteplici doni giunti sino al porto e rispediti ai mittenti. C´è pure chi ci ha provato, invano, con gli ormai pericolosissimi cannoli. Tuttavia i titolari degli esercizi commerciali che vendono le marche più prestigiose si dicono contenti degli incassi di questi giorni. Lievitati sensibilmente per lo shopping delle centinaia di persone al seguito del sovrano omanita. Come se Palermo non fosse la quinta città di uno dei Paesi più industrializzati al mondo, dove l´economia non dovrebbe attendere lo zio d´America (in questo caso d´Arabia), ma uno dei più poveri centri abitati del Corno d´Africa. Deve essere davvero grave la situazione economica a Palermo, se anche in pieno periodo di sconti il commercio delle vie centrali si trova ad aspettare con trepidazione e speranza, a quanto pare ripagate, gli acquisti generosi dei ricchi arabi. Che dire poi dei politici che rappresentano le pubbliche istituzioni? Anche loro attendono e auspicano omaggi in favore della Sicilia. Ci si spinge a chiedere cavalli di razza bianca che servirebbero a ripopolare l´istituto ippico regionale. Ma la Regione non ha i soldi per comprarli, questi cavalli, se sono davvero utili? O deve attendere il grande benefattore? Insomma, da qualsiasi parte si guardi la cosa, i diversi ambienti della nostra città, quello popolare, quello commerciale e quello politico-istituzionale, stanno facendo a gara per dare un´immagine davvero provinciale della nostra terra. Come se fossimo, appunto, l´ultima provincia del mondo e non un luogo che per storia, tradizioni, cultura e, perché no, democrazia vale molto di più di un panfilo, pur megagalattico, e di un certo numero di lussuose automobili messe in bella mostra ai suoi piedi. Ma tant´è. Questo passa il convento. E se non c´è di meglio in città, va bene pure divertirsi come un tempo. Quando le giostre e i venditori ambulanti soggiornavano per giorni nei paesi dell´interno durante le feste patronali. In quei momenti si poteva vivere diversamente, immaginando una realtà meno grama di quella quotidiana. Una volta, a Palermo, in questo periodo si poteva apprezzare la programmazione estiva messa su dalle istituzioni pubbliche, Comune in testa. Oggi non rimane che guardare da lontano, dietro le transenne, come tanti improvvisati mendicanti, il lusso esagerato che una democrazia non può e non deve permettersi. Quando il monarca sarà lontano, l´ultimo pezzo d´estate palermitano scivolerà via nella consueta routine. Dopo che il panfilo salperà assieme al sovrano e alla sua corte, non ci rimarrà che scegliere, questa volta non dietro le transenne ma in diretta, tra il cantiere delle case popolari in costruzione occupato allo Zen e la cattedrale che rischia di cadere a pezzi.

lunedì 4 agosto 2008

Palermo: ZTL, Londra, Cavour e Garibaldi


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 02 AGOSTO 2008

Pagina I
La polemica
Il tramonto delle Ztl, la politica indecente
FRANCESCO PALAZZO


I cartoncini delle Ztl, ormai teoricamente inutili dopo la sentenza del Tar ma ancora in grado di tornare fondamentali a seguito del pronunciamento settembrino del Cga, non sono spariti dalle auto dei palermitani. Molti li tengono ancora incollati sui parabrezza, ben protetti nel loro involucro di plastica, come se niente fosse accaduto. Forse sono i più saggi. Qualcosa ci dice che la storia non si è ancora chiusa. Altri hanno preferito una sistemazione più sobria, meno vistosa ma sempre attendista, e li hanno spostati nel vano portaoggetti, dentro l´involucro che contiene libretto e documenti assicurativi. Quelli più ansiosi li hanno sistemati nel risvolto interno del parasole, lato autista, più a portata di mano per ogni evenienza operativa. A occhio e croce, coloro che hanno fatto abbandonare le macchine ai preziosi tagliandi di un tempo recente non dovrebbero essere molti. Il siciliano ormai sa che niente è più eterno dell´incerto e del momentaneo, anche quando è messo in discussione o cancellato dall´autorità costituita. Anzi, forse è proprio in quel momento che comincia a vivere vita vera. Nel frattempo il comune annuncia rimborsi e c´è pure un sito (www.rimborsoztl.com) dove gratuitamente vengono fornite indicazioni per rientrare in possesso dei soldi spesi per il mitico cartoncino.Chi non si pone nessun problema è quella fascia, non vasta ma rappresentativa, di palermitani automuniti che non si è fatta travolgere dalla frenesia del mettersi a posto e non è incappata nelle insostenibili code che ancora ricordiamo. Questi hanno atteso la sentenza del Tar e per qualche settimana, dopo la fine (chissà) della storia, hanno preso bonariamente in giro amici, conoscenti, colleghi e familiari che non avevano saputo resistere alla tentazione di dotare il proprio bolide dell´ultimo ritrovato in grado di farlo transitare più fiero e sicuro di sé. Ironia a parte, questa delle Ztl può sembrare una cosa seria se guardiamo soltanto il nostro brodo di coltura, che dovrebbe essere quello di una delle più grandi città italiane e invece, nella sostanza, è talmente provinciale da non fare più notizia oltre lo Stretto. Te ne accorgi quando varchi i confini nazionali per immergerti nel clima di una grande capitale europea come Londra. Per una settimana vedi una città sterminata piena di autobus che passano ogni tre minuti, un fiume di taxi, tanta gente in bici e pochissime auto private. Ti chiedi: sono cose dell´altro mondo o si potrebbero fare anche da noi? E pensi anche che lì, dal punto di vista amministrativo, poco importa se siano i laburisti o i conservatori a governare. A quelle latitudini la cosa pubblica è sganciata dagli interessi delle tribù, dalle correnti politiche fameliche, dagli appetiti personali smodati e dagli interessi privati, palesi e occulti, che girano intorno alla spesa pubblica. Ripiombati a Palermo, ci pare che nulla sia cambiato dal 20 giugno scorso. Quando leggevamo la notizia della protesta di un sindacato. Denunciava che i mezzi dell´Amat circolanti erano passati da 330 a 230. Piuttosto, in un ambito più generale ma fortemente significativo, si aggiunge un altro tassello. Solo dopo un estenuante braccio di ferro, il bilancio del Comune ha passato il vaglio della consistente maggioranza politica che governa Palazzo delle Aquile. Le diverse anime che la compongono non trovavano l´accordo perfetto sui posti da spartirsi. Dalla giunta provinciale a quella comunale, sino ad arrivare alle società partecipate. Forse, più che le Ztl, da noi ci volevano e ci vorrebbero le Zpd: zone a politica decente. Ma siccome siamo furbi, per parlar d´altro, ce la prendiamo con Garibaldi e Cavour. Pensavamo da tempo che i mandanti occulti della brutta politica siciliana fossero notissimi insospettabili.

mercoledì 30 luglio 2008

Legalità e percorsi collettivi


REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 30 LUGLIO 2008
Pagina I
L´analisi

Attenti a non ammainare la bandiera della legalità
FRANCESCO PALAZZO

Quando una parola diventa d´uso comune in un determinato e ristretto contesto sociale, rischia di diventare, dopo anni che la si usa in tutte le salse, solo un vuoto simulacro. Per decenni corre in bocca a tutti gli esponenti di quello spaccato socio-politico. Ecco che allora c´è chi comincia a denunciarne, dall´interno di quel gruppo, il suo superamento, il logoramento, quasi la banalità. È questo il caso della parola legalità? Può essere. In effetti la parola, dalle stragi del 1992, ha trovato cittadinanza. Ne parlano alcuni parroci nelle omelie, quasi tutti i rappresentanti di partito, tanti insegnanti nelle scuole, un discreto numero di donne e uomini eletti nelle istituzioni rappresentative, determinati vertici del mondo imprenditoriale, l´associazionismo, altri settori della vita pubblica e un nutrito plotoncino di singoli. A voler essere generosi, oltre le parole, non più di cinquemila persone su cinque milioni di siciliani ne hanno fatto uno stile convinto di vita. Anche nei convegni, frequentati a turno dai cinquemila e non dalla massa, la legalità viene da tanto tempo celebrata in varie forme. Pure da chi se ne tiene sistematicamente ben lontano. Effettivamente questa sbornia della parola può provocare legittimamente, in alcuni che girano nel mondo dei cinquemila, quasi la nausea nei confronti di un concetto più teorizzato che praticato. E dunque, così stando le cose, pare che della parola ci si possa facilmente sbarazzare, cambiandola con nuove denominazioni. Una di queste è l´educazione alla cittadinanza. È ciò che suggerisce Giovanni Fiandaca da queste colonne in un articolo pubblicato sabato scorso, che aveva come sfondo l´educazione antimafia da proporre nelle scuole. Nell´interessante e stimolante intervento, egli si chiede se basta la mera osservanza delle leggi, ossia un comportamento basato sul rispetto giuridico della norma, a fare un buon cittadino. La sua risposta è no, nel senso che legalità e moralità personali non sempre coincidono. Personalmente a questa posizione, che da un po´ di anni si fa spazio nel dibattito pubblico, ho sempre risposto con una domanda: ma siamo sicuri che almeno la sola idea di legalità sia stata così bene assorbita dal popolo siciliano, tanto che se ne può proporre il suo superamento? La risposta è scontata: un larghissimo strato della società siciliana, a volere essere ottimisti potremmo parlare del 95 per cento, non considera, neppure per via teorica, il semplice rispetto delle norme come un valore in sé, cioè come un elemento costitutivo della propria esistenza in questa regione. Perciò ci si può chiedere: è conducente abbandonare, introducendo l´idea più complessa ed evoluta di educazione alla cittadinanza responsabile, un concetto, quello della legalità, condiviso solo da una piccolissima minoranza di siciliani? Io credo che sia un errore. Anche se, facendo parte di una minoranza che già ha percorso molta strada partendo dal semplice ragionamento legalitario, può sembrare quasi logico e necessario farlo. Ma dobbiamo pensare che la Sicilia potrà migliorare solo facendo ricorso a frange minoritarie che sono già al di là del guado? Oppure, prima di proporre altri schemi, ci deve interessare che quasi tutti i siciliani facciano un utilizzo quotidiano di tutto ciò che attiene al rispetto delle regole della civile convivenza? Credo che ci debba importare, esclusivamente, la risposta positiva a quest´ultimo interrogativo. In quanto al resto, dibattiamo pure, ma con i piedi ben piantati per terra. Tenendo presente che nei quartieri periferici e degradati della Sicilia non si è cominciato neanche a parlare di legalità. Come si fa a proporre il suo superamento a chi non è ancora arrivato a una tappa? Quando ci troveremo di fronte a una regione in cui il rispetto delle regole minime sarà pane quotidiano per la stragrande maggioranza (e da ciò passa molto della lotta alla mafia), potremo iniziare a spostare gli orizzonti verso nuove e più che condivisibili conquiste di civiltà sostanziale.

venerdì 18 luglio 2008

Commissione Antimafia Siciliana: cosa non è mai stata e come potrebbe diventare


LA REPUBBLICA PALERMO VENERDÌ 18 LUGLIO 2008

Pagina XIV
PALAZZO DEI NORMANNI A CHE SERVE L´ANTIMAFIA
FRANCESCO PALAZZO


La scorsa legislatura regionale, iniziata nel 2006, è stata particolare per tanti avvenimenti, primo tra tutti lo scioglimento anticipato dell´Assemblea regionale. Un altro record è stato determinato dall´assenza della Commissione parlamentare antimafia. All´inizio la presidenza fu offerta all´opposizione. Che rifiutò. Poi si assistette a un valzer di nomi di esponenti del centrodestra. Chi non aveva avuto un assessorato o un incarico di peso doveva essere accontentato. Poiché quelli da accontentare erano parecchi, ci s´incartò per alcuni mesi. Poi, nella evidentemente implicita considerazione che la mafia non costituisce in fondo un problema per questa regione, calò il silenzio. Quindi il buio. Per tanti motivi. Non ultima la circostanza che la Commissione antimafia è vista come sostanzialmente inutile. E tale si è, in effetti, dimostrata nel tempo. Principalmente perché è mancata la volontà politica per farla diventare qualcosa di significativo. E quando una cosa rasenta l´inutilità, piuttosto che migliorala è meglio cancellarla. E la proposta c´è pure stata. Per dirla tutta, nei due anni della legislatura precedente qualche disegno di legge, che tendeva ad una radicale modifica dei compiti e del funzionamento della commissione, è stato presentato. Ma il parlamento regionale non ebbe il tempo, oltre che la voglia, di andare oltre. Nella legislatura appena iniziata si è invece, almeno dal punto di vista temporale, partiti con il piede giusto. La commissione è già formata dall´inizio di luglio e la presidenza è stata proposta nuovamente a un esponente dell´opposizione. Che questa volta, secondo noi opportunamente, ha accettato. Non vorremmo sbagliarci, ma dovrebbe essere la prima volta che l´opposizione riveste tale carica. Ne abbiamo avuto notizia attraverso brevi di cronaca nei maggiori quotidiani. Segno che tale istituzione è ridotta davvero ai minimi termini. Non sappiamo il perché questa volta la situazione si sia sbloccata al sorgere della legislatura. Se c´era qualcosa da rivedere profondamente nella concezione di un simile organismo, era logico procedere alle modifiche, coinvolgendo nel percorso anche la società siciliana, e poi nominarne i membri. O forse è in previsione una discussione parlamentare a breve sull´argomento? Non sappiamo. Notiamo, intanto, dal sito dell´Assemblea regionale, che la commissione è relegata nel novero di quelle «speciali» (sono due, oltre l´antimafia abbiamo quella che si occupa della revisione e attuazione dello statuto regionale). Il termine speciale rimanda, intuiamo, al fatto che la mafia è vista non come un fatto strutturale e di lunga durata della storia siciliana, tale perciò da meritare una commissione permanente e di primo livello nel luogo istituzionalmente più importante della politica siciliana, ma come un fenomeno anch´esso evidentemente speciale, quasi un accidente della storia siciliana. Del quale ogni cinque anni va riverificata l´esistenza in vita, per capire se merita ancora la sgangherata commissione che sinora abbiamo conosciuto. Cambieranno le cose a partire dalla legislatura appena iniziata? Vedremo. Vorremmo sperare che la nuova commissione senta subito l´esigenza di mettere in calendario una serie di audizioni che coinvolgano partiti, associazioni, singoli studiosi, centri studi, chiese, scuole e quant´altro si muove, o dovrebbe muoversi, nell´ambito dell´antimafia. Che allacci, insomma, contatti non episodici con la società siciliana. Il mandato dell´organismo, apprendiamo dal sito dell´Ars - che dedica uno spazio striminzito all´antimafia, che meriterebbe almeno un sito a parte - con il poco storico che c´è consultabile da tutti, è quello di «vigilare e indagare sulle attività dell´amministrazione regionale e degli enti sottoposti al suo controllo, sulla destinazione dei finanziamenti erogati e sugli appalti e di assumere ogni altra iniziativa di indagine e proposta per il migliore esercizio delle potestà regionali in ordine al fenomeno mafioso in Sicilia». Come si vede, un compito sterminato. Che attende solo chi ha voglia di mettersi al lavoro, con la volontà di trasformare, se sono veri i proclami antimafia del mondo partitico siciliano, una cenerentola istituzionale in una postazione di prima grandezza della politica siciliana.

giovedì 10 luglio 2008

Sanità in Sicilia:tra pubblico e privato


LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 LUGLIO 2008

Pagina XXIII
SPESA PUBBLICA PROFITTI PRIVATI
FRANCESCO PALAZZO


Quando si parla d´impresa privata, si dovrebbe intendere l´attività imprenditoriale di quei pezzi di società che si muovono all´interno di logiche di mercato, cercando di ottenere un lucro, un guadagno, un sovrappiù dalla loro laboriosità. Ricavandone infine denaro da destinare ai proprietari e da utilizzare per apportare miglioramenti alle aziende. Non sono un economista e forse la descrizione di prima è abbastanza semplicistica, per non dire banale. Tuttavia è come la può percepire un normale cittadino che guarda e cerca di capire, con mille difficoltà, le cose del mondo. Di privato nella nostra regione c´è una storica carenza. Chi tira la carretta è il pubblico. Delle risorse provenienti dai Comuni, per la verità sempre più con le casse vuote, dalla Regione, che non sta molto meglio degli enti locali, dallo Stato e dall´Europa, e da quanto ha origine nelle diverse fonti di spesa pubblica, si nutrono, oggi come ieri, a piene mani, fasce consistenti di società siciliana. Non ci avviciniamo neanche lontanamente ai tanti distretti economici virtuosi di recente nascita in luoghi geografici italiani diversi da quelli tradizionali, non escluse alcune aree meridionali prima depresse. In questi giorni, proprio sul fronte pubblico-privato, si sta consumando una rottura nel mondo della sanità, voce che, da sola, vale mezzo bilancio regionale. I convenzionati privati che erogano prestazioni sanitarie in Sicilia sono, tra cliniche private e laboratori vari, numericamente quasi uguali a quelli di tutte le altre regioni messe insieme. C´è chi dice che, comunque, la spesa sanitaria pubblica riversata in Sicilia nel privato è in linea con quella di altre regioni di pari grandezza. Su tale questione, non secondaria, occorrerebbe svolgere un puntuale approfondimento. Il dissidio odierno, che si rinnova ogni volta che qualcuno vuole mettere un freno ai cordoni della borsa, è sui tagli da apportare alla spesa sanitaria siciliana per farla rientrare dal debito che ha accumulato negli anni. Disavanzo stimato complessivamente intorno a 1,9 miliardi. Per far ciò si è presentato un secondo piano di rientro. Il primo risale alla fine alla scorsa estate. Il governo Prodi lo aveva rimandato al 30 aprile scorso, data ultima per rimettere ordine, pena il commissariamento. Poi le elezioni di aprile e il rinvio al momento presente. Venerdì si saprà cosa ne pensa il nuovo esecutivo nazionale. Le misure del piano prevedono un ridimensionamento del pubblico (meno guardie mediche, riduzione di posti letto e controllo della spesa farmaceutica) e una cura dimagrante pure per i privati, laboratori e cliniche, operanti in regime di convenzione. Questi ultimi, così come nel giugno del 2007, sono sul piede di guerra. Affermano che i restringimenti previsti dal governo regionale li metteranno in ginocchio. Addirittura, pare, siano da mettere in conto dei licenziamenti di parecchi degli addetti al settore. Il nodo della questione è quindi che il privato con la sensibile, prevista, decurtazione dei fondi regionali rischia di andare in profonda, irreversibile, crisi. Ora, il doppio punto di domanda che vorrei porre, da incompetente, prescindendo dal caso specifico, è il seguente: può il privato, se quest´ultimo vocabolo ha un senso univoco, in qualsiasi porzione di mercato agisca, confidare esclusivamente per la propria sopravvivenza sulle rimesse pubbliche? Per dirla meglio: il privato, non dovrebbe assicurarsi una grossa fetta del proprio guadagno operando sullo spazio di mercato non toccato dal pubblico, relegando l´attività che discende dai fondi pubblici a margine del proprio fatturato, in modo che l´eventuale riduzione di tali fondi non sia pregiudizievole per il futuro delle imprese stesse? Se la risposta alla prima domanda fosse no e quella alla seconda sì, cosa dobbiamo intendere in Sicilia quando in un settore qualsiasi si discute di privato?

venerdì 4 luglio 2008

SICILIA: L'OPPOSIZIONE DISPERSA CHE SI ACCONTENTA

CENTONOVE
4 LUGLIO 2008
Pag. 55
CENTROSINISTRA E BALLOTTAGGI
di Francesco Palazzo

C’è una sorta di ciclicità, quasi un eterno ritorno direbbe il filosofo, nelle dinamiche del centrosinistra siciliano quando si tratta di reagire alle batoste elettorali. Lo schema è pressappoco il seguente: si perde alle amministrative e si spera nel secondo turno attendendosi chissà quale metamorfosi. Nei ballottaggi, com’è facile che capiti poiché spesso ci si trova di fronte ad alleanze locali anomale, che politicamente valgono poco a livello regionale, si vince in alcuni comuni. Come sabato e domenica scorsi. Ed ecco che subito si parla, da parte di esponenti di punta del Partito Democratico, di “segnali di ripresa” e di “orientamento che fa ben sperare”. Se andate a guardarvi le cronache giornalistiche delle elezioni passate, troverete lo stesso canovaccio. Cambiano gli interpreti, c’è qualche variazione nelle parole, ma nella sostanza il copione non cambia. Ma come si fa a parlare di ripresa in una regione che presenta un’opposizione ridotta ai minimi termini? Avremmo capito qualche sussulto speranzoso se il Partito Democratico e le formazioni politiche dell’ex Sinistra Arcobaleno avessero approntato una reazione, immediata nei proponimenti e a medio/lungo termine negli aspetti operativi, in qualche maniera visibile, palpabile. Ci saremmo accontentati, vista l’aria che tira, anche di un timido sussulto. Invece niente o quasi. Dei pezzi siciliani che hanno costituito la fallimentare e ormai chiusa esperienza della Sinistra Arcobaleno, non giungono notizie apprezzabili e in qualche modo commentabili. Del Partito Democratico abbiamo appreso, per la verità con più di qualche sorpresa, che per la sconfitta di metà giugno, otto province su otto e tre comuni capoluogo al centrodestra con percentuali umilianti, la colpa è di nessuno. Nel senso che, a partire dalla provincia più grande e finendo al più piccolo comune, nessuno ha sentito il bisogno di rimettere il mandato e di mettersi in discussione. Potevano essere piccoli segnali, certo non risolutivi, tuttavia indicativi di una qualche risposta in un momento davvero cupo. Al contrario, si tengono tenacemente tutte le posizioni personali. Se è il caso litigando senza ritegno. Come avvenuto al comune di Palermo la settimana scorsa attorno alla nomina del nuovo capogruppo. Si attende, pare, un chiarimento in ambito regionale che però è già stato rimandato. Mentre c’è chi ha pure parlato di un possibile commissariamento romano del partito siciliano. Che, da parte sua, sempre attraverso esponenti di punta, rimanda sostanzialmente la pratica al mittente. La colpa del tracollo sarebbe di Roma, perché in occasione delle politiche ha infarcito le due liste regionali per la camera di eletti provenienti da fuori regione. Motivazione che non riusciamo a comprendere. Si pensa davvero che con qualche eletto siciliano in più alla camera, si poteva evitare o contenere la scoppola delle amministrative? Semmai, se proprio vogliamo dirla tutta su quelle liste, ci sarebbe molto da obiettare su alcuni nomi siciliani piazzati in pole position. Ma quando si perde nel modo in cui è accaduto al centrosinistra siciliano, la cosa peggiore che si può fare è quella di accampare scusanti improbabili. Le motivazioni del tracollo sono molto più profonde. Bisogna vedere se si vuole capirle o se s’intende vivacchiare, amministrandolo da postazioni personalistiche, con quel venticinque per cento che è al momento la cifra elettorale dell’opposizione siciliana. Sembra, da quel che ne capiamo, che la strada sia quest’ultima. Che si unisce a un’evidente difficoltà di spiegarsi ciò che succede quando ci si conta alle urne. A tal proposito, basta registrare, a dimostrazione che il cliché post elettorale, come dicevamo all’inizio, è sempre il solito, la ben conosciuta analisi ripetuta dopo le sparute vittorie al secondo turno in alcuni comuni siciliani. Si afferma, ancora una volta, che nei ballottaggi “dove non c’è l’effetto di trascinamento delle liste, il voto è più libero da ogni condizionamento”. Il punto è che la robustezza di uno schieramento si misura proprio dalla forza di trascinamento delle liste. Che dicono tutto, o moltissimo, sul radicamento territoriale delle formazioni politiche. Recuperare quel consenso, invece che snobbarlo, ritenendolo voto non libero, è proprio il compito arduo, la montagna, che il centrosinistra in Sicilia ha davanti.

mercoledì 2 luglio 2008

Legge 180: dai manicomi al silenzio

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 02 LUGLIO 2008

Pagina XIV
Sicilia senza strutture per i pazienti psichiatrici
FRANCESCO PALAZZO



Per alcuni operatori sanitari palermitani, quando svolgono il servizio di guardia, pare che l´unico strumento davvero indispensabile sia l´elenco telefonico. E ciò per l´insufficienza di posti letto per pazienti psichiatrici negli ospedali. L´elenco telefonico serve a capire rapidamente dove potere inviare il malato in crisi acuta. Può essere un altro ospedale siciliano, ma sino all´altro giorno qualcuno stava per finire a Reggio Calabria. Ciò significa anche spostamento delle famiglie, con disagi per le stesse. E nelle altre province siciliane non va molto meglio. I posti letto per acuti psichiatrici, previsti dalla legge 180 del 1978, quella che chiuse i manicomi, a Palermo dovevano essere settantacinque. Oggi, ascoltando chi lavora nel campo, ne rimangono poco più della metà. Ma non è solo una questione di posti letto. Sembra anche che i medici siano sotto organico, così come gli infermieri e gli assistenti sociali. Nei manicomi c´era personale in abbondanza. Prima c´erano gli sprechi, ora problemi di sicurezza. «Ma come si fa – sottolinea un addetto – ad affrontare persone in stato di agitazione con quel poco personale, che neanche fisicamente riesce a reggere e controllare pazienti che li sovrastano fisicamente?». Il tutto sovente si trasforma in un´emergenza di ordine pubblico, ci si trova cioè costretti a chiamare le forze dell´ordine. Peraltro, le strutture pubbliche sono le uniche, per legge, in cui si possono applicare i trattamenti sanitari obbligatori. Non va meglio per le Cta, le comunità terapeutiche assistite. Sono strutture residenziali extraospedaliere, in cui si svolge il programma terapeutico riabilitativo e socio-riabilitativo per gli utenti psichiatrici. A Palermo ci sono cinque moduli, già al di sotto della bisogna secondo gli addetti. In più, come denunciano i sindacati, è possibile una riduzione di posti letto, con l´accorpamento preventivato dei moduli 3 e 4. Pure le case famiglia, comunità di tipo familiare con sedi nelle civili abitazioni, presentano delle criticità. Queste realtà soffrono cronicamente di problemi legati ai finanziamenti che ritardano o che diminuiscono. Nei manicomi, affermano gli operatori, paradossalmente il malato poteva trovare un letto sicuro, il cibo e personale più che sufficiente a disposizione. In definitiva, un ambiente accettabile. Adesso, a trent´anni dalla 180, si registra quasi ovunque - poiché la situazione palermitana e siciliana riguarda anche il resto d´Italia, tranne poche isole felici, come ad esempio le province di Arezzo e Trieste - una difficile applicabilità di una legge che doveva umanizzare il rapporto della società con il paziente psichiatrico. Il cambiamento, culturale prima che sanitario, introdotto dalla norma fu accolto, tre decenni addietro, in maniera molto positiva. Da allora, riferiscono gli operatori, c´è stato un lento e incessante allontanamento dagli ospedali. Forse perché, pensano alcuni, il paziente psichiatrico non è un fiore all´occhiello, non permette di fare bella figura. La patologia psichiatrica, che era stata messa al pari delle altre malattie trattate nelle strutture pubbliche, adesso rischia, secondo coloro che lavorano nel settore, la marginalizzazione. Spesso, ribadiscono, non rimane che la famiglia. Quando c´è. In ultima analisi, il rischio che temono gli operatori è quello di una progressiva privatizzazione dell´assistenza. Ciò mentre l´Organizzazione mondiale della sanità prospetta che nel 2020 la sofferenza psichiatrica, in particolare la depressione, diventerà la seconda causa di disabilità fra tutte le condizioni morbose, seconda soltanto alle malattie cardiovascolari. Nel frattempo i medici che operano nel pubblico continueranno a essere fermati nei viali degli ospedali dai pazienti psichiatrici soggiornanti nelle panchine. La richiesta è sempre la stessa: «Dottore, quando si libera un posto?».

venerdì 27 giugno 2008

Sicilia: il 118 e un parto al buio allo ZEN

SETTIMANALE CENTONOVE
27 6 2008
COM'E' DIFFICILE NASCERE
Francesco Palazzo



Nella sanità siciliana può capitare di morire per una banalità o di venire alla luce in condizioni del tutto particolari. Quest’ultimo caso è l’esperienza di una coppia rumena abitante a Palermo, allo ZEN. Lei è gravida, quasi al nono mese, e sta male. E’ la notte tra domenica 22 e lunedì 23 giugno. Alle tre e quarantuno di mattina il marito Alexandru chiama il 118. La centrale manda un’ambulanza con medico, infermiera e due soccorritori. A quell’ora la corsa verso quel quartiere periferico è abbastanza veloce, il mezzo di soccorso è sul posto in pochi minuti. Il problema è che il rione si presenta tutto al buio, per un improvviso black-out che ha colpito una vasta zona di Palermo. La coppia abita in un palazzone al nono piano, tutto spento come un albero di natale dopo la festa. Gli operatori non sanno ancora il malessere preciso della donna, salgono a piedi al nono piano con tutto l’armamentario del caso, illuminando la salita con una torcia. Sembra la cronaca da un paese in guerra, ma siamo a Palermo. Arrivati nella casa dei due giovani, la dottoressa, per fortuna una ginecologa, si rende conto che il “malore” è in realtà la cosa più naturale di questo mondo, ossia un travaglio di parto in fase piuttosto avanzata. Sarebbe tutto semplice se ci si trovasse in un comodo ospedale, ma si deve operare al buio più pesto, col solo ausilio di una piccola torcia elettrica e di qualche candela. La donna non può scendere con l’ascensore, un trasporto per le scale al buio, dal nono piano, è altamente rischioso per una partoriente. Si chiamano i vigili, affinché con una pedana mobile facciano uscire la giovane dalla finestra. Nel frattempo il parto va avanti. La situazione si presenta subito più complicata di un normale parto spontaneo, anche perché, in realtà, ci vorrebbe un cesareo. Tuttavia, non c’è tempo. Solo quello di riuscire a divincolare il feto da due giri di cordone ombelicale che lo bloccano. Operazione che fatta alla “luce” di una torcia elettrica e di alcune precarie candele, diventa una manovra quasi alla cieca. Dopo qualche momento di difficoltà, grazie alla collaborazione tra due donne, una rumena, la signora Ramona Bianca, 30 anni, e un’italiana, la dottoressa del 118 Daniela Aquilino, la bimba riesce a vedere il mondo, pur venendo fuori con necessità impellenti di rianimazione. Le quali vengono espletate dal personale sanitario sempre al buio, con grande collaborazione della nuova arrivata, che senza l’aiuto in emergenza sarebbe morta soffocata. Non appena tutto termina felicemente, alle quattro e trenta del mattino, arrivano i vigili del fuoco, torna la luce e due ambulanze, la seconda rianimatoria nel frattempo giunta, partono per l’ospedale palermitano Vincenzo Cervello. Una porta la madre, l’altra la figlia. Potrebbe sembrare una storia di ordinaria sanità se provenisse dalla Norvegia, che possa accadere in Sicilia trasforma l’evento in un fatto abbastanza clamoroso. Sul quale va fatta almeno una riflessione. Il servizio sanitario regionale, certamente fonte di tanti sprechi, disservizi e clientelismi, presenta anche delle punte, pensiamo non poche, di ordinaria eccellenza. Che solitamente operano senza cercare la notorietà e che accettano la sfida di lavorare sul territorio, con tutte le difficoltà e gli imprevisti, come in questo caso, che ciò comporta. Tutte le disfunzioni della sanità siciliana, lo sappiamo, derivano dalla politica che cerca di spartirsi tutti i pezzi della torta in modo sempre più scientifico e brutale. Il nuovo assessore alla sanità, quindi, si occupi certo dei tagli e degli sprechi dove essi si verificano. Ma cerchi, soprattutto, di dare una netta sforbiciata, provando a tranciarli di netto, ai tentacoli dei partiti che infestano la scena pubblica siciliana nel suo settore più redditizio, la sanità. Solo apportando innanzitutto questi tagli si riuscirà a guarire il mondo sanitario pubblico siciliano. Solo così si potrà fare in modo che l’ordinaria eccellenza diventi normalità. La straordinaria normalità di un parto al buio allo ZEN.

domenica 22 giugno 2008

Palermo: Piazza Magione e Giovanni Falcone

LA REPUBBLICA PALERMO - DOMENICA 22 GIUGNO 2008

Pagina XIV
A QUALCUNO NON PIACE LA PIAZZA PER FALCONE
FRANCESCO PALAZZO



Il clima si è notevolmente acceso. Si è arrivati alla petizione popolare. La controversia è partita dall´intenzione del Comune di intitolare piazza Magione a Giovanni Falcone. Le motivazioni dell´amministrazione, per la scelta del luogo, sono da ricercare nel fatto che il magistrato, nel cuore del centro storico, trascorse la sua infanzia. Parrebbe, dunque, una logica conseguenza quella di dare il nome del magistrato al posto dove egli trascorse la parte iniziale della sua, purtroppo non lunga, vita. Tale decisione ha però scatenato forti contrasti. Mossi, anzitutto, da quelli che ritengono non corretto il passaggio d´ufficio da piazza Magione a piazza Falcone. Sarebbe stato giusto, obiettano, sentire il parere dei residenti. Se questa è la difficoltà, si potrebbe mettere in campo, oltre alla petizione, perché no?, un vero e proprio referendum, con relativa campagna propagandistica dei contrari e dei favorevoli ed exit poll alla chiusura dei seggi. Tanto la macchina elettorale è ancora calda. Poi abbiamo chi si è messo di traverso sostenendo che la denominazione Magione, derivante dal francese maison, casa, sarebbe sinonimo di accoglienza e ospitalità. Come si farebbe, in futuro, a entrare in quella piazza senza più avvertire quell´atmosfera struggente di ritorno a casa che notoriamente pervade chiunque vi si rechi? Si propone, in alternativa, di imporre i nomi di Falcone e Borsellino ai quartieri Zen 1 e 2. Dimenticando che lo Zen, da anni, ha assunto il nome del fiorentino San Filippo Neri. Forse dobbiamo aspettarci un´ennesima petizione, questa volta da parte dei devoti del santo in questione?Infine, quella non manca mai, c´è una critica politica all´amministrazione comunale, che certamente ne merita tante e su aspetti strategici per lo sviluppo della città. Invece di intitolare strade, sostengono coloro che la buttano in politica, dovrebbe occuparsi delle emergenze cittadine: i disoccupati, i senzatetto, i quartieri periferici e via elencando. Per carità, giusti rilievi. Ma che sembrano aprire un nuovo filone dell´altrismo. Cioè l´innata capacità, diffusa in Sicilia, di guardare sempre da un´altra parte quando si discute di un argomento. Rappresenta la fatica, evidentemente insostenibile, di attenersi al tema posto all’ordine del giorno. A ben pensarci, allora, su Piazza Falcone, se proprio vogliamo allargare l’orizzonte critico, si possono contrapporre aspetti più importanti. A livello planetario c’è il problema irrisolto della fame nel mondo, che non dovrebbe farci dormire la notte, altro che occuparsi di piazze e targhe. In ambito regionale non si può non pensare, invece di perdere tempo a dedicare vie o slarghi a chicchessia, al dramma dei termovalorizzatori. Prima di realizzare i quali occorrerebbe, appunto, “altro”. Tipo la raccolta differenziata al 99,9 per cento. Inoltre, non possiamo non soffermarci sulla tragedia del ponte sullo stretto, che necessità di un capitolo a parte sul filone dell’altrismo. Prima di costruirlo, infatti, si vorrebbe una Sicilia perfetta, “altra”, completa d’infrastrutture e di quanto più meraviglioso può partorire la mente degli “altristi”. Insomma il Comune, nel porre in essere una decisione che in qualsiasi altra città sarebbe stata accolta senza alcuna discussione, si è imbarcato, senza rendersene conto, in una disputa che rischia di avere dimensioni immense. Finché è in tempo provi a rettificare, faccia un passo indietro. Lasci ai posteri piazza Magione. Solo un´avvertenza: aggiunga alla scritta "Magione" la traduzione in francese e il significato che il nome ha in quella lingua. In modo che gli abitanti del luogo possano respirare un clima internazionale, meglio conosciuto come aria del continente, che il suono del dolce accento transalpino non potrà che richiamare, oltre che ai residenti, anche agli occasionali visitatori. (La parte in rosso non è apparsa sul giornale).

mercoledì 18 giugno 2008

Provinciali siciliane 2008: la quasi scomparsa del centrosinistra

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 18 GIUGNO 2008

Pagina I
L´analisi
Tutte le cifre di una sconfitta
FRANCESCO PALAZZO

Qualche ora dopo la chiusura dei seggi un dirigente palermitano del Pd, con una certa malcelata soddisfazione, assicurava che il trend catastrofico del centrosinistra era in inversione di tendenza. Il riferimento era alla realtà di Palermo e provincia. Registravamo la rivelazione con incredulità, in attesa di dati più attendibili. Dati che poi hanno smentito la certezza granitica del dirigente in questione, che da quel momento non si è più visto nelle varie emittenti televisive che commentavano i risultati elettorali. Ma ormai la leggenda metropolitana era entrata nel circuito mediatico e politico. E, infatti, nei giornali di ieri si poteva leggere la seguente dichiarazione del candidato alla presidenza della Provincia di Palermo: «Sapevamo che la sfida era difficile, ma rispetto ad aprile la distanza abissale del 40 per cento tra centrodestra e centrosinistra alla fine si è accorciata». Purtroppo per lui, dati alla mano, le cose non stanno così. Alle regionali di qualche mese addietro, il centrodestra prese nel collegio provinciale di Palermo il 68,61 per cento, il centrosinistra si fermò al 28,57. Alle provinciali palermitane quest´ultimo si è fermato al 26,34 per cento, il centrodestra ha toccato quota 73,66. Basta avere una semplice calcolatrice per vedere che il baratro tra le due coalizioni è passato dal 40,04 al 47,32 per cento. Altro che distanza accorciata. Vediamo le altre sette province in cui si è votato. Prendiamo Agrigento. In questa provincia alle regionali il centrodestra arrivò al 67,55 per cento, il centrosinistra al 30,65. Alle provinciali di domenica e lunedì scorsi, il centrodestra è balzato al 76,72 per cento, il centrosinistra, diviso in tre, è arrivato al 21,83. Nell´Agrigentino dunque, rispetto alle regionali, l´abisso tra le due parti politiche, inteso come voti andati alle liste, l´unico metro di valutazione che ha una base strutturale nella misurazione del consenso, è passato in poche settimane dal 36,9 al 54,89 per cento. In provincia di Catania si continuano a raggiungere cifre iperboliche. Se alle regionali la differenza tra le due coalizioni era del 50 per cento, ora si è passati al 61,5. A Messina, intesa come provincia, si è traghettato dal 43,32 per cento in più a favore del centrodestra alle regionali al 56,52 di ora. Palermo, Agrigento, Messina e Catania sono da inserire per il centrosinistra, registrandosi un divario che va da più del 45 a più del 60 per cento, nella fascia della più nera e infernale disperazione. Poi ci sono tre province, Caltanissetta, Siracusa e Trapani, dove il centrosinistra sta dentro una striscia, che potremmo chiamare purgatoriale, meno umiliante, ma sempre pesante. Nel Nisseno si è comunque fatto peggio rispetto alle regionali, passando da un distacco del 30,6 al 32,03 per cento. Nel Siracusano quasi simili gli equilibri. Alle regionali il centrodestra aveva staccato il centrosinistra di 30,74 punti percentuali, adesso l´asticella è salita al 33 per cento. Il Trapanese è l´unica provincia di questa fascia dove si è registrato un lieve miglioramento rispetto alle regionali. Ad aprile la divisione tra centrodestra e centrosinistra si attestava al 37,39 per cento, oggi, sommando i tre pezzi del centrosinistra che erano in campo per le provinciali, si arriva al 36,24 per cento di scarto. L´unica provincia dove il centrodestra pur vincendo non si è limitato a passeggiare sugli avversari, ma ha dovuto in qualche modo competere, si conferma quella ennese. Qui, addirittura, le liste del centrosinistra dimezzano complessivamente lo svantaggio delle regionali, che passa dal 14,87 al 7,73 per cento. Rimanendo al tema dantesco, non sarà il paradiso ma, con l´aria che tira, è almeno una sconfitta che il centrosinistra può analizzare e raccontare senza arrossire di vergogna.

sabato 14 giugno 2008

Sicilia: morire di lavoro e lavoro utilizzato male

LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO, 14 GIUGNO 2008

Pagina I - Palermo
L´analisi
Nell´esercito regionale pochi addetti ai controlli
FRANCESCO PALAZZO

Morire di lavoro, sette persone in pochi giorni, ieri l´ultima vittima, in una Sicilia con tasso di disoccupazione triplo rispetto alle regioni italiane economicamente più floride. Dopo le tragedie si cercano le responsabilità. Mai un mese o un giorno prima. C’è il solito appello alla presenza dello Stato. Ma nel frattempo si apprende che alla regione, cui spetta insieme alle Ausl la competenza dei controlli sulle quasi cinquecentomila aziende private e su tutti gli enti pubblici, il personale ispettivo è ridotto al lumicino. Solo 150 gli ispettori e altri duecento in formazione. Un piccolo plotoncino di trecentocinquanta addetti, che già avrebbe difficoltà a controllare, bene, una città come Palermo. Figuriamoci tutta la Sicilia. Si tratta di una goccia nel mare. Per un´infrazione scoperta, ne sfuggono migliaia. Basta poco per capire che questo settore dell´amministrazione regionale è uno di quelli più sguarniti, a fronte di tanti uffici dove invece c´è un esubero rispetto alle mansioni da svolgere. Insomma, siamo alle solite. Più di ventimila dipendenti, la Regione Lazio ne ha circa 3.500 a fronte di 5.493.308 abitanti, numero sovrapponibile ai residenti siciliani, e si lasciano sottodimensionate postazioni di primo rilievo. Si farà mai alla Regione una ricognizione completa di tutto il personale, per capire come meglio utilizzarlo e formarlo? Domanda retorica, capite bene. E non c´è rinnovamento, spesso più teorico che praticato, che tenga. Quanti assessori, tra quelli appena insediatisi, hanno fatto, o hanno intenzione di fare, una ricognizione a tappeto delle unità di personale in servizio? Non si tratterebbe, a ben pensarci, di un lavoro improbo. Basterebbero, a ogni assessore, alcune settimane di lavoro per rendersi conto se i singoli sono impiegati secondo le inclinazioni, i bisogni dei vari uffici, il sapere e voler fare, la cultura e il titolo di studio posseduto (alla Regione non si tiene assolutamente conto di tali aspetti). E se, oltre a un impiego quasi sempre non corretto delle persone, c´è una carenza o, al contrario, una dotazione eccedente di lavoratori. Parliamo di aspetti gestionali che dovrebbero essere assolutamente fisiologici, normali, ordinari. Invece, lo sappiamo bene, e accade ogni volta che entra in carica un nuovo governo in Sicilia, i capi delle amministrazioni, e se ci sono eccezioni le registreremmo volentieri, si limitano a un saluto più o meno partecipato alla truppa, senza rendersi minimamente conto, oltre la quantità, di che qualità dispongono. Un´amministrazione complessa come quella regionale non può fare passi in avanti se non utilizza le risorse umane che ha in abbondanza. E che per qualità non sono seconde a quelle di altre regioni storicamente meglio funzionanti. Quanti dei ventimila in organico alla Regione potrebbero diventare ispettori del lavoro, coprendo un settore dalla cui completezza dipende la salvaguardia di vite umane? La risposta è che, a oggi, è impossibile saperlo. Così com´è difficile che altri rami dell´amministrazione, anch´essi marcianti a ranghi largamente incompleti, possano essere portati alle giuste dimensioni se prima non si capirà, nel dettaglio, com´è fatta questa massa, al momento indistinta, dei dipendenti regionali. Facendo questo discorso non possiamo, tuttavia, nasconderci un altro versante critico. Anche ammesso che miracolosamente si riuscisse a sbrogliare la matassa, pensate che sarebbe facile fare andare tutti i tasselli al loro posto? Domanda, anche questa, retorica. Che ne richiama un´altra. Se, non diciamo diecimila, ma uno solo dei dipendenti regionali fosse trasferito d´ufficio, in un luogo più consono alle sue abilità e più utile per le necessità dell´amministrazione, ritenete che i sindacati faciliterebbero l´operazione?

sabato 31 maggio 2008

Incendi in Sicilia: piromani, emergenza, Stato. Il vocabolario dell'incapacità.


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 31 MAGGIO 2008

Pagina XV
SICILIA IN FIAMME NON È EMERGENZA
FRANCESCO PALAZZO

Lo scorso anno la fine della stagione degli incendi, che termina solo perché all´estate fortunatamente e regolarmente segue l´autunno, ebbe un momento preciso. Notammo che la quinta vittima del rogo sviluppatosi ad agosto nell´agriturismo di Patti, la signora Barberina Maffolini, era passata senza scuoterci sotto i nostri occhi distratti. Solo poche righe ben nascoste nei quotidiani. Eravamo a settembre e l´allarme fiamme già scemava. Nei giorni scorsi la solita ondata di scirocco, che sorprende i siciliani sempre disarmati e meravigliati come se quel vento afoso cancellasse ogni volta anche la memoria, ha fatto tornare il tema d´attualità. E puntualmente, i servizi televisivi e le pagine dei giornali, che c´informano sulle ultime devastazioni, risultano stranamente sovrapponibili a quelli che ci raccontavano le reazioni alla penultima ondata incendiaria. Ogni anno la stessa tiritera. Non si tratta, in questo caso, di un difetto del mondo dell´informazione. È il copione a essere sempre identico. E contiene tre capitoli: piromani, emergenza, Stato. Ogni volta gli esperti sentono l´esigenza di comunicarci la certissima matrice dolosa delle combustioni, dovute a folli o sin troppo lucidi piromani. Vorremmo rassicurare i conoscitori della materia. Quella dei piromani è ormai una certezza di fede. Dall´adolescenza non crediamo più al mito dell´autocombustione che fa fuori scientificamente pezzi consistenti di verde pubblico e di fauna pregiata. Perciò non ci ripetano più il ritornello. Vorremmo capire piuttosto, visto che si parla tanto di sicurezza, nove volte su dieci a sproposito, come possono la forza pubblica, la Regione, le province, i comuni affrontare seriamente, e neutralizzare, questi gentili nostri simili che mostrano uno spiccato interesse a che tutto vada in fumo. Il secondo capitolo del copione è la parola «emergenza». Ma come si fa a parlare di emergenza nei confronti di eventi che si ripetono sempre uguali a se stessi, talvolta colpendo le stesse zone? Eliminiamo, per favore, il concetto «emergenza incendi» e sostituiamolo con «attesi incendi». Così staremo meglio un po´ tutti e nessuno avvertirà la sgradevole sensazione di sentirsi preso in giro. Il terzo capitolo, il tormentone più gettonato perché toglie a tutti le castagne dal fuoco, in questo caso benigno, perché ci fa gustare un frutto delizioso, è quello dell´assenza dello Stato che non investe nel settore. Lo Stato che non c´è. Quante volte i siciliani hanno sentito ripetere questa litania, da destra, da sinistra, dal centro, da sopra e da sotto? Quando la classe dirigente regionale non sa risolvere un problema, una volta per negligenza, un´altra per incapacità, spesso per tutte e due le cose messe assieme, e ciò, converrete, è accaduto quasi sistematicamente in Sicilia, ecco che si alza il totem deresponsabilizzante dello Stato assente. Anche questa storia è ormai tempo che raggiunga gli archivi della memoria. Perché il problema è proprio il contrario. In Sicilia lo Stato, oggi come ieri, ha incanalato una valanga infinita di risorse economiche, che negli ultimi tempi sono anche giunte dall´Europa. Il punto è cosa se n´è fatto di quel denaro. Se ha creato sviluppo e sicurezza, quella vera, o se ha foraggiato clientele e potentati vari. Temiamo che la casella da sbarrare sia la seconda. Ai prossimi incendi, quindi, nel momento in cui, parlando con i mezzi di comunicazione, si sentirà di non potere fare a meno di pronunciare la parola «Stato», si faccia una breve pausa di riflessione. Un lungo respiro, se il fumo lo permette, e poi ci si dica cosa hanno fatto, non cosa devono fare con i fondi che già hanno a disposizione e con le iniziative politiche sul territorio che talvolta sono a costo zero, le amministrazioni comunali, provinciali e regionale. Che sono, sino a prova contraria, postazioni istituzionali di primo livello dello Stato italiano.

venerdì 30 maggio 2008

PALERMO, ACCOLTELLAMENTO OMOSESSUALE: NON UNA STORIA DI PERIFERIA

CENTONOVE
30 Maggio 2008
L'ANALISI
SIAMO TUTTI RESPONSABILI
Francesco Palazzo


La vicenda dell’accoltellamento familiare del giovane omosessuale palermitano potrebbe essere letta, com’è, di fatto, avvenuto nel classico modo. Ci troviamo in un quartiere periferico, Brancaccio, anche se la via dove si è verificata l’aggressione, a volere essere precisi, non ricade in quel rione. Ma tutto fa brodo e concorre a dipingere, presso la pubblica opinione, il quadretto del quartiere difficile dove è quasi normale che accada un fatto del genere. Possiamo vederla legittimamente così e archiviare l’evento nel settore “vite impossibili in sobborghi abbandonati”. Oppure si può provare a darne una lettura meno conformistica e, forse, più realistica, andando oltre il mero e certamente grave fatto di cronaca. Allora dovremmo cominciare dicendo che l’omosessualità non è accettata un po’ ovunque. Sia nei quartieri definiti come marginali, sia in quelli contrassegnati dai marchi della centralità geografica, della floridezza economica e della, presunta, apertura culturale e mentale. Sarà capitato anche a voi, come si cantava nell’omonimo film, di sentire, in ambienti diversi, che certo comprendono anche quelli popolari, ma che sovente coincidono con spaccati di vita borghesi, i risolini, le battute, le derisioni, l’avversione, quando la discussione tocca l’argomento dell’omosessualità maschile. Nel corso di conversazioni informali, anche durante incontri più che formali, possiamo vedere il professionista, l’alto dirigente, il medico, l’avvocato o il parlamentare, l’intellettuale impegnato e l’elenco, come sapete, potrebbe essere lungo, districarsi tra un’occhiata complice e un’implicita o esplicita dichiarazione di sarcastico ribrezzo. Il macho con giacca e cravatta, che abita ovunque, che può votare qualsiasi partito e che assume anche le sembianze dello studente universitario vestito come detta la moda e come possono i danarosi genitori o quelle dell’impiegato di fatica del grande magazzino, non accetta, molto semplicemente, che possa esserci un diverso orientamento sessuale. E allora, in determinati momenti, sente l’esigenza dell’espressione scherzosa, che sembra innocua nella forma, ma è corrosiva e violenta nella sostanza. A maggior ragione se viene pronunciata da persone che, per cultura e posizione sociale, sanno bene quanto le discriminazioni si nutrano di tali modalità relazionali e comunicative. Oltre la battuta si avverte l’urgenza di sbandierare la propria spiccata ed esagerata eterosessualità, peraltro molto spesso più raccontata, narrata nei palcoscenici ufficiali, che veramente vissuta. Insomma, dei machi più teorici che pratici, che intendono la sessualità solo in un unico senso. Ma che, in un numero di casi sempre maggiore, come ci dicono le statistiche, non riescono serenamente a vivere la loro dimensione affettiva con il sesso femminile. Detto tutto ciò, va chiarito che la responsabilità penale è sempre personale. E, pertanto, ogni padre che aggredisce e ferisce il figlio che dichiara la propria omosessualità, come accaduto a Palermo, ne risponde ovviamente di fronte alla legge. Tuttavia, lo sfondo dove collocare quanto avvenuto nel capoluogo, che si voglia ammetterlo o no, è ben più ampio di un quartiere di periferia. Ci rimanda a come siamo in quanto uomini, termine in questo caso non inteso nel senso di genere umano, ma nell’accezione di maschio. Non è da trascurare, infatti, che in questo, come in tanti casi, la mamma ha accettato la dimensione sessuale del figlio e abbia cercato di proteggerlo. Non è una regola, perché può verificarsi qualche eccezione. Ma le donne generalmente, al contrario di noi maschi, semianalfabeti in quanto a sentimenti e corporeità, generando la vita, ne conoscono bene la profonda complessità e ne custodiscono ogni espressione. Non ritenendone nessuna estranea alla libera e integrale realizzazione della persona.

mercoledì 28 maggio 2008

Amministrative 2008 in Sicilia: forti uniti, deboli divisi

LA REPUBBLICA PALERMO – MARTEDÌ 27 MAGGIO 2008

Pagina IX
SICILIA ALLE AMMINISTRATIVE CENTROSINISTRA ANCORA DIVISO
FRANCESCO PALAZZO


Il centrodestra vittorioso alle regionali, pur tra i «tormenti» delle tante espressioni che lo costituiscono, è arrivato a una sintesi eleggendo il presidente dell´Ars e componendo il governo della Regione. Due magistrati e nessuna donna al suo interno. Due segnali abbastanza chiari: da una parte si avverte un forte controllo di legalità amministrativa, che evidentemente la politica da sola non è in grado di garantire, dall´altra si evidenzia un´incapacità di valorizzare le competenze dell´universo femminile. Vedremo alla prova dei fatti il nuovo esecutivo. Il centrosinistra, che all´Ars è rappresentato dal solo Pd, adeguandosi alla linea decisa a livello nazionale, si prepara a formare un governo ombra. Può essere una buona idea. Nel prossimo futuro ne misureremo i tempi d´attuazione, che almeno potevano coincidere con quelli già abbastanza lenti della maggioranza, e le modalità d´azione. Anche se il centrosinistra, comprensivo delle parti rimaste fuori dal parlamento siciliano, non ha dato buona prova di sé nell´imminenza della prossima tornata elettorale. In vista delle amministrative di giugno, infatti, i più forti restano insieme e i più deboli si separano. Nel centrodestra si è ripetuto il solito schema. Sulle candidature alle presidenze delle otto Province in cui si voterà, e sulle nomination a sindaco nei tre comuni capoluogo le cui amministrazioni saranno rinnovate (Catania, Messina e Siracusa), Pdl, Mpa e Udc hanno sì litigato, trovando tuttavia alla fine un percorso condiviso e unitario sui nomi da presentare. Il tempo di sistemare tutte le pedine e poi, nelle piazze più importanti, in questo caso le otto province e i tre comuni capoluogo, il piatto di una maggioranza corazzata e coesa è stato servito regolarmente. Distratti come siamo stati dalle turbolenze interne al centrodestra, registratesi all´Ars e a Palazzo D´Orleans, c´è forse sfuggito questo dato politico abbastanza rilevante. Il centrosinistra, che pure avrebbe dovuto velocemente meditare sull´umiliante sconfitta alle regionali, approntando una reazione adeguata sul piano politico-elettorale, si è fatto trovare spiazzato. Più di un mese non è bastato al Partito democratico, a Rifondazione, ai Verdi, ai Comunisti Italiani, alla Sinistra democratica, ai vari partitini e alle espressioni politiche esterne, per trovare un sentiero comune in sei province su otto e in due dei tre importanti comuni prima citati. A parte Palermo e Siracusa, nelle sei province rimanenti e in due comuni di forte peso, il centrosinistra andrà frammentato in due, tre, quattro pezzi. Basta vedere le candidature a presidente nelle sei province. Ad Agrigento si presentano tre nomi. A Trapani troviamo pure tre candidati. Che a Enna salgono a quattro. A Caltanissetta si torna a tre, a Catania ci si divide in due. Così come a Messina. Stesso scenario di lacerazione se consideriamo i candidati a sindaco in due comuni come Catania e Messina. Manco in Emilia Romagna o in Toscana, dove i consensi per il centrosinistra viaggiano su alti numeri, si arriva a tanto. I risultati elettorali, quando i forti rimangono uniti e i deboli si dividono, non ci vuole una fatica sovrumana a rappresentarseli in anticipo. I perdenti, ancora una volta, sono sin troppo annunciati. Non che l´unità garantisca la vittoria, ma perlomeno è una condizione necessaria per provarci. Ma a tale situazione pare che nessuno voglia mettere un punto. Come notava Pippo Russo in un recente editoriale pubblicato da questo giornale, ci sarà sempre tempo per costruire nuovi soggetti politici e altre storie. L´importante è rimanere attaccati, tenacemente e orgogliosamente, ai banchi dell´opposizione.

sabato 17 maggio 2008

Niscemi, Sicilia, Italia: adolescenza oltre la fiction

REPUBBLICA PALERMO - SABATO 17 MAGGIO 2008

Pagina XII
La fiction casalinga degli adolescenti siciliani
FRANCESCO PALAZZO



Dall´omicidio di Niscemi ci tornano tre nomi. Quelli di tre ragazzi dei quali, essendo minorenni, vengono taciuti i dati anagrafici completi. E la foto di una ragazza, Lorena. Di cui viene divulgato pure il cognome. Quasi che la morte, pure quella più orribile, togliesse, una volta per tutte, i veli della discrezione e della protezione. Sono le regole del gioco. Del resto, come si dice in Sicilia, «quannu cc´è lu mortu bisogna pinsari a lu vivu». Atteniamoci, anche noi, a questa cinica massima e pensiamo ai vivi, dei quali conosciamo, appunto, solo i nomi. Ma non direttamente, bisogna farlo per vie traverse, parlando degli altri, di quelli che ora gridano, «via i mostri da noi». Se guardiamo bene, coloro che in un certo giorno potremmo trovarci luttuosamente a identificare come altro da noi, non sono che la risultante dei tanti tasselli della nostra quotidianità. Non è solo una storia siciliana, come è stato detto, riguarda ugualmente tante comunità italiane, molto più centrali economicamente e grandi geograficamente. Il mosaico dei pezzi sparsi, alla fine, si compone nel modo seguente. Gli adolescenti crescono in due mondi paralleli. Quello interno alla famiglia, dove emerge una piccolissima percentuale di ciò che essi sono, sia in termini di linguaggio che di comportamento. Dentro le mura domestiche ai grandi appare tutto sotto controllo, ma solo perché essi probabilmente vogliono credere che così sia. Basta aprire un diario segreto, ascoltare una telefonata da dietro la porta, «sentire» le risposte mute e sorde ai rimproveri, per rendersi conto che gran parte della loro vita, i ragazzi e le ragazze, non la mettono in scena sul palcoscenico familiare. Lì trovano solo il covo sicuro dove tornare, un pasto caldo, la roba stirata, la prima comunione fatta perché così fan tutti, i compleanni, le feste con i parenti e tanto altro che si sopporta. Una specie di fiction infinita. Che viene spezzata, le cui puntate momentaneamente s´interrompono, quando si varca l´uscio per entrare nell´altro mondo. Fatto di scuola, cinema, pizzeria, discoteca, motori e raduni oceanici, il sabato pomeriggio, al centro. In questi luoghi, per i nostri ragazzi, comincia il mondo reale. Cambiano subito il linguaggio. Il casalingo e timido «mi annoia», diventa subito «non me ne frega un c.». Ma accade anche il contrario. Tante volte capita che i professori, nei riguardi di figli o figlie ritenuti apatici perché assenti in casa, formulino giudizi eccellenti per ciò che riguarda il loro profitto e il loro stile relazionale. Non è vero, quindi, che fuori ci sia solo negatività, perversione, bruttezza. C´è chi, sempre in un ambito separato dalla famiglia, riesce a giocarsi al meglio, lontano da quello che ritiene l´oppressivo guinzaglio genitoriale, tutto il positivo che ha dentro. C´è chi, invece, si caccia in labirinti, dove alimenta, purtroppo a volte sino alla tragedia, tutti i lati oscuri della propria mente. Il compito dei grandi, che siano in famiglia, a scuola, in chiesa, nel mondo del volontariato o dove volete voi, è quello di capire che il mostriciattolo si nutre di questa divaricazione che gli adolescenti vivono tra il dentro e il fuori. La capacità dei grandi, ed è un compito presumiamo molto arduo, dovrebbe consistere non nell´abbattere completamente il muro, perché esso serve in una certa misura all´adolescente, ma nell´ammettere che esiste, trasformandolo in qualcosa di meno separante, escludente. Non adattando tutto alla fiction casalinga, che forse piace tanto agli adulti, ma facendo entrare parte di quell´universo esterno, in cui i figli vivono veramente se stessi, dentro il focolaio domestico. Perché se si mantiene la cortina di ferro non resta poi che chiedersi, atterriti: «Come mai i nostri figli sono stati capaci di questo?». Di spegnere, cioè, nel modo più terribile, una ragazza. Che ha capito, senza poter più tornare alla vita, che nel mondo di fuori non c´erano solo sogni e amore, ma anche la crudeltà di alcuni coetanei. I quali sono rimasti intrappolati, forse per sempre, oltre il muro della fiction.

martedì 13 maggio 2008

Nè con la mafia, nè con lo Stato. Uno slogan alla luce del sole.


LA REPUBBLICA PALERMO - MARTEDÌ 13 MAGGIO 2008

Pagina XV
Uno striscione fuori luogo al corteo per Impastato
FRANCESCO PALAZZO


Al corteo del 9 maggio per il trentennale dell´omicidio di Peppino Impastato, nella strada da Terrasini a Cinisi, spiccava tra gli altri un mastodontico striscione di un centro sociale su cui c´era incredibilmente scritto: «Né con la mafia, né con lo Stato». Frase che ricorda quella tragica degli anni Settanta, «Né con lo Stato, né con le Br». Da allora tanta acqua è passata sotto i ponti, oggi nessuno si sognerebbe più di portare in piazza un simile pensiero. Ora, ci rendiamo conto che la questione principale sarebbe quella di capire perché dei ragazzi e delle ragazze pensino e innalzino alla pubblica visione una convinzione di questo tipo. Ma non ci facciamo illusioni, se provassimo a chiedere, difficilmente otterremmo risposte appena comprensibili a un´intelligenza media. Forse non lo sanno neanche loro il senso di quella frase. Suona bene, e siccome corrisponde a una certa visione manichea della politica che professano, ecco che il messaggio è pronto per ricordare una vittima di mafia come Impastato. Che trenta anni addietro versò il suo giovane sangue proprio per stare dalla parte dello Stato e della legalità. Ma a pensarci meglio, non è questo l´aspetto della vicenda che più preoccupa. Aspettando davanti la Casa Memoria di Cinisi, dove sino a qualche anno fa abitava Felicia, la mamma di Peppino, abbiamo visto arrivare migliaia di persone. Tra le quali c´erano parlamentari, sindaci, esponenti di associazioni, sindacalisti, scout e tantissime altri soggetti, da soli o in piccoli gruppi. Tutta gente che tra Stato e mafia sa ovviamente da che parte stare. Non c´è neanche bisogno di sottolinearlo. Come mai nessuno tra le migliaia di presenti, da Terrasini a Cinisi, cioè in un percorso abbastanza lungo, ha avuto la prontezza, o se volete il coraggio, di convincere quel gruppo di giovani che quel messaggio proprio non poteva trovare spazio? È vero che in una manifestazione pubblica ognuno deve essere libero di esprimersi come meglio crede, senza coercizioni e censure particolari. Ma c´è un limite a tutto. Sul perché a quello striscione è stato permesso di percorrere vari chilometri senza problemi, si possono avanzare due ipotesi. La prima, tanto banale quanto inverosimile, è che il messaggio impresso in quel lungo pezzo di stoffa non sia stato proprio visto dai partecipanti al corteo. L´altra ipotesi è che quasi tutti abbiano visto lo striscione e abbiano letto bene e capito perfettamente lo slogan che conteneva. Ma abbiano preferito, chissà per quali motivi, ognuno avrà avuto il suo, sicuramente con faccia sdegnata, di voltarsi dall´altra parte e di non intervenire. Tanto da permettere a coloro che propagandavano allegramente l´equidistanza tra mafia e Stato di arrivare alla porta dei Cento Passi.

sabato 10 maggio 2008

Quanto conta a Roma la Sicilia dei ministri?


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 10 MAGGIO 2008

Pagina XIII
Sicilia, tanti ministri poco peso politico
FRANCESCO PALAZZO


Molti osservatori hanno commentato favorevolmente la nomina nel governo Berlusconi dei ministri siciliani, oltre che la presidenza del Senato andata a un palermitano. Al quadro si aggiungono alcuni incarichi minori ma di peso all´interno dell´esecutivo, sempre riguardanti esponenti politici siciliani. Se ci fermiamo ai numeri, e all´importanza delle cariche, a prima vista appare evidente che rispetto al centrosinistra appena spodestato prima dalle proprie incapacità e poi dagli elettori, i parlamentari isolani siano stati trattati molto meglio. E ciò è valso pure per le liste della Camera. I nomi imposti da fuori regione in posizioni sicure sono stati molti nel Partito democratico, tanto da creare profondi malumori. Mentre nel Popolo delle libertà solo i leader nazionali hanno guidato, per fare da traino, le liste. Se però ci ragioniamo un po´ sopra potremmo vedere la situazione in maniera sensibilmente diversa da come appare. Per due ordini di motivi. Il primo riguarda la scelta delle persone, il secondo il peso politico generale che oggi la Sicilia rappresenta a Roma. La compagine siciliana che sta occupando posti di assoluto rilievo a Roma non è il frutto diretto della politica espressa nella nostra regione dagli esponenti politici prescelti. Si tratta di scelte effettuate esclusivamente nella capitale, che s´inseriscono in quello che molti hanno già battezzato come il governo del presidente Berlusconi. Il quale ha voluto, com´è giusto che sia in una repubblica che è ancora parlamentare nella forma, ma presidenzialista nella sostanza, tutta gente molto vicina al suo modo di pensare e vivere la politica. Vedremo come questi nostri conterranei sapranno espletare le loro funzioni. Sul peso politico generale della Sicilia dentro la cornice appena uscita dalle urne, le considerazioni devono essere svolte su due realtà: l´Udc di Cuffaro e il Movimento per l´autonomia. I quali, detto per inciso, nella nuova Assemblea regionale costituiscono, con ventisei deputati, una minoranza non in grado di fare la voce grossa. Torniamo al quadro politico nazionale. Per quanto riguarda l´Unione dei democratici cristiani, la buona percentuale conseguita nell´isola dalla forza elettorale cuffariana, in conseguenza del distacco di Casini da Berlusconi, conta ben poco in parlamento. Se le due coalizioni maggiori, come sperava l´Udc, fossero giunte quasi appaiate al traguardo, l´Udc poteva essere il famoso ago della bilancia. In tal caso il consenso siciliano dell´Udc sarebbe balzato in primo piano. Ma le cose sono andate diversamente. Stesso ragionamento si può fare per il movimento autonomista. Che, al contrario dell´Udc, si è imparentato con il Pdl, prendendo probabilmente più di quanto ha dato in termini di voti. Se prendiamo il Senato, possiamo vedere che i due seggi ottenuti dall´Mpa in Sicilia sono stati possibili solo grazie all´alleanza di Lombardo con Berlusconi. Infatti, lo sbarramento dell´8 per cento regionale previsto dalla legge elettorale, non sarebbe stato raggiunto dagli autonomisti se fossero andati da soli. Si sono infatti fermati al 7,86 per cento. A prescindere dai numeri, è pacifico che l´esecutivo nazionale sia a trazione leghista. L´Mpa non ha ottenuto, peraltro, il ministro che chiedeva. Ciò avrebbe segnato un punto a favore della Sicilia, più della nomina dei ministri siciliani targati Pdl. È vero che il presidente della Regione siede nel Consiglio dei ministri in certe occasioni. Non può però sfuggire che è ben diverso dall´avere un ministro autonomista in pianta stabile che parli a tutto il Paese. Insomma, nella forma la Sicilia adesso conta molto più di prima nel mondo politico italiano. Ma nella sostanza, che è poi l´unica che conta in politica, non sembra che i nuovi equilibri abbiano messo al centro la nostra regione. Forse nei due anni scarsi del governo Prodi c´erano meno lustrini e più attenzione, magari solo potenziale e comunque incompiuta vista l´interruzione molto prematura della legislatura, nei confronti dell´Isola.

venerdì 9 maggio 2008

Il tranquillo mercato siciliano dell'insicurezza

CENTONOVE
9 MAGGIO 2008
LA SICUREZZA? PASSA ANCHE DAI POSTEGGIATORI ABUSIVI
di Francesco Palazzo



Altrove, pure nella lontana Londra oltre che a Roma, si vincono le elezioni agitando, spesso strumentalmente, il tema della sicurezza dei cittadini. Al nord la Lega ha spopolato sulla questione alle recenti politiche. Le maggioranze, locali o nazionali, diventano minoranze anche perché ad esse vengono addebitate, a torto o a ragione, le paure percepite, vissute o indotte. In Sicilia la stessa parte politica continua a prendere il banco del potere nonostante la profonda insicurezza, molto concreta e palpabile, che caratterizza la nostra regione. Da noi l’ambito della sicurezza dovrebbe farla da padrone, vista la presenza invasiva della criminalità organizzata e l’esistenza di un tessuto sociale fortemente permeato d’illegalità, fenomeni che non stanno in cielo, ma che incidono giornalmente e direttamente sulla vita dei cittadini. Ma l’insicurezza non crea problemi alla stragrande maggioranza degli abitanti dell’isola. O, quantomeno, non al punto da incidere sui gusti dell’elettorato attivo e sulle proposte politiche di quello passivo. Dalle nostre parti, coloro che eleggono e quanti si propongono nelle gare elettorali, senza volere generalizzare ma pensando di cogliere un orientamento abbastanza ampio, è come se agissero nel posto più quieto del mondo. Si è come creata una sorta di assuefazione all’insicurezza. Che molti popolosi quartieri delle città siciliane siano ancora sostanzialmente sotto il controllo delle cosche, che impongono pizzi e sovrintendono ai normali flussi della vita, non è un fatto che mina la tranquillità della maggioranza dei siciliani. E ciò succede ora, che di morti per le strade ve ne sono di meno, ma si verificava pure nella prima metà degli anni ottanta del secolo scorso, quando invece il sangue scorreva a fiumi a causa della seconda guerra di mafia. I flussi elettorali in Sicilia, in quel periodo lontano come in questo vicino, andavano e vanno sempre in una direzione. Anche per quanto riguarda l’altro aspetto dell’insicurezza, quello meno legato all’azione dei mafiosi, si assiste al perpetuarsi dello stesso meccanismo. Due soli esempi. Palermo è invasa dai posteggiatori abusivi, che controllano tutte le zone dal loro punto di vista più lucrose. Prendete un ristorante tra i più in vista del capoluogo, frequentato dall’alta borghesia palermitana. Il parcheggio adiacente è ogni sera invaso da auto costosissime, da cui vengono fuori pezzi consistenti di classe dirigente del capoluogo. Pensate che percepiscano come un attentato alla loro serenità l’imposizione di sganciare il pizzo al parcheggiatore abusivo? Per niente, pagano, sorridono e s’intrattengono amabilmente col “professionista” con cappellino e fischietto. E’ un modo come un altro di fare dell’insicurezza uno stile di vita tacitamente condiviso, da non far pesare sulla bilancia delle scelte politiche. Tale esempio si potrebbe unire a quello che riguarda un’altra classe sociale, ben lontana dalla precedente, quella dei lavoratori in nero, spaccato molto ampio del mondo lavorativo regionale. Anche in tal caso, l’insicurezza dei lavoratori senza diritti è metabolizzata come un fatto quasi normale. Non sarebbe razionale attendersi che lo strumento primario per reagire dovrebbe essere quello del voto? Invece niente, nessuna ribellione è depositata dentro le urne. Anche da parte di coloro che un lavoro non riescono a trovarlo neanche in nero. A ben pensarci, quelli descritti, e la lista potrebbe essere molto lunga, sono spaccati di vita sociale ben più gravi, perché quotidiani e strutturali, dello stupro compiuto dallo straniero o del nervosismo dei lavavetri ai semafori. Possiamo ben dire che nell’isola si è creato nel tempo una sorta di mercato regionale dell’insicurezza. All’interno del quale ciascuno, evidentemente, riesce a ricavare quel tanto di personalissima, egoistica e clientelare sicurezza. La quale, lungi dal mettere in discussione il sistema, lo rafforza sempre più. Insomma, anche in questo fondamentale ambito della vita associata la nostra “specialità” si conferma ancora una volta.

sabato 26 aprile 2008

Centrosinistra in Sicilia: il timone ai più votati


LA REPUBBLICA PALERMO - SABATO 26 APRILE 2008

Pagina XXIII
CANDIDATURE DEL PD, IN CAMPO I PIÙ VOTATI
Per le prossime amministrative il centrosinistra faccia compiere le scelte a coloro che sono già stati promossi alle urne
FRANCESCO PALAZZO


Il centrosinistra ricomincia dopo l´umiliante sconfitta alle regionali in vista delle elezioni di giugno. L´intendimento del Partito democratico, oltre che organizzare un´assemblea per meta maggio, è quello di candidare i dirigenti. Italia dei valori e l´ex Sinistra arcobaleno vogliono riaffidarsi alle primarie, per individuare i candidati presidenti e sindaci per le otto province e per i centoquarantacinque comuni in cui si voterà. Nel frattempo Rifondazione comunista e Comunisti italiani hanno deciso di rispolverare la falce e il martello, simbolo che, come sappiamo, in Sicilia trascina da sempre consensi a palate. Stesso ritorno al passato annunciano i Verdi. La Sinistra democratica, ossia il pezzo degli ex Ds che non ha aderito al Pd, si trova in mezzo al guado. Probabilmente molti di quelli che la compongono, svanita al momento la possibilità di costruire qualcosa a sinistra, torneranno alla casa madre. Rita Borsellino prosegue - almeno per ora - con il movimento "Un´altra storia" e con i cantieri. Esperienze assolutamente di spessore. Che però sia nel 2006 sia alle elezioni regionali appena concluse, non hanno dimostrato di essere la soluzione al vero problema del centrosinistra, costituito dal presentare sempre liste complessivamente molto deboli. Per tentare una qualche reazione c´è bisogno di incrementare da subito il bagaglio dei consensi. Ci vogliono i voti e per ottenerli il centrosinistra non può andare, come sta cominciando a fare, in ordine sparso. Non è facile, del resto, metabolizzare un tracollo come quello appena subito. Ci vorrebbe più tempo e di tempo non ce n´è. Già il Popolo delle libertà, l´Udc di Cuffaro-Casini e gli autonomisti, sicuri di rivincere con percentuali stratosferiche, hanno cominciato a spartirsi non le candidature, ma direttamente le presidenze delle province. Allora bisogna capire se i rimedi che i pezzi del centrosinistra siciliano mettono sul piatto della politica servono alla bisogna. Per rispondere a tale punto di domanda può servire una banale riflessione. Ormai i partiti sono dei contenitori elettorali. Più che gli iscritti, la cui mobilitazione propagandistica è circoscritta alle campagne elettorali, contano i candidati più accreditati e, ancor più, gli eletti nelle assemblee rappresentative. Nel recentissimo voto regionale, in ogni provincia, nel Partito democratico, nella Sinistra arcobaleno e in Italia dei valori, vi sono stati molti soggetti premiati dalle urne. Si trovano con le macchine elettorali ancora in movimento, diffusi contatti con la società siciliana, che li hanno portati a essere eletti o ad avere ottime affermazioni personali. Si affidino i partiti a questi individui. Facciano loro le liste e decidano le strategie migliori per la propaganda politica. Visto che sanno come fare, può essere che riescano a mettere in piedi dei percorsi elettorali, diversi per singola provincia, in grado di intercettare quello che in democrazia è il bene primario, ossia il gradimento del corpo elettorale. Per fare un´operazione di questo tipo non ci vuole molto, basta scorrere le liste per l´Assemblea regionale abbinate alle preferenze individuali, provincia per provincia e comune per comune. È un lavoro di qualche giorno, se non di poche ore. Dovrebbe essere chiaro a tutti, sia a coloro che saranno rappresentati a Palazzo dei Normanni, sia a quelli che ne sono rimasti fuori, che la dimensione della botta subita richiede provvedimenti urgenti e inediti. Per uscire dal baratro, non aiutano né le assemblee da psicoanalisi collettiva né il rispolverare vecchie strade. Non è utile nemmeno candidare i dirigenti di partito non in grado di portare valore aggiunto in termini di voti. Tantomeno serve agitare la carta delle primarie. Chi le propone dovrà convenire che già si sono svolte nei due giorni di aprile in cui si è votato, con una partecipazione che nessuna elezione primaria potrà mai eguagliare. Dal voto regionale va tratta la nuova classe dirigente. Solo coloro, e non sono pochi, che hanno il consenso dei siciliani hanno qualche chance per ricominciare. È molto probabile che con tale cambiamento di rotta si riesca a scorgere nella lunga notte del centrosinistra siciliano pure qualche alba.

venerdì 25 aprile 2008

Elezioni, come è andata in Sicilia

CENTONOVE
25 4 2008
SOS PER I COCCI DELLA SINISTRA
di Francesco Palazzo



Un manifesto del centrosinistra, apparso dopo le dimissioni di Cuffaro, diceva “Sereni, voltiamo pagina”. Non sappiamo se i siciliani siano oggi meno sereni, sicuramente non hanno voltato pagina. Siamo davanti ad una vittoria chiara del centrodestra, che per le regionali raggiunge dimensioni da cappotto. Il trionfo di Lombardo non ha precedenti. Neanche il voto disgiunto ha scalfito più di tanto la sua percentuale. In Sicilia ci sono tanti vincitori, e stanno tutti dalla parte del centrodestra. Con una legge elettorale maggioritaria avremmo registrato, come nel 2001, un altro 61 a zero. Alle politiche spopola il Popolo delle Libertà, che aumenta di molto i consensi che avevano AN e Forza Italia. Vince Salvatore Cuffaro, confermando il dato dell’UDC alla Camera e superando l’otto per cento al Senato. Non era scontato. Vince a metà il Movimento per l’Autonomia. Ottiene una discreta affermazione alla Camera, forse un po’ meno del previsto, e rimane non centrale il suo ruolo nel voto per il Senato. Il PDL avrebbe conseguito il premio in seggi anche da solo. E’ la Lega che condizionerà il governo di Roma, non il movimento autonomista. Alle regionali gli autonomisti non raggiungono lo sbarramento del 5 per cento per due delle tre liste presentate. Il voto siciliano ci da i vincitori e gli sconfitti. Al Senato perde rispetto alla volta scorsa Italia dei Valori. Alla Camera non raggiunge il risultato del 2006 in Sicilia occidentale e lo supera di poco in quella orientale. Perde il Partito Democratico. Nel 2006 era ripartito nelle due forze che l’hanno costituito, DS e Margherita, mentre viaggiavano a parte i radicali, che in queste elezioni erano dentro. Si può dire che il Partito Democratico al Senato, di fatto, pareggia la quota che due anni addietro raggiunsero separati DS, Margherita e Radicali. Stessa considerazione si può fare se guardiamo le due circoscrizioni siciliane della Camera, anche se PD e radicali tengono solo nella Sicilia occidentale, mentre nella parte orientale c’è un sensibile calo. L’elettorato siciliano non ha premiato il partito di Veltroni. Perde di brutto la Sinistra Arcobaleno. Al Senato e alla Camera lascia per strada due terzi di elettorato. Se teniamo in considerazione che oltre Rifondazione, Comunisti Italiani e Verdi, poteva contare sull’apporto di una grossa fetta di ex diessini siciliani non entrati nel PD, la sconfitta diventa davvero totale. Tornando alle regionali, il dato delle liste del centrosinistra è drammatico, con una percentuale complessiva ancora più scarsa delle regionali del 2001. Dovuta sostanzialmente, oltre che all’ennesimo arretramento della sinistra radicale, al fatto che il PD perde più di sette punti rispetto al 26 per cento che DS e Margherita presero nel 2006. Qui c’entra poco il candidato alla presidenza. E’ inutile fare confronti con il 2006, il quadro politico è completamente mutato. E’ fuorviante rimpiangere le primarie non fatte. Con Rita Borsellino al posto della Finocchiaro, l’esito finale non sarebbe mutato. Basta guardare la percentuale siciliana della Sinistra Arcobaleno. Pur rafforzata dal movimento Un’altra storia, che fa capo alla Borsellino, non arriva al cinque per cento. Cinque forze politiche, quasi cinque punti. Questo risultato testimonia pure una debolezza elettorale del movimento politico Un’altra storia. Sul voto regionale, più di tutti, sta riflettendo Anna Finocchiaro. Seppure legata a una coalizione anemica sino all’estremo, perde oltre ogni più nera aspettativa, non riuscendo a trainare neppure il consueto voto d’opinione, cosa riuscita nel 2001 a Orlando, nel 2006 alla Borsellino e oggi a Sonia Alfano. La Finocchiaro, se vuole costruire politica nella sua terra, dovrebbe optare per il seggio regionale, candidandosi a guidare il partito democratico nell’isola. Il centrosinistra in Sicilia, per sintetizzare, ha due enormi problemi. Dovrà rivedere la strutturazione del Partito Democratico, con una classe dirigente più capace di andare oltre gli angusti steccati che il PD ha piantato in Sicilia. Deve riprendere i cocci della sinistra estrema. Questo è un piano di lavoro ancora più complicato del primo. Il tutto diviene più difficile se si pensa che a giugno si voterà per otto delle nove province siciliane e in tantissimi comuni. Al centrodestra il governo della Sicilia, ancora una volta. Vedremo se proseguirà nel vecchio solco o se saprà porre qualche elemento di discontinuità rispetto al recente passato.

venerdì 18 aprile 2008

Elezioni Regione Siciliana 2001-2006-2008: debolezza cronica dell'estrema sinistra


LA REPUBBLICA PALERMO - VENERDÌ 18 APRILE 2008

Pagina I
L´analisi
Sinistra, le radici di una bocciatura
FRANCESCO PALAZZO



Le vittorie hanno molti padri, le sconfitte nascono orfane. Non sfugge a questa regola la disfatta del centrosinistra alle regionali. Che non giunge a sorpresa dopo altre vittorie stravolgenti, ma segue le sconfitte alle regionali 2006 e 2001. Le tre elezioni hanno presentato dinamiche diverse, pur concludendosi tutte con lo stesso epilogo. Tre personalità molto differenti tra loro, Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro, ci hanno provato, portando a casa ben poco, perché poco hanno ricevuto dalle liste che sostenevano le loro candidature. Certo, si può discettare all´infinito su chi ha perso meglio, così com´è giusto notare che le tre tornate regionali si sono svolte in periodi politici molto diversi. Il 2001 fu l´anno del 61 a zero in Sicilia per le elezioni nazionali. Il candidato Orlando scontò pesantemente tale quadro politico. Nel 2006 il pendolo, dopo cinque anni di governo del centrodestra, tornava verso il centrosinistra. Rita Borsellino si trovò ad avere dalla sua tale modifica del panorama elettorale e tuttavia perse comunque. Si deve notare che quello era il momento in cui si poteva concretamente sperare per il centrosinistra in un risultato diverso. Adesso la candidata Finocchiaro si è trovata a gestire un´elezione regionale successiva al tracollo politico del governo Prodi e della sua maggioranza. E alla Regione è andata come sappiamo, nessuno si aspettava un altro risultato. È ovvio che non c´è solo il panorama nazionale. Esso ha un peso importante, ma ci sono anche le dinamiche regionali che alla fine sono decisive. Vediamo cosa ci dicono i numeri elettorali principali del 2001, 2006 e 2008 relativamente al centrosinistra. Nel 2001 l´estrema sinistra (Partito dei comunisti italiani e Rifondazione) prese il 3,6 per cento contro un 22,6 per cento di Ds e Margherita. Nel 2006 Ds e Margherita arrivarono al 26 per cento e Uniti per la Sicilia, contenente tutta l´estrema sinistra, superò di poco lo sbarramento del 5 per cento. Se consideriamo che allora c´era dentro Italia dei valori, possiamo ben concludere che da quel 3,6 per cento non ci si era spostati. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile la storia si è ripetuta, la Sinistra Arcobaleno giunge al 4,9 per cento, ma rafforzata dalla presenza di Rita Borsellino, dal suo movimento "Un´altra storia", che si aggira comunque su numeri molto scarsi, e dalla parte molto consistente dei Ds siciliani che non hanno sposato la causa del Partito democratico. A essere molto generosi, possiamo dire che quel 3,6 per cento viene confermato. Insieme, questa volta, a un mezzo flop del Partito democratico. Il quale, rispetto ai Ds e alla Margherita del 2006 e allo stesso voto per la Camera, lascia sul campo da sei a sette punti. Ora è abbastanza comprensibile che dentro il Pd si apra un ragionamento molto profondo e critico sul voto regionale. Ma è a tutti evidente che la gamba che è sempre mancata nelle tre elezioni regionali, svoltesi con la stessa legge elettorale e pertanto omogenee come dati elettorali, è quella della sinistra non riformista, il cui angusto orizzonte in Sicilia è costituito dal no al ponte e ai termovalorizzatori. Nessuno, né Orlando, né la Borsellino, né tantomeno la Finocchiaro, avevano molte chance con una delle due gambe che non arriva neanche al 4 per cento. Per capire meglio di cosa parliamo, basta mettere in evidenza che tra le liste del centrodestra nelle tre tornate regionali, i raggruppamenti che hanno raggiunto tale percentuale si sono posizionati al sesto posto nel 2001, al quinto nel 2006 e al quarto adesso. In altre parole. Ciò che nel centrosinistra costituisce la struttura portante della coalizione, nel centrodestra è composto da liste composte all´occasione, di secondaria importanza. Se così stanno le cose, è facile comprendere come il dato evidenziato sia di lungo periodo. E che non c´entrano niente il voto utile, il presunto cannibalismo del Partito democratico o l´inconsistenza odierna della Sinistra Arcobaleno. C´entra molto, invece, l´incapacità di una parte della società politica e partitica siciliana di costruire una forza che possa presentare stabilmente un conto elettorale a due cifre, intorno al 15 per cento. Sino a quando non ci sarà questa opportunità, primarie o non primarie, candidature prestigiose o meno, vi sarà poco da raccogliere nel centrosinistra e molto su cui polemizzare inutilmente.

domenica 13 aprile 2008

Elezioni 2008: Sicilia al voto con più disicanto del 2006

Il voto siciliano di oggi e domani sarà l’epilogo di una campagna elettorale che, almeno nell’isola, non ha molto entusiasmato. Nelle precedenti elezioni regionali e nazionali del 2006 il clima dei mesi precedenti il voto era molto diverso. Perché diverse e più radicali erano le sfide. Nel paese, il duello Berlusconi – Prodi, in assenza di altri contendenti (questa volta siamo arrivati a contarne quindici), fu visto anche dai siciliani, a torto o a ragione, e forse al di là dei contenuti programmatici, come una reale contrapposizione tra due modi di intendere la politica. La contrapposizione odierna Berlusconi-Veltroni, a parte che la ristretta cerchia di siciliani che vivono di politica e per la politica, non ci pare che abbia provocato in Sicilia forti scosse emotive. Se valgono alcune personali verifiche, la gente comune, giovane e anziana, istruita e colta, ha persino difficoltà a individuare nella scheda i simboli delle nuove formazioni maggiori, PDL e PD. Ma probabilmente l’annacquamento della campagna per il voto politico nella nostra regione è stato anche determinato dalla contemporanea, imprevista e inedita chiusura della legislazione regionale. Per la prima volta i portoni di Palazzo dei Normanni e di Palazzo D’Orleans hanno chiuso i battenti anzitempo. Un accadimento, a suo modo, storico. Se ormai alla politica si potesse applicare questa chiave di lettura e non invece quella della cronaca, che le è più congeniale, visti i fatti sin troppo ordinari che registriamo in Sicilia. E ciò lo diciamo perché abbiamo avuto la sensazione che tale soluzione di continuità rispetto al passato, che doveva a nostro avviso provocare uno scontro elettorale all’insegna del cambiamento epocale, sia stata subito metabolizzata. Ciò ha riguardato in primo luogo i partiti, che ormai non sono altro che la somma delle squadre che si raccolgono attorno ai più forti candidati. Non so se ricordate, nelle ultime settimane, qualche dichiarazione significativa dei segretari regionali delle formazioni politiche. I partiti scompaiono sempre più dalla scena, per far posto ai ras del voto e ai candidati alla poltrona più ambita, quella di presidente della regione. Ma anche in quest’ambito, non ce ne vogliano i cinque contendenti in lizza, ci è parso di registrare, soprattutto tra i due maggiori candidati, toni e argomenti che non sono stati in grado di mobilitare il cuore e il cervello dei siciliani. Che ormai si entusiasmano solo per i singoli candidati all’assemblea regionale, i quali, evidentemente, sono in grado più concretamente di dare risposte, come si diceva una volta, ad interessi immediati e personali, leciti o clientelari, e dunque illeciti, che siano. Ci sbaglieremo, ma abbiamo l’impressione che alla stragrande maggioranza dei siciliani importi poco se vincerà Lombardo, come molto probabile, o la Finocchiaro. Moltissimi festeggeranno se il loro onorevole ce la farà ad “acchianare” e a portare a compimento le promesse che immancabilmente avrà fatto, se non a tutti certo alla maggior parte dei suoi elettori. Del resto, per avere una conferma che tale sia la tendenza, bastava vedere venerdì sera la folla da stadio che in un locale palermitano stava in febbrile attesa di un candidato del centrodestra. Traffico bloccato, cori da curva e giochi di fuoco. Manco fosse Obama. Questa è una tendenza di lungo periodo. Tuttavia, nel 2006, più che adesso, molte attese si trasferirono sui due candidati, Cuffaro e Borsellino, molto più diversi, nella sostanza, di quanto non lo siano ora, in quanto ambedue provenienti da lunghe militanze politiche, Raffaele Lombardo e Anna Finocchiaro. Abbiamo, perciò, l’impressione che i siciliani che oggi e domani si recheranno alle urne per decidere sulla guida politica dell’Italia e della regione, lo faranno con molto più disincanto e meno attese dell’ultima volta.

sabato 12 aprile 2008

LEGGE ABORTO: L'IDEOLOGIA E LA REALTA'

Sebbene sia oggi un giorno di silenzio elettorale e di valutazione, anzi proprio per questo, può essere utile riflettere su un fatto accaduto negli ultimi giorni di campagna elettorale. Anche a Palermo il comizio di Giuliano Ferrara, leader della lista “Aborto? No grazie”, ha causato disordini. Con lanci di uova, pomodori, accensione di fumogeni e slogan di antico conio. L’incontro di martedì si è svolto grazie alle forze dell’ordine, che hanno tenuto a bada i manifestanti, non più di trenta. L’otto marzo, festa della donna, sempre nel capoluogo è accaduto un fatto simile. Alcune militanti del PD e della CGIL, che senza dubbio difendono pienamente la legge 194, sono state aggredite verbalmente. Torniamo a Ferrara. Che in una democrazia una persona non possa avere la possibilità di esprimersi liberamente, senza che sia costretto a muoversi in uno stato d’emergenza, è una cosa gravissima. E sarebbe ancora più grave se i trenta palermitani volevano rappresentare, come immaginiamo, pezzi della sinistra politica. Dove dovrebbe essere fuori discussione l’opportunità per tutti di potersi muovere serenamente nello scenario politico, soprattutto se ci si trova a pochi giorni dalle elezioni. Ogni forma di critica va salvaguardata. Ma un conto è esporre un cartello di protesta, un altro è volere impedire lo svolgimento di un incontro. Detto ciò, due considerazioni e una constatazione. In primo luogo, è giusto chiedersi per conto di chi si agitavano quei ragazzi e quelle ragazze che hanno preferito gridare piuttosto che confrontarsi civilmente. Avendone le occasioni, gli spazi e, speriamo, anche gli argomenti. Forse rappresentavano le donne che ricorrono dolorosamente all’aborto? Volevano per caso rendere evidente il disagio delle siciliane? Le quali, come riportato il 27 marzo su Repubblica Palermo da Vincenzo Borruso, si rivolgono, per un buon quaranta per cento delle interruzioni di gravidanza ufficiali, al mercato clandestino. Oppure passano lo stretto per affrontare questo momento delicatissimo in altre regioni. No, le persone che lanciano ortaggi hanno un approccio ideologico, fuori tempo massimo, a un problema serio. Un ideologismo che non porta a misurarsi, in concreto, con una legge che in Sicilia è applicata male. Tanto che, come riportato sempre da Borruso, le adolescenti e le donne in età feconda che si rivolgono ai consultori costituiscono una piccola minoranza, per insufficienza di strutture e carenza di personale sanitario. Seconda considerazione. Uno stato laico deve avere la forza di ridiscutere su tutto. Tanti sostengono che la legge regolante l’aborto andrebbe applicata in tutte le sue forme. Quasi nessuno mette in discussione la norma, che costituisce il male minore, e non si vuole calpestare l’autodeterminazione delle donne. Ma una cultura riformista, ha diritto di affermare che l’aborto non può essere concepito come un semplice metodo contraccettivo? Noi pensiamo di sì. Il concetto della laicità deve espandersi a tutto campo, non possono esistere santuari laici intoccabili. Infine, una presa d’atto. Diversamente da quanto accaduto altrove, leggendo i giornali che in questi giorni hanno dato conto dei fatti regionali, non ci è parso di notare dichiarazioni sull’accaduto da parte dei tantissimi candidati alle elezioni. I quali, tra un brunch e un party, hanno trovato il tempo di fare e dire tante cose. Niente hanno detto neppure i difensori, evidentemente a giorni alterni, della democrazia che albergano nella società che si muove fuori dai partiti. Come se per tutti fosse normale, e non lo è affatto, che una manifestazione elettorale possa svolgersi in un clima da guerriglia.

venerdì 11 aprile 2008

VIA DALLA SICILIA, CERVELLI IN FUGA

CENTONOVE
11 APRILE 2008
GOODBYE SICILIA INGRATA
Francesco Palazzo



La sua lettera è stata inviata ai giornali e ad alcuni siti dei candidati alle elezioni politiche e regionali. E’ apparsa sull’edizione nazionale di un grande quotidiano il 29 marzo. Il caso non è nuovo. Parla di un’ordinaria storia di fuga dalla nostra terra. Molti vanno via in silenzio, altri, come Rossella Amato, vogliono almeno lasciare una traccia pubblica del loro gesto, un po’ come gettare la classica bottiglia in mare con dentro un messaggio. Poiché siamo vicinissimi al voto, ci pare che questa vicenda dica molto di più dei tanti programmi elettorali scritti sulla sabbia e dei manifesti con i faccioni che parlano di lavoro, libertà e famiglia. Nella lettera dice di avere, oltre che un nome e un cognome, anche un compagno e un figlio, una laurea, un dottorato di ricerca e venti anni di esperienza. Ma “non basta per questa terra, la Sicilia, perché io non appartengo a nessuno”. Dove si trova adesso l’architetto paesaggista Rossella Amato che ama Gesualdo Bufalino? “In questo momento vivo a Parma – ci dice al telefono - ma ora andrò a Roma, sono in contatto anche con altre regioni, oggi ad esempio sono a Milano”. E se andasse male? “C’è sempre la possibilità di andare fuori dall’Italia, in Spagna, ad esempio ci sono molte possibilità”. Al nord non ci sono proprio problemi? ”No, non è così, se sei un operaio va bene, se esibisci una qualifica più alta è molto più complicato. Poi c’è la questione dell’età, io l’ho eliminata dal mio curriculum”. A 43 anni, età in cui in Sicilia si vive ancora con mamma e papà, al nord ti ritengono già vecchia. Guai poi ad avere un curriculum molto ampio, bisogna ridurre anche quello. “Solo che quì – sottolinea la Amato - almeno ì colloqui nel privato sono delle cose serie, il centro per l’impiego funziona, nessuno si permette di chiederti a chi appartieni”. Laureata a Palermo, ha fatto il dottorato in città, poi una serie di esperienze. Tra il 2001 e il 2003 lavora in Toscana e in Umbria, nasce un figlio. A Palermo restano i genitori e una sorella. L’altra è a Roma da parecchi anni. “All’inizio la criticai, ora ho capito il senso e la necessità della sua scelta”. Nel 2003 sente forte il richiamo della sua terra. “Ho cercato di riprendere i contatti con l’università ma è stato impossibile, ho ottenuto qualche consulenza, poi il buio”. Il suo compagno è umbro, adora la Sicilia, ma non vuole sentirne parlare più, verrà solo per le vacanze. “In realtà - rileva l’architetto - bisogna fare delle distinzioni tra le diverse parti della Sicilia. Nel modicano, a esempio, la realtà produttiva è ben diversa, ma ancora caratterizzata da assetti proprietari familiari troppo legati al locale”. Lei è specializzata nel settore dei programmi comunitari che riguardano il territorio: riqualificazione urbana, centri storici e sviluppo sostenibile. “In Sicilia se il privato guarda solo al contesto locale, senza misurarsi con la globalizzazione, è inutile che si lamenti. Altrove qualunque azienda guarda e interagisce almeno con il mercato europeo”. Assicura di averne incrociati tanti di colleghi che sono rimasti giù, che si arrabattano e non fanno il loro mestiere. “La Sicilia è una terra straordinaria, non si può lasciare in mano a poche persone, una risorsa di tutti è diventata un affare per pochi”. Afferma con sicurezza che la sua è una scelta definitiva, non tornerà più. “In Sicilia bisogna lottare anche per le cose normali. Non puoi fare finta che va tutto bene perché ci sono il sole e il mare. Da quando sono qui, non ho mai preso l’automobile per i miei spostamenti”. Una parte della lettera dice: “L'esilio di necessità trasmette tutta l’amarezza di un sud geniale e incolto. Il tempo umano non è bastato a migliorare il triangolo galleggiante, bisogna forse aspettare un tempo geologico, una nuova era glaciale che azzeri tutto per poi ricominciare”. E finisce. “A voi gente di cultura, che intendete dare un nuovo volto alla Sicilia, cercate tra la folla i nuovi emigranti, scovateli tra i mille sguardi appassiti sotto un sole cocente, e quando li troverete ponetegli una sola domanda: quali sono i vostri sogni? La loro forza e la loro intelligenza vi stupiranno e allora la rinascita sarà davvero possibile. Goodbye Sicilia”.

mercoledì 9 aprile 2008

IMPIEGATI REGIONE SICILIANA: TRA IPOCRISIE E FINTI SCANDALI


LA REPUBBLICA PALERMO – MERCOLEDÌ 09 APRILE 2008

Pagina XV
Le promozioni dei regionali
FRANCESCO PALAZZO


Quando si parla di impiegati regionali, ossia a ogni rinnovo di contratto, scatta il solito gioco delle parti, fatto soprattutto d´ipocrisia. Appena la notizia evapora, tutto rientra, sino alla prossima bolla di sapone travestita da emergenza. Alla regola non è sfuggita la questione riguardante la progressione economica all´interno delle fasce d´appartenenza per i dipendenti del comparto. Si è gridato alla vergogna, affermando che le somme per fronteggiare i passaggi decurterebbero il Famp, Fondo di amministrazione per il miglioramento delle prestazioni. Che peraltro prevede espressamente di finanziare tali progressioni economiche. Tuttavia il timore è che vengano meno fondi da destinare alla produttività dei più bravi. Ma è mai accaduto che il Famp abbia premiato qualcuno? Ovviamente no, se non in qualche sporadico caso. Se si va un attimo oltre la superficie della polemica elettorale, ci si rende conto che l´unico strumento che, teoricamente, è previsto dal Famp per premiare la produttività dei singoli, è il piano di lavoro. Un programma lavorativo che si aggiunge alla normalità, grazie al quale dovrebbero scattare delle valutazioni individuali e relative diversificate retribuzioni aggiuntive. Molto spesso, per non dire sempre, le attività elencate in questi piani non sono molto diverse dal lavoro normalmente retribuito con lo stipendio mensile. Ma la vera questione è che non c´è valutazione, tutte le somme dei vari piani sono distribuite, a pioggia, in relazione alle qualifiche. Le quali, alla Regione siciliana, servono a individuare un bel niente. La gestione delle risorse umane ha poca cittadinanza negli uffici regionali. La differenza sta solo negli stipendi, poi ognuno, in mezzo al groviglio del comparto, si ritaglia un ruolo a piacere. Spesso senza carichi di lavoro formali, sia per il lavoro routinario, sia per quello incasellabile in qualche modo nei piani di lavoro dipartimentali. Questi ultimi coprono una percentuale del Famp non irrilevante, visto che non può essere inferiore al 70 per cento. Ma il vero orizzonte del caso in questione è ben più ampio e rimanda ad altre responsabilità. Bisogna guardare la luna. E non solo il dito che la indica perché risulta più comodo. L´ultima legge di riforma dell´amministrazione, la numero 10 del 2000, voluta fortemente da un governo di centrosinistra, non ha fatto altro che disegnare, con una forte rottura all´interno della Cgil, il quadro che abbiamo innanzi. Si voleva rendere autonoma l´amministrazione dalla politica esaltando il ruolo della dirigenza. Si è finito per legare sempre più i due versanti, che ormai costituiscono le due leve possenti di un enorme schiaccianoci. In mezzo al quale il comparto, che corrisponde alla quasi totalità degli impiegati regionali, è stato relegato in una sorta di limbo. Dove non di rado c´è gente che avrebbe l´esperienza e i titoli per occupare, se veramente alla Regione contasse il merito, posizioni in grado di modificare radicalmente e in meglio l´amministrazione. E ciò accadrebbe per un unico semplice motivo: i ruoli non dirigenziali dell´amministrazione sono poco influenzabili dalla politica, di qualsiasi colore e tendenza essa sia. La Regione siciliana, non solo nel senso dell´amministrazione, veramente cambierà se un giorno si troverà il modo, che non potrà essere indolore per tutti i dipendenti, di premiare veramente i soli capaci e meritevoli. Pure tra i dirigenti e non solo nel comparto. Facendo in modo che chi non sa o non vuole non sia sempre uguale a chi vuole andare avanti e sa come fare. Questa sarebbe la vera rivoluzione siciliana. Ma chi avrà il coraggio di fare ciò? Sino a oggi, stando ai fatti e tralasciando le pie intenzioni delle campagne elettorali, compresa quella in corso, nessuno intende concretamente modificare tale aspetto fondamentale della vita pubblica regionale. Allora, e sappiamo d´essere facili profeti in patria, ci possiamo dare un sicuro e immancabile appuntamento al prossimo finto scandalo sugli impiegati regionali.

sabato 5 aprile 2008

LA POLITICA BLOCCATA NUOCE ALLA SICILIA

CENTONOVE
4 APRILE 2008
ALTERNANZA ANCHE IN SICILIA
di Francesco Palazzo
Tra pochi giorni sapremo i risultati siciliani delle elezioni politiche e regionali. I voti che usciranno dalle urne ci diranno chi sarà a guidare il governo della regione, come sarà composta la nuova assemblea regionale e quale sarà l’apporto che la Sicilia darà agli schieramenti in campo che, a livello nazionale, si sfidano per la guida del paese. Alle ultime politiche, sino al giorno prima del voto, pareva che la coalizione guidata da Romano Prodi potesse contare su parecchi punti di vantaggio. Invece la lunga notte dello spoglio ci consegnò un quasi pareggio. In Sicilia difficilmente si assiste a questo tipo di sorprese, almeno per quanto riguarda le elezioni politiche e quelle regionali. Nei comuni e nelle province talvolta s’insinuano, vuoi per i ballottaggi, vuoi per situazioni locali particolari, alcuni elementi di sorpresa. Ma stiamo a quello che ci attende nei prossimi giorni, avremo modo e tempo per ragionare sul voto amministrativo. La domanda allora è la seguente. E’ possibile sperare che nella nostra regione vi sia qualche inversione di tendenza rispetto alle politiche e alle regionali che, nel 2001 e nel 2006, hanno dato al centrodestra delle sicure e larghe vittorie? In altre parole. E‘ possibile che la nostra isola si possa avviare a essere, al pari di tante altre regioni, un luogo dove è possibile sperimentare l’alternanza? Capite bene che questo è un aspetto cruciale della vita pubblica di qualsiasi comunità. Soprattutto se questa, come la nostra, presenta problemi di portata storica che non ci permettono di fare sostanziali passi in avanti. Anzi, ci fanno restare costantemente al palo, se consideriamo indicatori fondamentali, contemplati costantemente nelle varie classifiche sulla qualità della vita. E’ abbastanza comprensibile a tutti i nostri lettori che un gruppo di partiti, che ha vinto le elezioni e che sa di potere essere scalzato dalla parte avversa alla prossima tornata elettorale, farà il possibile per impedire tale evenienza, governando al meglio e cercando di farsi confermare o aumentare il consenso dal corpo elettorale. Nelle democrazie normali funziona così. Ma come si comporterà quella maggioranza la quale ha capito che invece è indifferente per i cittadini il modo in cui governa, tanto sarà sicuramente sempre vincente? E’ chiaro che in essa presto prevarranno fatalmente le sole logiche di potere, dei meccanismi tendenti a far perdere di vista il bene pubblico e a far prevalere un sistema di spartizione, per fini personali o di gruppo, delle risorse che fanno capo ai pubblici poteri. Assisteremo, dunque, al continuo svuotamento delle assemblee rappresentative, degli stessi partiti, della società più diffusa, con gli interessi legittimi che la caratterizzano. Al loro posto, più o meno visibili, anzi spesso più che sommersi nelle loro reali intenzioni, conteranno i pochi che sapranno sempre più entrare nelle stanze dove si decide. Che siano eletti dal popolo, potentati economici, gruppi di pressione o altro, poco importa. Alla lunga costituiranno un sistema ben strutturato e difficilmente scalfibile. In esso cercheranno di trovare spazio i poteri mafiosi, alla ricerca di denaro fresco a buon mercato, proveniente dagli ambiti regionale, nazionale ed europeo. In un quadro siffatto, che ruolo si ricaverà un’opposizione destinata per lunghissimo tempo a restare tale? Prima o poi cercherà di entrare nel sistema o sarà costretta a partecipare al gioco, non essendovi altre possibilità per continuare ad esistere. E’ questa la situazione della politica siciliana di oggi e di ieri? E’ difficile sostenere il contrario. Sarà anche quella del dopo 13 e 14 aprile? Non bisogna essere dei veggenti per sapere che difficilmente i risultati delle regionali e delle politiche potranno modificare una contesto che conosciamo sin troppo bene. Quando la Sicilia diverrà una regione con due parti che si contendono di volta in volta la vittoria, avremo la possibilità di sperimentare le virtù della democrazia dell’alternanza. E conosceremo parti politiche che cercheranno di fare bene quando governano, perché sapranno che altrimenti altri saranno chiamati dal popolo a occupare il loro posto. Sino a quel momento non potremo che sperimentare una democrazia politica che, pur rispettando la lettera della Costituzione Repubblicana, che quest’anno compie sessanta anni, ne tradisce in maniera clamorosa e quotidiana la sostanza.

sabato 29 marzo 2008

Musica e Pizzo

CENTONOVE
28 Marzo 2008
PALERMO, CONCERTI CON IL PIZZO
Francesco Palazzo


Ebbene sì, anch’io sono un pagatore di pizzo. Non mi riferisco a quello che, “normalmente”, i posteggiatori abusivi ti chiedono per le vie della città a qualsiasi ora del giorno. E, in prossimità dei locali alla moda, anche della notte. Dove da certi macchinoni vedi uscire mani ben curate che consegnano l’obolo. Su queste vessazioni, dopo anni di esercizio, sono riuscito ad averla vinta. Dove ancora non ho mietuto successi apprezzabili, anzi possiamo parlare di completo fallimento, è in occasione dei concerti palermitani al palasport. Nell’ultimo anno, tra Guccini, Max Pezzali e, quindici giorni fa, Venditti, mi è capitato di recarmi lì almeno tre volte. Ed è stata sempre la stessa storia. Giovanotti aitanti, o adolescenti quasi bambini, coprono i chilometri di marciapiede a destra e a sinistra della struttura. Non c’è verso di sfuggirgli. Si avvicinano e chiedono se vuoi dare un contributo per il caffè (che è un argomento come un altro, equivale a domandare la quota mensile ai commercianti per i poveri carcerati). In questo caso, a differenza dei ristoranti, dei cinema o di altri locali pubblici, la tempistica è diversa. Se in quelle circostanze la convenzione è che si paga dopo, e all’inizio c’è solo il riconoscimento ufficiale dell’uomo col berretto e fischietto, per cui alla fine puoi simulare un’amnesia, un’ubriacatura, o semplicemente ignorare la cosa, per i concerti al palasport i soldi devono essere anche pochi (e qui devi quartiarti), maledetti (per chi li sgancia) e subito. Perché poi, all’uscita, non trovi più nessuno. Questo tipo di pizzo non riesco ancora a sopraffarlo. L’ultima volta, appunto due settimane addietro, pur provando sempre fastidio, avevo già preparato, prima di scendere dall’amata quattro ruote, i due pezzi da cinquanta centesimi in una tasca del jeans dedicata, per l’occasione, solo a questa funzione. In modo da evitare che dal buio serale uscisse fuori inavvertitamente un pezzo da due euro e i caffè diventassero quasi tre. La qual cosa avrebbe fatto ancora più male al mio fegato, pur non avendone bevuto neanche uno. Dunque, confesso, pago e, appena inizia il concerto, non ci penso più. E quel che scrivo appresso non serve a giustificarmi. Nel tragitto che dal posteggiatore mi porta al tempio palermitano della musica moderna, ci rimugino sopra. Allora cerco di puntare i rappresentanti delle forze dell’ordine per comunicare timidamente, sentendomi colpevole e senza alibi per aver sborsato l’euro, che lì fuori è tappezzato di gentili soggetti che pretendono il pagamento forzato. Facendoti capire, platealmente, con sottili doti di comunicatori non verbali, che tu vai, ma la tua auto rimane lì. Più in particolare ho cercato, sinora vanamente, di comprendere che bisogno c’è, invece di presidiare soprattutto il territorio esterno al luogo del concerto ingaggiando la battaglia con i posteggiatori, di militarizzare abbondantemente solo le immediate adiacenze di un posto frequentato, in larga parte, da quaranta-cinquantenni e da ragazzi. I quali, come impellenza irrinunciabile e imperativa, spentesi le voglie rivoluzionarie per grandi e piccoli, possono avere quella di andare in bagno. Se la prostata protesta o se il pargolo fa la cacca. Oppure di mandare messaggini innocui e costosi in continuazione. Tutte attività che difficilmente possono ricadere sotto le attenzioni dell’ordine pubblico. L’ultima volta, un omone in borghese e con un medaglione, forse un ispettore, mi ha consigliato di chiamare i carabinieri, che avrebbero arrestato i rei per pizzo. Addirittura! Aveva un accento napoletano, era simpatico e l’ho presa bene. Nel concerto precedente un altro uomo, questa volta in divisa, è stato almeno più diretto. Chiedendomi retoricamente e con un certo implicito sfottò, visto che il mio accento non è affatto sud tirolese, se vivevo a Palermo. E perché mai non avevo ancora capito, da siculo purosangue, come funzionano le cose a certe latitudini.

sabato 22 marzo 2008

POLITICA SICILIANA BLOCCATA


LA REPUBBLICA PALERMO – SABATO 22 MARZO 2008

Pagina I
L´ISOLA NELLO STAGNO
FRANCESCO PALAZZO



Le considerazioni che seguono si potrebbero fare a urne aperte e a risultati acquisiti. Avremo tempo per dilungarci su di essi. Nel frattempo un dato emerge, ancora una volta, in questa doppia campagna elettorale. Non è legato al momento presente o alle persone proposte oggi dal centrodestra e dal centrosinistra per governare l´Isola o per sbarcare a Roma. Il punto è che in Sicilia le regole dell´alternanza non riescono ad attecchire. Tale problema investe in pieno quella parte, il centrosinistra, che si trova perennemente a sostenere sfide impossibili. Dove il dilemma non è se si sarà sconfitti, ma come si perderà, se meglio o peggio dell´ultima volta. Alla Regione il centrosinistra ci ha provato e ci prova, nelle ultime tre tornate elettorali, compresa anche questa, con personalità molto diverse, come Leoluca Orlando, Rita Borsellino e Anna Finocchiaro. Il centrodestra può avanzare qualsiasi nome e gli va sempre bene, prima ancora che si incrocino le armi della dialettica politica e a prescindere da queste. A livello nazionale, dal 1994, i governi non sono mai riusciti a confermarsi la volta successiva. La Sicilia, tranne qualche aggiustamento, non si è accorta di niente, il centrodestra ha sempre brindato. Nelle regioni a noi vicine c´è stato il ricambio. È accaduto, per citare i casi più eclatanti, in Calabria, in Puglia e in Campania. Dove il centrosinistra è riuscito, oltre che a prevalere nel voto politico del 2006, cedendo soltanto il premio al Senato in Puglia, a imporsi alla guida di quelle Regioni. Parliamo sempre di società meridionali, luoghi dove, a differenza che da noi, la struttura del consenso è evidentemente mobile. Prendiamo la Campania. È amministrata da molto tempo dal centrosinistra. Pensate che, se votassero domani per la Regione, i campani non si ricorderebbero della questione rifiuti votando in massa per il centrodestra? Pare che lo faranno a cominciare dalle politiche.In Sicilia, se prendiamo il voto regionale e politico, tralasciando gli enti locali che meritano un discorso a parte, non c´è mai vera gara. L´abbiamo detto altre volte, pesa molto la debolezza strutturale dei partiti del centrosinistra. Ma detta così è sin troppo banale, bisognerebbe capire perché ciò accade sistematicamente soltanto per una parte. In fondo, tutti i partiti hanno problemi simili. Pure altri argomenti sono deboli, come quelli che si soffermano sull´esiguo reddito pro capite, sul basso tasso di occupazione, sul clientelismo o sulla presenza invasiva della criminalità. Forse che in Calabria, in Campania e in Puglia si è più ricchi, si lavora di più o c´è meno clientelismo? Si può affermare che in quei territori le mafie siano meno presenti?Del resto, è impensabile che, appena passato lo Stretto, i partiti del centrosinistra acquistino doti di acchiappavoti da noi irraggiungibili. A confermare il ragionamento c´è la cronaca politica recente. Le rovinose dimissioni del governo nazionale hanno dato una spinta verso l´alto, probabilmente quella decisiva, al centrodestra. Evento normale. Da noi neanche un´interruzione drammatica della legislatura, dopo le dimissioni del governatore per i noti motivi, riesce a produrre un calo di gradimento per la parte politica che ha subito l´evento. È come se niente fosse accaduto. Insomma, pure in questo aspetto della vita sociale siamo davvero speciali e poco comprensibili. A noi stessi, prima ancora che agli altri. Tale quadro bloccato è quello che genera, come sottoprodotti, le distorsioni che conosciamo e che si duplicano costantemente nelle viscere della vita pubblica regionale. Una società statica politicamente non può che crogiolarsi nei suoi peggiori difetti, i quali non appartengono solo alla maggioranza, ma anche all´opposizione. Che, stando così le cose, finisce per cadere in un fatale circolo vizioso. Solo un continuo ricambio nella gestione della cosa pubblica può fare intravedere le luci della buona amministrazione. Unica via d´uscita per far compiere ai siciliani, non retoricamente, passi in avanti. Ma per raggiungere tale fine è tutta una società, non solo quella partitica, che deve muoversi. Sinora le bocce sembrano ferme. Qualche onda che si muove di tanto in tanto si rivela, quando si contano i voti, solo una fugace e superficiale increspatura. In un mare che circonda l´Isola e che sembra essere sempre più uno stagno.

I VOLI DELLA POLITICA SICILIANA

CENTONOVE
21 3 2008
Pag. 2
SE LA POLITICA VOLA VIA
Francesco Palazzo




Una volta si diceva che il miglior medico per i malati siciliani di una certa gravità era l’aereo. Salirci su, verso traguardi terapeutici più efficaci, significava avere più speranze di guarigione. Non sappiamo se sia ancora così. Certamente questo è un rimedio ancora praticato, molto più che in passato, dalla politica siciliana d’ogni colore. Si prende l’aeroplano e si va nella capitale per capire chi devono essere i candidati alla presidenza della regione. Si passa dal check-in per farsi dettare le liste dei candidati per camera e senato. Ovviamente ciò serve poi, appena scesa la scaletta dell’aeromobile che riporta in “patria”, per dire che “sono stati loro”, “noi non c’entriamo niente”, “io gliel’avevo detto”, “era un errore”. E via scusandosi. Eppure concetti come autonomismo e partito federale sono utilizzati a piene mani, ma solo nei periodi in cui non c’è niente d’importante da decidere. Quando il momento si fa topico, si stacca il biglietto e si torna tra le nuvole verso la città eterna. E’ vero, di tanto in tanto, qualcuno giunge da Roma per portare il nuovo verbo. In questi casi tripudi di bandiere, gazebo, ovazioni e quant’altro si sprecano. Una volta è l’unità quella che conta, la volta successiva è l’andare da soli il nocciolo della questione. Prima si fa passare come vitale la scelta di non entrare in un partito più grande, dopo qualche mese contrordine, avevamo scherzato. Qui va bene l’una e l’altra cosa, il più e il meno, il bianco e il nero. Franza o Spagna, basta che se magna. Certo, questo modo ottocentesco di intendere la politica, grosso modo, varrà pure per le altre realtà regionali. Ma ci vuol poco a capire che in Sicilia, al di là del dato geografico, c’è un qualcosa in più che si aggiunge al quadro. Perché è da decenni che da noi non vengono fuori, dalla società più diffusa e dai partiti, persone in grado di porre qualcosa di particolare, di nuovo, di appena interessante, nell’agenda politica del paese in maniera duratura. In modo che qualcuno, da Roma, possa anche venire per apprendere. E quando in un passato, anche recente, è capitato, non è durato molto. Molto presto il centralismo, i personalismi, le incertezze, il clientelismo più sfrenato, hanno finito per prevalere su tutto, lasciando spesso il deserto. Tuttavia, è meglio comunque provarci, che stare sempre ad aspettare il momento dell’imbarco verso il continente, come gli studenti il suono liberatorio della campanella. Ma oggi non ci si prova più. Gli uomini e le donne siciliani che vivono di partiti e di politica passano, più che in Sicilia, molto del loro tempo nelle aerostazioni. E anche quando ottengono qualche incarico di un certo rilievo a livello nazionale, ciò non accade in forza di elaborazioni politiche originali nate nell’isola, ma in quanto sono riusciti ad attaccarsi a catene di comando che tengono altrove, ben lontano dalla Sicilia, l’anello attaccato al muro che tiene tutto in piedi. Dobbiamo anche rilevare che pure le esperienze che nascono inizialmente fuori dai partiti, sul territorio, finiscano per sciogliersi tra un volo e un altro. O tra una candidatura al senato e una alla camera. Volare, quindi, canterebbe il grande Modugno, come contrassegno e marchio di una politica isolana che solo così riesce a staccarsi da terra, dalla monotonia, dalla mediocrità. Non importa se si faccia parte dello schieramento vincente, o che ci si sbatta per anni la testa sul muro di sconfitte ripetute e sempre più rovinose. E non si tratta di questa o quella legge elettorale che riserva ai partiti, e quindi alle centrali romane, più o meno influenza. No, è un modo d’essere, una disposizione dell’anima. Talvolta un modo, l’unico, per continuare ad esistere. Immaginate solo quanti decolli e atterraggi hanno dovuto sommare coloro i quali si trovano inseriti nei posti giusti nelle liste di camera e senato. Chissà quanti anni di voli occorrano per ottenere un sicuro scranno parlamentare. La cui conquista forse nasconde, più che la voglia di entrare nei luoghi principali del potere, la certezza che per cinque anni si potrà continuare a volare.

venerdì 14 marzo 2008

Sicilia, Partito Democratico: quale rinnovamento nelle liste per Roma?

CENTONOVE
14 MARZO 2007
PAG. 46
LISTE DEL PD, SEMPRE PIU' FUSI E CONFUSI
di
Francesco Palazzo




Scorrendo i cognomi delle liste che il partito democratico ha ufficializzato per Camera e Senato, intendiamo dire le posizioni che prevedono una sicura o probabile elezione, giacché tutto il resto è ornamento, difficilmente si può contestare che si tratta di un’operazione ben lontana da quel modo diverso di fare politica che la neonata formazione aveva promesso di rappresentare in Sicilia. La percentuale degli esponenti dei due partiti che si sono fusi, DS e Margherita, è altissima, diciamo quasi totale. Ovviamente, un partito ha tutto il diritto di mettere in lista chi vuole. E noi non interverremmo se solo, lo stesso partito, non ci avesse nei mesi scorsi martoriato, un giorno sì e uno pure, sulla novità sconvolgente che avrebbe significato per la nostra regione. Dove sta, dunque, tale novità? E’ possibile che quando si lanciano slogan si è super bravi e nel momento in cui si deve quagliare, la musica cambia improvvisamente? Si pensa davvero che mettere un’operatrice di un call center in lista, che serve peraltro a coprire ben altre pratiche spartitorie, significa rinnovarsi o catturare il voto dei disoccupati e dei precari siciliani? Non siamo ingenui, immaginiamo quali umani appetiti, di corrente, di cordata, persino familiari, si scatenino intorno ad uno scranno parlamentare. Succede in tutti i partiti, a maggior ragione in una formazione appena formatasi dalla fusione di due grandi tradizioni politiche. Nel caso specifico, ipotizziamo, le liste avranno dovuto tenere conto delle diverse sensibilità, degli ambiti di provenienza dei singoli gruppi, che ancora, evidentemente, non si sentono un partito unico. E’ accaduto pure con l’elezione dei segretari regionali. In quella regione toccava alla Margherita, in quell’altra ai DS. Per la Sicilia la casella doveva essere occupata dai petali del delicato fiore e non dai rami della possente quercia. E così è stato. Una volta si chiamava centralismo democratico, che almeno aveva dei criteri di orientamento, adesso, che i partiti devono essere leggeri, non si sa come chiamarlo. Dovremmo dotarci di un nuovo vocabolario della politica. Nel frattempo sarebbe il caso che un partito come quello democratico, dopo un primo periodo di comprensibili incertezze seguite alla nascita, si avviasse ad essere qualcosa di meno sfuocato. Tale operazione, nella misura in cui avverrà, non sarà univoca su tutto il territorio nazionale, avendo ogni realtà la sua specificità. In Sicilia, dove spesso e volentieri ci sono da amministrare sconfitte, sarà più difficile che altrove. Nel governare l’abbondanza può essere che i cordoni della borsa si aprano, e riesca ad uscire fuori, o ad entrare dentro, qualche sprazzo di trasformazione sostanziale. Che non vuol dire affatto che la società civile è migliore di quella politica, questa è una banalità. Ma sta a significare che i due mondi, quello di coloro che fanno della politica una professione e quello di quanti fanno principalmente altro, ma vogliono impegnarsi nella gestione della cosa pubblica, riescono in qualche modo a parlare un linguaggio che si riconosca in alcuni fondamenti comuni. Non è proprio questo, in fondo, il compito che dovrebbe intestarsi, forse più in Sicilia che altrove, un partito come quello democratico? Ma fare i conti con una dote di consenso non proprio esaltante, ed è quello che accade da noi, e abbiamo l’impressione che tra regionali e politiche non assisteremo a sostanziali cambiamenti in positivo, significa che i posti sono sempre di meno, le opportunità poche, le certezze rare. Ecco, allora, ed è ciò che è accaduto nella composizione delle liste, che si ha la frenesia di occupare i pochi spazi che contano. Il Partito Democratico siciliano ci proverà la prossima volta a lanciare un concreto messaggio di cambiamento. Stavolta non è andata molto bene. I dirigenti siciliani del partito comprenderanno che, con queste liste, non daranno, a chi ha votato sinora centrodestra, molti motivi per cambiare rotta il 13 e il 14 aprile.

mercoledì 12 marzo 2008

SICILIA, REGIONALI 2008: IL CENTROSINISTRA TORNA SUL VOTO DISGIUNTO

LA REPUBBLICA PALERMO - MERCOLEDÌ 12 MARZO 2008

Pagina I
L´ANALISI
L´errore del centrosinistra puntare sul voto disgiunto
FRANCESCO PALAZZO




A ogni elezione regionale, sulla ruota del centrosinistra, c´è un numero fisso che immancabilmente esce. Ha fatto il suo esordio domenica mattina in un incontro del Pd. È il voto disgiunto. Il primo voto per un candidato del centrodestra all´Ars, il secondo per il candidato alla presidenza del centrosinistra. Nelle due elezioni svolte col metodo dell´elezione diretta del presidente, ciò non è servito al centrosinistra per vincere. Nel 2001 Orlando ottenne un 6,4 per cento in più del suo schieramento. Nel 2006 Rita Borsellino totalizzò il 5,53 per cento in più. In entrambe le tornate elettorali vi fu però un piccolo inconveniente. La distanza tra centrodestra e centrosinistra era talmente marcata (nel 2001, 30,2 centrosinistra, 65,2 per cento centrodestra, nel 2006 quest´ultimo 61,6 e centrosinistra 36,1 per cento), che il risultato finale era già scritto in partenza. La richiesta di voto disgiunto ha senso solo quando i due schieramenti sono vicini e non è il caso della nostra regione. Ora, dunque, ci risiamo. E ogni volta è come se implicitamente si comunicasse il seguente ragionamento: guardate che le nostre liste non sono granché, lo sappiamo bene, noi che le facciamo, meglio di voi, non vi chiediamo perciò di votarle ma di riempire di consensi il nostro uomo o la nostra donna in cima alla piramide. Il risultato, viste le condizioni di partenza, non può che essere sempre deludente. Ma l´operazione voto disgiunto serve a tenere artificialmente viva la corsa sino alla fine presso l´elettorato di riferimento. Il centrodestra, dal canto suo, sapendo come stanno realmente le cose, lascia fare. Alla vigilia delle regionali del 2006 si fantasticava intorno a un voto disgiunto a due cifre, che l´apertura delle urne lasciò nel mondo dei sogni. C´è peraltro da rilevare che un invito pressante all´elettorato a esprimersi in maniera sconclusionata, indica un´azione politica basata non sul consenso diffuso, ma solo sulla forza del leader. Una prospettiva che dovrebbe essere molto distante dal centrosinistra. Che inoltre sia anche un tentativo inutile elettoralmente, bastano i numeri citati a dimostrarlo abbondantemente. Ovviamente l´elettore ha il diritto di votare come vuole. Tuttavia, una coalizione che vuole costruire un serio progetto politico dovrebbe invitare alla coerenza delle scelte. Il punto è che questo non può essere fatto perché le liste siciliane del centrosinistra sono, tranne poche individualità, deboli. E qui non c´entra niente il Mezzogiorno che vota centrodestra. Nelle altre regioni del Sud governano maggioranze di centrosinistra che hanno saputo vincere, non in forza del voto disgiunto o indicando salvatori della patria, ma cercando e ottenendo un quadro politico omogeneo. Perché in Sicilia il centrosinistra non riesce a mettere in campo liste forti? Un indizio ci viene dalla provincia di Caltanissetta e riguarda una polemica di questi giorni sulla composizione della lista provinciale del Partito democratico. A un deputato regionale uscente, con molte legislature alle spalle, viene osteggiata la candidatura perché deve fare spazio a uno più giovane. Ci chiediamo: essendoci il voto di preferenza e non i vergognosi elenchi bloccati del porcellum, non si può mettere in lista tutto quello che si ha per aumentare il consenso? Non fa così il centrodestra? Fare questo ragionamento logico viene evidentemente difficile perché, più che aumentare i voti, si tende ad amministrare gelosamente quelli che già si hanno, con la conseguenza di viaggiare elettoralmente sempre a scartamento ridotto. Allora, non rimane altro da fare che innalzare sistematicamente il vacuo totem del voto disgiunto. Una specie di mantra recitato collettivamente, un rimedio in grado forse di liberare la mente dai pensieri. Ma una pistola scarica sul tavolo elettorale e un messaggio sbagliato e fuorviante su quello della politica.